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Da LA BUSSOLA: 26-08-2014

Perché il Califfato minaccia anche gli altri musulmani

Di Massimo Introvigne 
    
    L'aggressione delle milizie dell'Isis (Stato Islamico dell'Iraq e della Grande Siria), guidate dal sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi contro la minoranza turcomanna di religione sciita, la terza a essere esposta a un rischio di genocidio, dopo i cristiani e gli yezidi, rappresenta sia una svolta nel conflitto in Iraq, sia un'occasione per comprendere meglio l'ideologia dell'Isis ed evitare errori di prospettiva. Una svolta, perché per la prima volta il Califfato sunnita massacra altri musulmani, sciiti, e massacra una popolazione di origine e lingua turca, provocando inevitabili reazioni sia in Turchia sia in Germania, il Paese europeo che ospita la maggiore comunità turca e il cui governo ha immediatamente reagito iniziando a inviare armi alle milizie curde che combattono l'Isis.
    I turcomanni iracheni sono oltre mezzo milione, e di questi duecentomila sono sciiti. Mantengono importanti legami tribali, religiosi e culturali con la Turchia, che non può restare indifferente quando sono massacrati dalle sanguinarie bande del Califfo. Insieme, l'attacco ai turcomanni è occasione per capire bene la strategia e l'ideologia dell'Isis, su cui spesso in Occidente circolano imprecisioni. È possibile sapere esattamente che cosa vuole il sedicente Califfo perché da luglio pubblica una rivista in numerose lingue tra cui l'inglese, "Dabiq", una pubblicazione raffinata e riccamente illustrata che fa seguito al precedente più semplice bollettino Islamic State Report. Il suo sito appare e scompare da Internet, ma i numeri della rivista restano archiviati e facilmente scaricabili altrove, posto che nulla può essere veramente eliminato dalla Rete. "Dabiq", disponibile in cinque lingue, è una rivista di propaganda: ma si tratta di propaganda per musulmani. La sua cronaca trionfalistica delle vittorie dell'Isis può certamente essere messa in dubbio. Ma rimane un documento prezioso per capire l'ideologia di al-Baghdadi.
    Il mercato ideologico dell'ultra-fondamentalismo islamico è molto affollato. Per affermarsi su questo mercato l'Isis deve distinguersi nettamente da altri gruppi ed attaccarli come eretici. I nemici dell'Isis sono sostanzialmente due: la galassia che fa capo ai Fratelli Musulmani, la casa madre del fondamentalismo islamico, e al-Qa'ida. Leggendo Dabiq si scopre l'importanza per l'Isis di un vero e proprio evento di fondazione: la morte nel 2006 in Iraq del terrorista internazionale giordano Abu Musa al-Zarqawi. Zarqawi, che aveva sempre mantenuto buoni rapporti con il regime di Saddam Hussein, dopo la caduta di questo e l'invasione americana era stato nominato da Osama bin Laden "emiro" di al-Qa'ida in Iraq. In seguito, tuttavia, tra bin Laden e Zarqawi emersero crescenti dissensi. Zarqawi aveva metodi da tagliagole, culminati nella decapitazione dell'ostaggio americano Nicholas Berg, eccessivi e propagandisticamente controproducenti perfino per al-Qa'ida. Ma soprattutto Zarqawi teorizzava il massacro di tutti i non sunniti: cristiani, seguaci di altre religioni e anche “eretici” sciiti. Le sue milizie distruggevano in Iraq interi villaggi sciiti, uccidendo tutti gli abitanti. 
    All'epoca, al-Qa'ida non aveva fra le sue priorità l'attacco ai cristiani (dopo, le cose sono cambiate), e soprattutto nella complessa strategia geopolitica di bin Laden un'occasionale retorica contro gli sciiti coesisteva con rapporti, mai interrotti e necessari, con l'Iran sciita. Lo si dice di rado apertamente, ma in Medio Oriente molti sono tuttora convinti che le indicazioni per trovare e uccidere Zarqawi nel 2006 siano state fatte arrivare agli americani dallo stesso vertice di al-Qa'ida. Per l'Isis, in questa controversia, Zarqawi è stato l'eroe e bin Laden il cattivo. Per l'Isis, infatti, la creazione di zone integralmente sunnite, risultato di una “pulizia etnica” che elimini cristiani, seguaci di altre religioni come gli yezidi e anche musulmani sciiti, è essenziale all'idea stessa del Califfato. Inoltre «Dabiq» spiega che la restaurazione del Califfato è l'aspetto essenziale della lotta islamica nel XXI secolo. Tutto il resto è secondario, e al-Qa'ida ha dedicato troppo energie agli attentati terroristici in Occidente.
    Oggi, secondo Dabiq, al-Qa'ida sbaglia a consigliare agli ultra-fondamentalisti che vivono in Europa e negli Stati Uniti di costituire cellule là dove si trovano e preparare attentati. All contrario, è un dovere religioso emigrare nelle zone della Siria e dell'Iraq e arruolarsi nelle truppe del Califfato. Quest'ultimo, insiste al-Baghdadi, dev'essere unico e la strategia attuale di al-Qa'ida di costituire “emirati” su territori non contigui fra loro in Siria, Somalia, Nigeria, Pakistan è sbagliata. Non già che l'Isis non voglia uno scontro con l'Occidente. Al contrario, questo è militarmente e anche teologicamente essenziale alla vittoria finale del Califfato. Lo mostra la stessa scelta del titolo della rivista, Dabiq, che è il nome di una cittadina in Siria dove, secondo un ben noto “hadith”, cioè un detto attribuito a Muhammad, avverrà nei tempi ultimi lo scontro finale fra i musulmani e i cristiani, quello che aprirà all'islam la via verso Roma. Questa ideologa apocalittica spiega perché l'Isis non solo non tema, ma auspichi un intervento contro il suo territorio di americani ed europei e anche della Russia, per cui in Siria moltiplica le provocazioni anti-russe.
    Dabiq ci spiega che fa tutto parte del piano di Allah per i tempi ultimi: i “cristiani” (europei, americani, russi) devono essere attirati a combattere nella terra dell'islam, e lì sconfitti, dopo che un'invasione “cristiana” avrà mostrato al mondo islamico che al-Baghdadi è il vero Califfo e fatto accorrere musulmani di tutto il mondo ad arruolarsi sotto le sue bandiere. Leggendo Dabiq emerge anche - ed è confermato da tante altre fonti - come lo scontro fra Isis e al-Qa'ida non sia puramente teorico. Al-Qa'ida ha una sua organizzazione che combatte contro il regime di Assad in Siria, Jabhat al-Nusra, e fra l'Isis e Jabhat al-Nusra è in corso uno scontro non solo politico, ma militare, con centinaia di morti. Va anche capito perché i Fratelli Musulmani (compresa la direzione di Hamas in Palestina e i leader dei Fratelli attualmente in carcere in Egitto) nella retorica dell'Isis non siano alleati ma nemici. Sono considerati anche peggiori di al-Qa'ida, perché non solo mantengono rapporti con gli sciiti (nel caso di Hamas, sia con il regime di Assad, che è un alauita, cioè un fedele di uno scisma sciita, sia con l'Iran), ma non rifuggono, almeno in Palestina, dalla collaborazione con cristiani, purché di sentimenti anti-israeliani, cui promettono in un futuro Stato islamico, e già ora concedono a Gaza, una situazione non proprio uguale a quella dei musulmani, ma certo diversa dal regime di terrore in cui al-Baghdadi fa vivere le minoranze nel suo territorio. 
    Il massimo dell'esecrazione è riservato all'islam politico turco del presidente Erdogan, che ha promesso all'Unione Europea piena libertà e uguaglianza per le minoranze religiose, cristiani compresi (che poi questa non sempre si realizzi in pratica, per l'Isis è secondario): il che spiega la furia di queste settimane di al-Baghdadi contro i turcomanni dell'Iraq, accusati di essere una «longa manus» della Turchia. L'ideologia del Califfato di al-Baghdadi va dunque studiata e capita bene. La Santa Sede ha fattualmente ragione quando afferma che i musulmani non sono tutti uguali, anche se, come abbiamo messo più volte in luce su queste pagine, vi sono problemi irrisolti quanto al rapporto fra fede e ragione e fede e violenza che attraversano tutto l'islam. 
    Neppure i fondamentalisti islamici sono tutti uguali, e neppure gli ultra-fondamentalisti violenti. Tra Fratelli Musulmani, al-Qa'ida, Isis ci sono differenze reali, che portano a scontri non solo ideologici e politici, ma militari. Non si limitano a discutere di teologia, si ammazzano tra loro. Il Califfato è un pericolo non solo per i non musulmani, ma anche per i musulmani non sunniti e per gli Stati islamici vicini, che al-Baghdadi considera tutti illegittimi ed eretici. Se si vuole fermare l'Isis, e proteggere le minoranze che minaccia di sterminare, a partire dai cristiani, si deve tenere conto della sua ideologia. E magari lavorare sulle contraddizioni che sempre più radicalizzano lo scontro fra l'Isis e altre componenti dell'islam politico.

 

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