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Da LA BUSSOLA: 17-05-2013

Mangiare insetti?

L'ultima "moda" Fao

Di Stefano Magni

   
    Già lo aveva detto l’Unione Europea, adesso lo ribadisce la Fao: si devono mangiare insetti. Insetti? Sì: l’agenzia Onu per l’agricoltura e il cibo parla proprio di cavallette, cicale, api, formiche, bruchi, larve e altre leccornie per raddrizzare la dieta di questo Occidente “troppo viziato”. 
    Il rapporto della Fao “Insetti commestibili: prospettive future per la sicurezza alimentare e il nutrimento animale”, sostiene che una dieta a base di insetti contenga gli stessi valori proteici e minerali della carne. E garantisca, dunque, una nutrizione più “sostenibile” per il pianeta.
    Secondo il rapporto, vi sono ben 1.900 specie di insetti che già vengono regolarmente mangiate dagli uomini, specialmente in Asia e in Africa. “Gli insetti sono molto nutrienti, hanno un alto contenuto di proteine, sali minerali e grassi”, commenta Eva Ursula Müller, direttrice del Dipartimento politiche economiche forestali dell’agenzia Onu, “sono quindi essenziali per le popolazioni di molti Paesi in via di sviluppo, in Asia, Africa e America Latina. E hanno già un ruolo importante nell’alimentazione umana, visto che già li mangiano due miliardi di persone, un terzo della popolazione mondiale”. 
    Lo stesso rapporto nota, con stupore, che in Occidente gli insetti facciano generalmente schifo ai clienti dei ristoranti. E dunque invita gli chef a superare questi pregiudizi culturali, perché inseriscano cavallette, bruchi, vespe e larve in cima ai loro menu.
    “In Occidente abbiamo un pregiudizio culturale e pensiamo che gli insetti, solo perché sono mangiati in Paesi in via di sviluppo, non possano essere buoni”, commenta Arnold van Huis dell’Università Wageningen (Olanda), uno degli autori del rapporto. Secondo le stime della Fao, farebbero bene anche per combattere la piaga dell’obesità (stranamente poco diffusa in Africa) e già vengono consigliati da sempre più medici per una dieta “bilanciata”. Non che manchino i ristoranti dove già vengono serviti insetti, magari anche a caro prezzo, a clienti curiosi, o ecologisti da salotto.
    Ad esempio c’è il “Grasshopper Taco” (il taco con cavallette) nel ristorante Oyamel della capitale statunitense, che pare stia diventando un piatto “di culto”. Il Typhoon, a Santa Monica in California, serve i bachi da seta in salsa di soia, zucchero e pepe. Il Guelaguetza, di Los Angeles, propone nel suo menu i “Chapulines a la Mexicana”. Cioè: cavallette con contorno di cipolle, peperoncini e pomodori.
Secondo la rivista “The New Yorker”, i clienti dei ristoranti di lusso considerano sempre più “alla moda” nutrirsi di insetti. Il rapporto Fao, però, va oltre questi rari casi di snobismo. Perché propone un ri-orientamento degli allevamenti.
    Secondo la Fao è “uno dei tanti modi per trovare cibo e affrontare l’insicurezza alimentare”. “Gli insetti sono ovunque, si riproducono rapidamente, crescono velocemente ed hanno un basso tasso di impatto ambientale”. 
    Domanda seria: è uno scherzo? No, la Fao parla con convinzione. Il rapporto in questione è reale. Il senso comune suggerisce che in Africa, Asia e America Latina gli insetti vengano mangiati da 2 miliardi di persone per non morire di fame, perché non avrebbero altro da mangiare, non tanto perché abbiano gusti diversi.
    Il nostro disgusto nei confronti di una dieta simile deriva dal fatto che le nostre tecniche agricole e di allevamento ci hanno permesso di superare, da un pezzo, la fase della sopravvivenza. Prova ne è, che i delegati della Fao, ricchi funzionari provenienti anche dai tre continenti più poveri, non mangiano affatto insetti: il menu dei ristoranti del Palazzo di Vetro, ne è privo. 
    Anche loro sono vittime del pregiudizio? Le due parole chiave per comprendere il significato reale di questi suggerimenti, sono “impatto ambientale”. La convinzione è che il nostro stesso progresso porti all’esaurimento delle risorse. Derivata, a sua volta, dalla teoria dell’economista britannico Thomas Robert Malthus, secondo cui l’uomo procrea più rapidamente delle risorse agricole a sua disposizione e dunque si arriverà al punto in cui il cibo sarà troppo poco per nutrire gli umani.
    Se gli uomini diventano troppo grassi, benestanti e prolifici, dunque, rischiano di esaurire il pianeta. C’è dunque chi sostiene che si debba tornare a mangiare insetti e chi propone, direttamente, la riduzione numerica del genere umano, con politiche di denatalità. Quando Thomas Robert Malthus morì, nel 1834, la popolazione mondiale raggiungeva a stento il miliardo di persone. Adesso siamo 7 miliardi. In proporzione, muoiono di fame molte meno persone rispetto al 1834, quasi nessuna in intere aree del pianeta quali l’Europa, il Nord America e, ormai, anche la maggior parte di Asia e America Latina. La realtà dei fatti smentisce tutti i giorni le teorie di Malthus. Le risorse non si distruggono, ma si creano. (Ci sarebbero anche gli Ogm, ma non ce li lasciano usare).
    Eppure le profezie di Malthus sono più seguite che mai. C’è solo da sperare che queste nuove teorie sul nutrimento provochino un’istintiva rivolta in tutti coloro che si rifiutano di aderire alla moda delle “Chapulines a la Mexicana” o del “Grasshopper Taco”. “Che mangino brioches!” era la risposta attribuita alla regina Maria Antonietta di Francia alla constatazione “al popolo manca il pane”. La regina non lo disse mai, quel dialogo era inventato dai libellisti, ma lei perse per davvero la testa sulla ghigliottina. 
    La Fao ci sta dicendo (e lo scrive, chiaro e tondo, in un rapporto), “Che mangino insetti!”. Come dovremmo reagire?

 

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