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Isis massacra i cristiani. Dostoevskij aveva già previsto tutto

Davide Brullo – Giornale 24/03/2015

Non c’è bisogno dei giornalisti, dei Nostradamus che scrivono, comodamente seduti su continentali poltrone di pelle, articoli di geopolitica. Non c’è bisogno, soprattutto, delle dichiarazioni dei politici che tracannano ovvietà, sono pagati per quello. Per capire i fatti di Tunisi, l’Isis che dilania terre e falcia teste, imponendo legioni dell’orrore; per capire che questa ferocia indaga la nostra codardia, che Maometto ha disfatto il turbocapitalismo europeo (i legionari di Allah non li converti al lusso, non li compri, con i tuoi soldi comprano armi per ucciderti), per capire non servono i servili quotidiani di questa fetta di terra che sfoga sul Mediterraneo, come una lama nel burro, sempre meno importante, il parastinchi dei nuovi potentati, Cina, India, Usa, chi ha più soldi mangia meglio. Basta, come sempre, uno scrittore. Che 140 anni fa ha scritto cosa accade oggi. Luglio 1876, Fëdor Dostoevskij sulla sua rubrica giornalistica, Diario di uno scrittore (di “eccezionale importanza per l’esegesi di tutta l’opera di Dostoevskij”, ha scritto Ettore Lo Gatto; l’edizione che usiamo qui è quella edita da Bompiani nel 2007), scrive un articolo che s’intitola violentemente “L’ultimissima parola della civiltà”. Dostoevskij scrive che “qualche cosa di inevitabile” sta attraversando l’Europa, la sta falciando, fino a diventare “l’ultima parola della civiltà”.

Il geniale scrittore russo evidenzia con fluorescente ferocia “la questione d’Oriente”, cioè il massacro di “decine, centinaia di migliaia di cristiani” in terra straniera, che “vengono massacrati come si elimina una rogna perniciosa, vengono estirpati dalla faccia della terra con tutte le radici. […] I villaggi sono distrutti, le chiese ridotte in macerie, tutto spietatamente sterminato e ciò per opera di un’orda musulmana selvaggia, infame, maledetta, avversaria della civiltà”. E l’Europa? Resiste indifferente, interessata soltanto al dio denaro. “Tutta l’Europa, o per lo meno i suoi rappresentanti più eminenti, quegli stessi uomini e quelle stesse nazioni che hanno gridato contro la schiavitù, hanno distrutto il commercio dei negrieri, distrutto in casa loro il dispotismo, proclamato i diritti dell’uomo, creata la scienza e sbalordito il mondo con la sua forza, che hanno animato e celebrato l’anima umana con l’arte e i suoi santi ideali, acceso l’entusiasmo e la fede nel cuore degli uomini, promettendo loro in un prossimo futuro giustizia e verità; a un tratto questi stessi popoli e nazioni, tutti, in un dato momento, hanno voltato le spalle a milioni di esseri infelici, cristiani, uomini, loro fratelli, morenti, insultati, schiacciati come cimici, con le loro grida di aiuto che irritano l’Europa”. Lucidissimo nell’analisi del fenomeno fondamentalista (“si tratta di un annientamento sistematico; non dell’opera di una schiera di briganti […] questo è il sistema, il metodo di guerra di un immenso impero”), Dostoevskij stila un micidiale atto d’accusa all’Europa corrotta dalla fame di denaro, agli “alfieri del progresso” che si “inchinano a Baal”, come ha scritto altrove, nelle sue Note invernali su impressioni estive, da Londra, sorta di cloaca del guadagno, “un’evocazione di Babilonia, una specie di profezia dell’Apocalisse”. Chi avrebbe, oggi, il coraggio di un simile atto d’accusa? Figuriamoci, gli scrittori vogliono lo Strega e l’articolo a piena pagina sul “Corrierone”, sono capaci di querelarti se non gli lustri gli stivali, mica affondano le mani nel cuore del problema, della realtà, della verità. Ci siamo venduti l’anima. E adesso, con il kalashnikov a tracolla, ce la soffocano in gola.

 

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