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Da LA BUSSOLA: 21-08-2013
Egitto
 
L'Occidente allineato con Qatar e Talebani
 
Di Valentina Colombo
    
    Più il tempo passa più la crisi egiziana diventa paradigma di contraddizioni, incongruenze e ambiguità sia a livello interno sia nella reazione internazionale agli eventi in corso. Sembrerebbe apparentemente curioso che le condanne nei confronti dell’operato dei militari e il sostegno di Morsi provengano da un lato dall’Europa e dagli Stati Uniti e dall’altro dai Talebani e dal Qatar.
    Perché mai tanta solerzia nel raccomandare il rispetto della democrazia da parte occidentale quando si tratta dei Fratelli Musulmani in Egitto mentre non si proferisce parola sulla totale assenza di democrazia e di rispetto dei diritti umani in un paese come l’Arabia Saudita? Silenzio e connivenza nei confronti del Regno Saudita quando si tratta di diritti umani, ma opposizione al paese delle due Sante Moschee dell’Islam nell’esprimere un giudizio sulla situazione attuale nel paese dei Faraoni.
    Ebbene sì, l’Arabia Saudita appartiene a quel gruppo di paesi del Golfo che, unitamente a Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, hanno offerto il proprio sostegno anche economico all’Egitto qualora venissero a mancare gli aiuti finanziari europei e americani.
    Non solo, ma lo scorso 19 agosto il Ministro degli Esteri saudita, il principe Sa’ud al-Faysal, nel corso di una visita in Francia ha denunciato quanto segue: «Sfortunatamente, osserviamo oggi che le posizioni internazionali hanno assunto una linea strana, quella di ignorare fatti inconfutabili e invece di concentrarsi sui principi generali. È come se volessero coprire i crimini che questi oppositori dell’attuale governo stanno commettendo, ovvero la messa a ferro e fuoco dell’Egitto e l’uccisione dei suoi cittadini e sembra addirittura che vogliano spronare questi partiti a perseverare in queste pratiche».
    Se l’opinione di un Ministro saudita può sollevare qualche dubbio per quanto già affermato circa le questioni interne del proprio paese, l’allarme lanciato da Volkhard Windfuhr, giornalista della rivista tedesca “Der Spiegel” e presidente dell’Associazione della Stampa Estera al Cairo, non può che essere accolto e preso in debita considerazione: «Cari colleghi dell'Associazione della Stampa Estera al Cairo, senza prendere posizione circa il conflitto interno, considero che sia nostro dovere rendere i nostri membri consapevoli del fatto la nostra attività giornalistica e così come la nostra vita sono sempre più messe a repentaglio.
    «Purtroppo alcuni dei nostri colleghi sono caduti vittime di attacchi fatali. Non sono stati semplici vittime del caos o di un normale scambio di fuoco, ma bersagli intenzionali. Non sono stati vittime né degli agenti della Polizia né dell'Esercito, ma dei sedicenti “manifestanti pacifici”. Io stesso oggi sono miracolosamente sfuggito al fuoco di un cecchino sul Ponte 15 Maggio nel quartiere di Zamalek. Il criminale non era un poliziotto e possono testimoniare il fatto dei comuni cittadini egiziani che si trovavano a passare da quelle parti. Non mi trovavo lì per la mia attività giornalistica, ma ero semplicemente diretto a un caffè per incontrare degli amici.
    «È scandaloso ciò che commettono questi violenti “manifestanti”. Attaccano la gente a caso, attaccano il proprio Stato, attaccano gli edifici pubblici e un sempre più cospicuo numero di chiese, negozi e case dei cristiani. Non è mio compito, in quanto Presidente dell'Associazione della Stampa Estera, di tediarvi con analisi politiche, ma mi sento costretto dalla coscienza e dall'etica professionale a esprimere la mia ferma disapprovazione per il fatto che la guerra che i “manifestanti” combattono contro lo Stato che ci ospita solo raramente viene trattata dai giornalisti in modo adeguato. Ma non è mai tardi. Fate attenzione!».
    L’interrogativo più spontaneo e più urgente riguarda quindi le ragioni per cui soprattutto Europa e Stati Uniti, a livello di istituzioni e stampa non abbiano il coraggio di denunciare gli atti efferati degli adepti dei Fratelli musulmani contro i giornalisti, contro i cristiani, contro gli egiziani. Giusta la condanna dell’abuso della violenza da entrambe le parti, ma è innegabile che i Fratelli Musulmani hanno dichiarato guerra all’Egitto e agli egiziani che non si schierano con loro.
    Il 19 agosto il giornalista tunisino Fathi B’chir criticava l’approccio europeo scrivendo che l’Europa è «doppiamente obnubilata dalla salvaguardia dei suoi interessi e dal rischio per la propria sicurezza come conseguenza di una evoluzione negativa nei Paesi limitrofi». Il motivo credo sia proprio quello appena espresso. Non va d’altronde dimenticato il radicamento dei Fratelli Musulmani in Europa e negli Stati Uniti. Le associazioni a loro ideologicamente legate sono spesso diventate, in modo particolare dopo l’11 settembre, i referenti degli apparati di sicurezza interni occidentali. È evidente che il timore di mettere a repentaglio una rete informativa interna risulta molto marcato. 
    In Italia in un comunicato dell’8 luglio, l’Ucoii condanna l’allontanamento di Morsi da parte dell’esercito: «Quando le Forze Armate di un Paese, travalicando funzioni istituzionali che la Costituzione gli attribuisce, forti dei mezzi di cui lo Stato le ha dotate per difendere il popolo e la nazione, intervengono pesantemente nel contesto politico, si configura quello che è noto come colpo di Stato. Questo è quello che è accaduto in Egitto dove un presidente democraticamente eletto, dopo una rivolta che aveva cacciato un autocrate corrotto e squalificato, è stato destituito manu militari e la costituzione voluta e votata dal popolo è stata annullata.
    «Il grande movimento verso la democrazia reale che le masse arabe hanno interpretato con coraggio e sacrificio negli ultimi tre anni subisce così un brutale arresto e molti integerrimi cittadini appartenenti al partito di governo sono stati arrestati o sono ricercati. La democrazia non tollera la critica delle armi, esse infatti sono strumenti di terrore e somma ingiustizia quando si rivolgono, come in questo caso, contro coloro i quali dovrebbero essere invece tutelati e protetti nella loro funzione di rappresentanti del popolo e governanti.
    «Mentre esprimiamo tutta la nostra solidarietà al legittimo presidente della Repubblica Araba d'Egitto, ne chiediamo l'immediata liberazione e il reintegro nella funzione che il popolo gli aveva affidato. Al contempo lanciamo un accorato appello a tutti gli egiziani, di qualsiasi religione e tendenza politica affinché sappiano individuare al più presto un percorso non violento di unità e concordia che possa garantire e proteggere gli assunti democratici tanto a caro prezzo conquistati».
    Comunicati simili, alcuni dei quali sottolineano la “pacificità” delle manifestazioni, sono stati emessi dalla rete delle moschee europee legate alla FIOE (Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europa), una posizione di condanna è stata anche espressa da Tariq Ramadan, nipote del fondatore dei Fratelli Musulmani Hasan al-Banna e rappresentante dell’Islam riformatore europeo. In un articolo pubblicato il 17 agosto su "The Malaysian Insider", Tariq Ramadan si è addirittura spinto ad affermare che i roghi alle Chiese sono stati voluti dal generale al-Sisi per trovare l’appoggio all’Occidente.
    L’altra teoria del complotto è quella espressa dal turco Erdogan secondo il quale ci sarebbe lo zampino di Israele per destabilizzare il Medio Oriente e distogliere l’attenzione dalla questione palestinese. Mettendo da parte le assurde teorie complottistiche, non c’è dubbio che l’opinione delle comunità islamiche, che non corrisponde a quella della maggioranza dei musulmani, eserciti enorme influenza sulle dichiarazioni dei governi occidentali.
    Quindi se in Egitto, il prossimo novembre, si discuterà la messa al bando dei Fratelli musulmani, l’Europa e gli Usa resteranno a guardare oppure giungeranno a un compromesso come quello che ha visto mettere al bando l’ala armata di Hezbollah, ma non Hezbollah nella sua totalità. Purtroppo anche la decisione dell’esercito egiziano di rilasciare Mubarak nel giorno in cui viene arrestata la Guida Suprema dei Fratelli musulmani, Mohammed Badie, non è un atto coerente e alimenta le critiche e i sospetti di complotto degli oppositori.
    Purtroppo sino a quando la ragion politica, da parte occidentale e da parte araba, non lascerà il posto al rispetto incondizionato dei diritti umani sarà difficile uscire dal labirinto attuale e gli egiziani non porteranno a compimento il lungo e arduo cammino verso la tanto agognata democrazia.

 

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