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Da LA BUSSOLA: 02-04-2014

Anche in Italia i feti finiscono in cenere

Di Tommaso Scandroglio


    Il Servizio Sanitario Nazionale inglese qualche giorno fa ha ammesso che i cadaveri di almeno 15.500 bambini abortiti sono finiti nei rifiuti speciali ospedalieri destinati all’inceneritore, inceneritore che in qualche caso è servito per produrre energia elettrica per gli stessi ospedali. L’aborto è così diventato ecosostenibile e l’energia da biomasse ha trovato un’altra sua materia prima rinnovabile.
    Il fatto era stato raccontato non molto tempo fa da un’inchiesta di "Channel 4" ed ha suscitato ribrezzo e riprovazione. Ma a ben vedere c’è da domandarsi perché così tanta costernazione. Se la legislazione inglese, alla pari di moltissime altre simili, considera un diritto uccidere un bambino ancora nel seno della propria madre, ciò significa che stiamo trattando un essere umano come una cosa la quale, se non ci è utile o peggio sgradita, possiamo buttare nel cestino dei rifiuti.
    Ed infatti il vescovo Alan Hopes della diocesi di East Anglia non ha avuto timore nell’esprimersi così: "Non dovremmo essere sorpresi da quello che accade ai resti umani in alcuni dei nostri ospedali, così come ci è stato segnalato. Gran parte della società non condivide la nostra fede nella sacralità e nella dignità della vita umana in tutte le sue fasi e considera invece la vita umana come uno dei tanti prodotti usa e getta”.
    I media si scandalizzano che i corpi di questi bambini finiscano nell’inceneritore, ma perché non si scandalizzano che vengano uccisi? Azione ben più turpe. Si stracciano le vesti per quest’atto di barbarie, ma senza aborto nessun si sarebbe mai sognato di smaltire i corpi in tal modo. È l’aborto la vera barbarie, il fatto che produce poi tutta una seria di nefandezze che sono solo la conseguenza logica di una premessa turpe: la vita del figlio non vale nulla. E così via libera non solo all’incenerimento, ma alle sperimentazioni sugli embrioni (tra cui gli embrioni "cibridi", un po’ uomini e un po’ animali), alla produzione in vitro del bebè per avere un figlio o per avere pezzi di ricambio per il fratellino già nato, all’uso di materiale organico per la cosmesi e così via orripilando. 
    La reazione massmediatica alla notizia che migliaia di bambini non hanno ricevuto degna sepoltura è in realtà figlia della stessa mentalità che prima di metterli nell’inceneritore li ha uccisi. La mentalità secondo cui certe azioni sono sbagliate o giuste non di per se stesse, ma solo se il senso comune ha deciso che lo siano. E così aborto e fecondazione artificiale vanno bene e l’inceneritore quello no, perché davvero sconveniente, di cattivo gusto. In breve non si capisce perché è ripugnante disfarsi di un bambino in questo modo e non lo sia, prima, averlo ucciso.
    Ma dall’Inghilterra voliamo qui da noi e scopriamo che quello che accade al di là della Manica è pratica legittima e consuetudinaria in Italia. I feti abortiti di venti settimane e più devono essere inumati, ma per quelli di età gestazionale minore i cui resti non vengono chiesti dai genitori li aspetta la procedura di smaltimento propria dei rifiuti ospedalieri speciali. E così il materiale organico fetale – usiamo questa espressione perché dopo la procedura abortiva il feto non è più morfologicamente riconoscibile – finisce nello stesso contenitore dove troveremo pezzi di resezione di colon e di fegato. Il tutto poi viene bruciato. Ed è tutto legale. 
    Vi sono realtà associative, come l’associazione "Difendere la Vita con Maria", che si preoccupano invece, tramite apposita convenzione con le strutture ospedaliere, di donare a questi piccoli una degna sepoltura. Ma è solo una goccia nel mare dei centomila e più aborti legali effettuati nel nostro Paese. Tutti gli altri finiscono in cenere. I bambini abortiti come novelli ebrei di un secondo olocausto? Pare proprio di sì.

 

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