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Magic America

L’Europa arranca, il Giappone ancora depresso, solo gli Stati Uniti hanno vinto la sfida contro la crisi. Nonostante Obama

Stefano Cingolani - Il Foglio 24/11/2014

Jacob Lew, il poco carismatico segretario americano al Tesoro, al G20 di Brisbane lo scorso fine settimana ha levato un lamento che suona come un’accusa: “Non possiamo fare gli importatori di ultima istanza per il resto del mondo”. L’America del nord cresce, l’Europa zoppica, il Giappone non esce da una stagnazione ventennale nemmeno con i fuochi d’artificio dell’Abenomics. Nei primi anni 90 l’impero del Sole faceva venire la pelle d’oca al made in Usa, l’ulcera a George Bush senior e l’angoscia ai nipoti dello zio Sam convinti che i “Jap” avrebbero controllato tutto, dall’automobile a Hollywood (Sony aveva comprato nel 1987 Columbia Pictures). Un po’ come adesso si dice della Cina. Ebbene, il Sol levante è tramontato e l’America è rifiorita. Quanto alla vecchia Europa, continua a impartire ammuffite lezioni di consenso sociale e stabilità economica con il suo sistema ordo-liberale, dove l’ordine viene prima della libertà. Adesso eccola qua, divisa, litigiosa, paralizzata.

La crisi del 2008 doveva suonare la campana a morto per gli americani che, secondo la vulgata, vivevano al di sopra dei loro mezzi in una società iniqua dove sembrava avverarsi la profezia marxista sulla proletarizzazione del ceto medio, mentre la turbofinanza di Wall Street soffocava la produzione, facendo girare la testa al mondo intero. Ebbene, non solo la Borsa è tornata a livelli superiori alla crisi, ma riaprono le fabbriche, i posti di lavoro si moltiplicano, la disoccupazione scende, il prodotto lordo sale. Dunque, tutte balle? Non tutte, ma certo le balle sul declino a stelle e strisce si riproducono per partenogenesi e l’antiamericanismo è una malattia carsica.

La differenza di passo tra gli Usa e il resto dell’occidente si sta facendo impressionante. I dati del Fondo monetario internazionale fotografano il crescente distacco: il prodotto lordo degli Stati Uniti è cresciuto di 2,3 punti nel 2012 e 2,2 nel 2013; segnerà più 2,2 quest’anno e per il 2015 la previsione è 3,1. L’area euro ha fatto meno 0,7; meno 0,4; più 0,8 e, se tutto va bene, un aumento dell’1,3 l’anno prossimo. La disoccupazione negli Usa è al 5,8 per cento; nell’Eurozona all’11,5. I prezzi al consumo salgono in America dell’1,8 per cento (quindi entro la soglia di sicurezza convenzionalmente considerata dalle banche centrali, cioè quota 2), nell’Eurolandia sono appena a 0,4 e si combatte per arginare il flagello della deflazione.

Non è solo un’illusione statistica. Una nuova magia, infatti, sembra smentire i profeti di sventura. Charles Morris, avvocato e banchiere, prolifico guru economico ha scritto un libro sul nuovo boom americano intitolato “Comeback” (ritorno, nel senso di tornare in auge). Daniel Yergin sul Wall Street Journal parla del “Nuovo Prometeo”. Che cosa è successo? Sarà perché s’è fatto una fama come esperto e storico del petrolio, ma Yergin non ha dubbi: tutto parte dalla “shale revolution”, la rivoluzione prodotta dal gas estratto da fango argilloso rappreso. Sembra un mito antico o una parabola con insegnamento morale, in realtà per trasformare il fango in oro ci vuole l’estro dell’imprenditore.

Nelle ricorrenti rinascite americane c’è sempre un pioniere. Questa volta il suo nome è George Mitchell, un piccolo petroliere di Houston, in Texas. Nei primi anni 90 si accorge che la sua azienda ha esaurito il gas e non ha i mezzi né le possibilità per acquistare nuovi giacimenti. Così, comincia a sperimentare un sistema inventato già da molto tempo (risale al 1947 in Kansas e il primo brevetto è della Halliburton), ma scarsamente utilizzato su scala industriale: la frantumazione idraulica (fracking). Mitchell prova in un’area compresa tra Dallas e Fort Worth, ma per anni ne ricava molto poco. Insiste, spende, rischia e alla fine del decennio ha risolto i suoi problemi tanto da vendere la sua azienda a un gruppo più grande che utilizza un’altra tecnica, ancor più efficace, la trivellazione orizzontale. Mitchell muore il 26 luglio 2013 e l’Economist si sbilancia: “Pochi uomini d’affari hanno fatto tanto come lui per cambiare il mondo”.

Nel 2000 il gas da scisto estratto pompando acqua ad alta pressione tra le rocce, era l’un per cento della produzione americana, oggi s’avvicina al 30 per cento, entro il 2020 dovrebbe essere pari alla metà. La stessa tecnica viene applicata al petrolio nei territori sul Golfo del Messico o nel North Dakota, non a caso le aree che crescono più rapidamente. Nonostante le resistenze ambientaliste e il rifiuto da parte di stati come la California, l’impatto sull’economia interna è impressionante: scendono i prezzi della benzina, ma anche quelli dell’energia che alimenta le fabbriche, quindi i costi di produzione. Torna vantaggioso aprire uno stabilimento negli Stati Uniti, così rientra parte della produzione spostata in estremo oriente e persino nel Messico preso in ostaggio dai narcos.

La ricaduta internazionale è fortissima. L’Opec è spiazzata dall’improvviso crollo dei prezzi petroliferi, il Venezuela è a terra, la Russia in seri guai. Se davvero di qui alla fine del decennio l’America del nord diventa autosufficiente, l’intero grande gioco potrà cambiare, a cominciare dal medio oriente. L’energia non è tutto, anche se il 95 per cento di quel che comperiamo in un supermercato è in un modo o nell’altro dipendente dall’uso di idrocarburi, dal cibo (si pensi ai fertilizzanti) ai trasporti o ai prodotti industriali. Ma nella proteiforme rinascita americana non c’è solo l’energia.

Una nuova rivoluzione industriale è in cammino e gli studiosi si dividono solo su come classificarla: terza o quarta. Il salto nella dimensione digitale è cominciato ormai da tempo, tuttavia la crisi e la Lunga Recessione anziché fermarlo hanno accelerato il processo. La ragione è molto semplice: si è ridotto il capitale preso a prestito, ciò ha reso più urgente contare sulle proprie forze, quindi tagliare i costi e riorganizzare il lavoro, con l’uso di nuove tecnologie nell’industria e nei servizi, a cominciare da internet. Ebbene anche qui gli Stati Uniti si sono mossi più rapidamente. Nelle dodici tecnologie considerate dirompenti da uno studio di McKinsey Global (da internet all’energia) il primato appartiene ovunque agli americani. Gli europei sono rimasti indietro persino nella telefonia mobile dove fino a dieci anni fa potevano vantare un indubbio vantaggio. Quanto ai giapponesi, nonostante i loro godzilla industriali e l’alto livello di educazione tecnologica, hanno perduto la spinta propulsiva.

Al cuore di questa ripresa, c’è il miglior uso dei fattori di produzione il più importante dei quali oggi non è la forza lavoro tradizionale (intesa come numero di braccia) o il capitale che fluisce copioso dai rubinetti delle banche centrali, bensì l’applicazione della scienza alla produzione e ai servizi a essa collegati. Anch’essa è lavoro, intellettuale più che materiale, distrugge vecchio lavoro (per lo più fisico) e ne crea di nuovo (creativo e organizzativo). Si dice che il saldo finale sia negativo, eppure proprio gli Stati Uniti dimostrano che non è necessariamente così, anche se il costo sociale della transizione è alto, il percorso è lungo e aspro, crea fratture non solo economiche, ma sociali e generazionali.

Molti mettono in discussione l’attendibilità degli indici statistici, a cominciare da quello sulla disoccupazione. Certo, non sono omogenei e come tutte le approssimazioni sono discutibili nei criteri e nei risultati. Tuttavia quel che conta per capire come si muove una società non è tanto il livello assoluto, quanto la dinamica e da questo punto di vista gli Stati Uniti stanno tornando verso livelli ante crisi, avvicinandosi, secondo un recentissimo studio di Ubs, al punto di equilibrio, cioè i lavoratori impiegabili senza provocare aumento dell’inflazione. Nessuno a questo punto vuole più occupare Wall Street, a Zuccotti Park gli antagonisti hanno tolto le tende.

Magnifiche sorti e progressive? E allora perché cervelloni dell’economia come Lawrence Summers parlano di “stagnazione secolare”? E il premio Nobel Paul Krugman scrive che viviamo in “una crisi senza fine”? Sono anche loro uccelli del malaugurio? Non esattamente. L’ambiente economico-sociale oggi è diverso e sono cambiate per molti versi le regole del gioco, tanto che si sta affermando tra gli studiosi un bizzarro paradigma chiamato New Normal.

La definizione è uscita dalla mente di Mohamed el-Erian, americano di origine egiziana, top manager della Pimco che gestisce 70 fondi di investimento con un patrimonio di circa mille miliardi di dollari. Nel 2010, durante una conferenza, spiegò che l’economia si stava muovendo entro un nuovo percorso di medio-lungo periodo che avrebbe determinato le nuove “normali” condizioni alle quali tutti, finanza, lavoro, istituzioni pubbliche e private, erano costretti ad adattarsi. La definizione è diventata popolare, è finita in tv, se ne è appropriato il dibattito politico. Nulla sarà come prima, si diceva dopo la crisi dei subprime e il fallimento di Lehman Brothers. Sembrava retorica, invece è realtà.

La prima conseguenza immediata è che famiglie, imprese, governi, vengono indotti a ridurre i debiti, tagliando le spese, difendendo i risparmi, cambiando i consumi. Il processo è ancora in corso, impossibile fare consuntivi. Secondo alcuni, alla fine l’occidente ne uscirà più povero. Molto dipende dalla capacità di passare alla seconda fase, cioè il ritorno degli investimenti, riducendo tempi morti, stoccaggi, impegni di lungo periodo, cercando il denaro più sul mercato e meno nelle banche ancora convalescenti. La terza tappa è la ripresa del lavoro, con meno occupati nei settori in ridimensionamento strutturale e contratti molto flessibili (quindi più incerti) nelle branche in espansione.

Gli Stati Uniti hanno varcato la terza porta; il Giappone ha cercato di saltare la casella intermedia, ma per il momento non ce l’ha fatta; i paesi della zona euro non sono ancora usciti dal deleveraging, cioè la riduzione dei debiti, quelli pubblici come in Italia e Grecia, quelli privati come in Spagna e in Germania. Sì, persino nella roccaforte del modello renano. L’economia tedesca si è ripresa grazie all’export fuori dall’euro e al fatto che in piena crisi dei debiti sovrani è stata un rifugio. Ma adesso il primo fattore si è indebolito; quanto al secondo, dal momento che la Banca centrale europea diventa la prestatrice di ultima istanza, c’è meno bisogno di ripararsi comprando Bund. Si spiega così la riduzione dello spread con i Btp italiani o i Bonos spagnoli.

Davanti alla stessa Germania, dunque, si spalanca una “nuova normalità” fatta di crescita bassa se non proprio stagnante. Il Modell Deutschland, con tutte le sue reti di salvataggio e l’ossessione per la stabilità, diventa una palla al piede. L’Italia, la Spagna, la stessa Francia debbono lavorare di più con meno protezioni e salari inferiori. Ma se la classe dirigente tedesca pensa di salvare il sistema neo bismarckiano, s’illude.

E’ arrivato al capolinea il modello renano diventato egemone anche in Spagna e in Italia dopo la fine del capitalismo di stato negli anni 90 e con la costruzione dell’euro. Un modello in cui la banca è signora e il mercato sta ai margini, l’intreccio tra politica e corpi intermedi limita il ricambio e blocca la scala sociale, il rischio viene additato come una colpa, mentre è il lievito del progresso, come rivendica Edmund Phelps nel suo libro “Mass Flourishing”. Un modello troppo caro per le scarse risorse generate da un ritmo di sviluppo tanto basso, che si sgretola sotto i colpi della globalizzazione la quale non consente più di regolare su base nazionale il triangolo stato, capitale e lavoro.

Anche gli Stati Uniti fanno fatica, ma hanno scelto di adattarsi al nuovo mondo e ciò che doveva distruggerli, secondo i critici europei di sinistra e di destra, li rivitalizza. Durerà? Le previsioni non si realizzano mai, tuttavia l’ufficio americano di statistiche sul lavoro ha provato a proiettarsi fino al 2022 definendo il New Normal cifre alla mano. L’esercizio prevede un aumento medio del prodotto lordo pari al 2,6 per cento l’anno con una disoccupazione che scende al 5,4 per cento guadagnando circa 12,4 milioni di posti di lavoro. La produttività aumenta del 2 per cento, una crescita giudicata “forte”. Il reddito pro capite sale da 43 mila a quasi 52 mila dollari. Saranno costruite un milione e 600 mila nuove case, una cifra tale da soddisfare la nuova domanda e rimpiazzare i vecchi edifici.

E tuttavia gli americani non si sentono appagati. Le diseguaglianze aumentano, anche (forse soprattutto) a causa del gap di conoscenze indotto dal cambiamento tecnologico. Le aspettative si riducono e adeguarsi non è facile. Un impatto psicologico che ha implicazioni forti sui comportamenti privati e un immediato impatto su quelli pubblici. Le ultime elezioni lo hanno dimostrato: i repubblicani hanno vinto denunciando quel che non è stato realizzato, i democratici non hanno saputo difendere quel che è stato recuperato dalle macerie della crisi, la peggiore del Dopoguerra.

La politica, però, non ha avuto un grande impatto sulla ripresa, nata davvero dagli animal spirits. Sì, la Federal Reserve ha stampato moneta e tuttavia non ha creato inflazione. Il governo ha aumentato il disavanzo federale, però adesso è tornato al 2,8 per cento del pil, cioè il livello pre-crisi anche se Barack Obama ha introdotto una costosa riforma sanitaria. I contribuenti si lamentano che le tasse sono peggiorate ma tutto va visto in prospettiva: negli Usa siamo a una pressione fiscale del 26 per cento, in Germania del 43, in Italia del 45,2.

Altro che secolo asiatico, si prepara un nuovo secolo americano? La Cina sta riprendendo il suo posto al sole, quello che aveva a metà dell’Ottocento. Ma attenzione, “ben 17 dei 25 marchi globali sono americani; la Cina ha un reddito pro capite pari a un quinto di quello americano, continua a vivere di tecnologia importata e, come riconoscono gli stessi studiosi cinesi, non è ancora un paese commercialmente forte perché gli manca una finanza moderna, dei servizi efficienti e produzioni ad alto valore aggiunto”. E’ vero che a Pechino c’è buona parte del debito pubblico americano e una decisione del Partito comunista potrebbe mettere in ginocchio gli Stati Uniti. Però sarebbe un suicidio collettivo per la Cina e i suoi dirigenti. Lo spiega non un repubblicano neonazionalista, ma un politologo globalista e liberal come Joseph Nye, teorico del soft power, esponente della Trilateral. Dunque, calma e gesso. La carica cinese ha sottratto spazio nel commercio mondiale all’occidente e a farne le spese sono soprattutto il Giappone e l’Europa che si battono per difendere le proprie quote, ma non riescono a compiere il salto nel futuro.

La differenza di fondo è culturale, non mercantile. Cass Sunstein costituzionalista della Harvard Law School, all’indomani del successo repubblicano alle elezioni di medio termine ha immaginato su Bloomberg il messaggio che avrebbe inviato ai vincitori Friedrich Hayek, il più eloquente teorico della libertà politica non solo economica, punto di riferimento per gli intellettuali del Grand Old Party. Ebbene, il filosofo austriaco li avrebbe invitati a “prendere una posizione sostanzialmente radicale contro ogni pregiudizio popolare, ogni potere consolidato e ogni privilegio precostituito”. La citazione è da un libro del 1960 intitolato “Perché non sono un conservatore”. Ecco, il segreto dell’America rispetto all’Europa e al Giappone è proprio questo: rifiuta la stasi e la conservazione.

 

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