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Da AVVENIRE: 17/04/2015

Per un discorso «spudorato»

Di Francesco D’Agostino

Ci sono parole interdette nel lessico oggi dominante e perciò furoreggiano gli eufemismi, che offrono vie d’uscita da situazioni imbarazzanti. Assolutamente no – l’esempio non è casuale – alla parola «guerra», ma sì a tutto un ventaglio di espressioni che possono andare da «missioni umanitarie» a «contrasto del terrorismo» fino alla più diluita di tutte, ma dal significato evidente, cioè «assumersi responsabilità chiare» anche se questo contempla l’«opzione militare». Così si riesce a dire tutto ciò che la nostra opinione pubblica (ma anche quella di altri grandi Paesi occidentali e dell’Unione Europea) è disposta a farsi dire.

L’occidente non vuole sentir parlare di guerra anche quando la fa, interpreta le violenze che continuano a colpire in modo particolare la cristianità orientale e africana come un fenomeno di criminalità comune, da fronteggiare più col codice penale e con azioni di polizia internazionale che con pratiche politiche; arriva a riconoscere che la sua identità viene continuamente attaccata, ma non la ritiene seriamente minacciata, anche perché non è più in grado di mettere a fuoco il profilo stesso della sua propria identità. L’«integrazione» continua ad apparire l’unica risposta adeguata a ogni tipo di fondamentalismo etnico e religioso: il che non è certo privo di buone ragioni, dato che nessuno, ma davvero nessuno, è riuscito finora a proporre un altro e diverso paradigma per gestire le migrazioni che sono ormai diventate il carattere più tipico della globalizzazione postmoderna.

Resta però il fatto (e i fatti «sono resistenti», come ammoniva Bobbio) che di modelli di integrazione ne esistono, e ne sono stati messi alla prova, diversi, spesso tra loro incompatibili, e che tutti hanno dato pessima prova di sé. Sembra che mai, come nel nostro tempo, la «buona volontà» degli uomini non riesca a produrre effetti di giustizia. Chi conosca anche solo un poco la storia del cristianesimo sa bene che proprio da questo amaro riconoscimento si è lentamente affermata la legittimazione cristiana del "mestiere delle armi", come ultima possibile risposta alla violenza endemica nei popoli. Lo stesso sorgere degli "ordini militari" può essere capito solo in questa prospettiva: se è possibile rinunciare a difendere se stessi (e se questa rinuncia può toccare la soglia del sublime), non è possibile rinunciare a difendere l’innocente oggetto di violenza cieca, se non abdicando colpevolmente alla difesa della giustizia.

Ma sembra che oggi – complici ancor recenti "guerre giuste" e invece insensate e dagli effetti disastrosi – riconoscere pubblicamente una simile tristissima necessità sia diventato impossibile e che, piuttosto, convenga andare avanti in modo obliquo anziché retto, nella speranza che la storia, come tante altre volte è successo, sia in grado di risanare da sé le ferite che essa stessa si infligge continuamente. A meno che non si acceda all’idea (o all’utopia?) di alcuni laici, che pur da non credenti, arrivano ad auspicare che si torni a coltivare l’«idea pasquale» dell’avvento di un tempo nuovo, che si apra alla «liberazione» dal passato e dalle sue storture.

Sono ormai anni e anni che la violenza fondamentalista islamica macchia di sangue il mondo e ancora non siamo in grado di comprenderla adeguatamente, né come fenomeno religioso, né come fenomeno sociale, né come fenomeno politico. Una cosa però dovremmo avere ormai compreso: l’indebolirsi progressivo e irrefrenabile dei legami sociali, politici, familiari, identitari che caratterizza quella che un tempo era definibile come la "cristianità" e che favorisce in modo impressionante l’islamismo estremista, la sua propaganda e la sua pratica, non potrà essere contrastato né con un ingenuo, ancorché appassionato, impegno nei confronti di "nuovi diritti umani", né con i freddi paradigmi della razionalità economico-finanziaria. Bisognerà tornare a parlare in modo francamente spudorato del "male" e di come il male debba essere fronteggiato e combattuto e di come sia necessario, per individuarlo, fare ad alta voce, discorsi di "verità".

Non tutti i linguaggi hanno la medesima forza comunicativa, non tutte le espressioni artistiche sono parimenti belle, non tutte le affettività meritano comprensione, non tutte le tradizioni sono "vere", come non lo sono tutte le pratiche religiose. Possiamo e dobbiamo accettare una pluralità di stili di vita, ma non possiamo accettare la relatività della giustizia: non esistono tante giustizie, ne esiste una sola. Non esistono tanti dèi, ma uno soltanto: non il "nostro" Dio, ma il Dio che è padre di tutti gli uomini e che con la sua universale paternità fonda il primo principio di ogni antropologia: la condanna dell’omicidio e l’eguaglianza di tutti gli esseri umani.

Esiste oggi un discorso più spudorato di questo?

 

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