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Da LA BUSSOLA: 16-11-2014
 

Missione "Rosetta", un grande passo per l'umanità

Di Stefano Magni

    Il mistero delle comete è meno misterioso, d’ora in poi. Per la prima volta nella storia dell’uomo, il 12 novembre scorso un manufatto ha agganciato il nucleo di una cometa.
    Il manufatto in questione è il Philae, il modulo di atterraggio della sonda Rosetta. Si è agganciato al nucleo, ne ha trapanato la superficie (usando una trivella made in Italy), ha inviato alla terra una quantità di foto e dati che ha “impressionato” i ricercatori e poi si è messo in modalità dormiente per esaurimento delle sue batterie. Un promontorio della cometa permette di esporre i suoi pannelli solari solo per 3 ore ogni 24, troppo poche per ricaricare la batteria. Nonostante la difficoltà, i tecnici a terra stanno cercando di porre rimedio al problema. In ogni caso, è stato un successo spettacolare, paragonabile quasi al primo passo dell’uomo sulla Luna.
    Eppure, la missione che abbiamo appena descritto in estrema sintesi, non è partita dagli Stati Uniti, bensì dall’Europa. È la Missione Rosetta e il suo operatore è l’Esa, l’agenzia aerospaziale europea. Come abbiamo fatto ad arrivare prima degli americani, dei pionieri e protagonisti assoluti (assieme alla defunta Urss) della corsa allo spazio fin dalle sue origini? Molto semplicemente, l’Ue investe sempre più miliardi nel suo programma spaziale. Gli Usa, al contrario, tagliano ogni anno i fondi destinati alla Nasa e al suo programma spaziale.

    La missione Rosetta è iniziata nel 2004, quando fu lanciato il satellite a bordo del missile Ariane 5. Quell’anno, il budget europeo per le operazioni spaziali era ancora inferiore ai 3 miliardi di euro (la singola missione Rosetta, costa 1,4 miliardi). Da allora ad oggi, quel budget ha continuato a crescere, superando la soglia dei 3 miliardi di euro nel 2008, toccando i 3,6 nel 2009, i 3,645 nel 2010, i 3,994 nel 2011, 4 nel 2012 e 4,282 nel 2013. In pratica, anche negli anni della grande crisi economica europea, i governi dell’Ue e gli associati all’Esa hanno continuato a credere e investire nel programma spaziale.

    L’Italia svolge un ruolo tutt’altro che secondario. Non solo il trapano della missione Rosetta, che sta effettuando lo storico carotaggio di una cometa, come abbiamo visto, è di fabbricazione italiana, ma, più in generale, il nostro Paese è il terzo maggior contributore dell’Esa, dopo Francia e Germania. Il 12,9% del budget è costituito da soldi italiani. Abbiamo anche il maggior numero di astronauti, ben cinque: Samantha Cristoforetti, Umberto Guidoni, Paolo Nespoli, Luca Parmitano e Roberto Vittori.
    Come si spiegano investimenti così ingenti nell’esplorazione spaziale, pur in un periodo di profonda crisi economica? Solo con la convinzione che lo spazio sia un interesse di lungo periodo, che prescinde dalla condizioni contingenti e dalle crisi, che sono comunque passeggere. La conoscenza dello spazio è un passo avanti dell’umanità. La Missione Rosetta è stata dedicata alla stele di Rosetta, che ha permesso di decodificare i geroglifici e di conoscere l’antica civiltà egiziana. Allo stesso modo, l’attuale esplorazione di una cometa, a mezzo miliardo di km di distanza dalla Terra, ci potrebbe permettere di decodificare l’origine del sistema solare e forse anche l’origine della stessa vita sulla Terra. Una conoscenza simile, non ha prezzo. Così come non avrà prezzo la conoscenza, nel prossimo futuro, dei segreti dell’Universo Oscuro, obiettivo della prossima grande missione dell’Esa, l’Euclid.
    Nonostante questi grandi passi avanti, non mancano i “gufi” che, non solo sono pessimisti nei confronti delle scoperte attuali, ma sono anche critici nei confronti di quel che progettiamo di fare nell’immediato futuro. In un servizio del Tg4, diventato ormai “storico” suo malgrado (per il numero di critiche che ha ricevuto su tutte le pubblicazioni scientifiche online), apprendiamo che l’investimento per la Missione Rosetta è “troppo” e che i risultati possono entusiasmare solo un “manipolo di scienziati”. Aggiungendo il danno alla beffa, pubblicazioni scientifiche come Wired, la prima che ha attaccato a testa bassa il servizio del Tg4, definiscono “medioevale” questo modo di ragionare con un articolo intriso di pregiudizi contro il cattolicesimo “oscurantista”.

    Eppure nel Medio Evo cristiano, l’interesse per le esplorazioni era immenso. Basti ricordare che la cultura europea cristiana, nei “secoli bui”, ha prodotto una Gudridur Thorbjarnardottir, esploratrice islandese che arrivò fino all’America settentrionale nell’XI Secolo e andò in pellegrinaggio a Roma per riferire a Papa delle sue esplorazioni, per poi vivere il resto dei suoi giorni come suora ed eremita. Il basso Medio Evo ha prodotto, a Venezia, Marco Polo, uno dei più grandi esploratori di tutti i tempi che arrivò fino in Cina per riaprire la via della seta nel suo celeberrimo viaggio del 1260-66. E sul finire del Medio Evo, fu un altro grande italiano cattolico, Cristoforo Colombo, che aprì definitivamente la via delle Americhe con il suo storico sbarco del 1492.

    La cultura cattolica ha sempre dimostrato entusiasmo per l’esplorazione, anche quella dello spazio, in epoca contemporanea. Basti vedere cosa scriveva in proposito Giorgio La Pira agli albori dei viaggi extra-terrestri e rileggere lo struggente messaggio del Beato Paolo VI rivolto ai primi uomini sbarcati sulla Luna.
    Non è il Medio Evo, non è la cultura cattolica che si oppongono ai passi avanti dell’umanità nello spazio. È semmai il moderno “progressismo”, in particolar modo l’ideologia ecologista, che si mette di traverso. Nel 1976, il presidente democratico Jimmy Carter vinse le elezioni promettendo meno viaggi spaziali e più ospedali, più welfare e meno sogni sulla Luna. Il motto “più ospedali, meno spazio” per “stare coi piedi per terra” divenne uno slogan molto popolare fra i “progressisti” d’America e non solo.

    E oggi? Stessa cosa. Il presidente più progressista e radicale mai giunto alla Casa Bianca, Barack Obama, promette meno viaggi spaziali e più rispetto per l’ecologia. L’imprenditore progressista Bill Gates, tuttora l’uomo più ricco del mondo, dichiara candidamente che: «Ciascuno ha le sue priorità. Per migliorare le condizioni dell’umanità, non vedo alcun nesso (con le esplorazioni spaziali, ndr). Penso che sia divertente, perché lanci razzi in aria. Ma non è un campo in cui investirei un soldo». Gates, in compenso, è uno dei maggiori finanziatori dei programmi di lotta al “riscaldamento globale”, che tanto piacciono agli ecologisti.
    Non tutti la pensano come Bill Gates e altri miliardari, quali Sir Richard Branson (Virgin), Jeff Bezos (Amazon), Larry Page (Google) ed Elon Musk (SpaceX) hanno i loro programmi spaziali privati. Non sempre di successo, come dimostra il recente incidente mortale che ha coinvolto una navetta al collaudo del programma Virgin Galactic. Ma l’atteggiamento di Bill Gates è comunque molto significativo del nuovo corso del “progressismo”, attentissimo all’ecosistema, molto meno all’uomo e ai suoi progressi.

    In generale, l’amministrazione Obama, che ben rappresenta questa mentalità, ha investito una parte considerevole del suo stimolo economico in programmi sulle energie alternative rinnovabili (anche molto discutibili per i loro poveri risultati), ma, anno dopo anno, taglia i fondi alla Nasa. Che ora ha a sua disposizione appena lo 0,49% del budget federale (all’inizio dell’amministrazione Obama era lo 0,6%).

    Gli americani rischiano di essere surclassati dagli europei, pur avendo maggiori risorse a disposizione e un know how maggiore rispetto a quello di qualunque altra nazione al mondo. Non perché sono tornati al Medio Evo, ma proprio perché sono troppo lanciati nella post-modernità.

 

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