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Da LA BUSSOLA: 11-04-2013

Gay:

   La guerra delle felpe 

Di Andrea Zambrano

    Finirà che tra un po' vieteranno di esporre pubblicamente anche una semplice Natività: per oltraggio alla pubblica decenza. Tempi duri per la famiglia tradizionale. L'ennesimo attacco arriva ancora una volta dalla Francia, Stato pilota per le più ardite sperimentazioni nel campo del laicismo militante. La notizia sta facendo il giro della rete.
    Il giorno di Pasquetta a Parigi il signor Franck Talleu stava passeggiando al parco Luxembourg con moglie e figli. È festa, non serve la cravatta. Abbigliamento casual per lui: una semplice felpa, ma dall'alto valore simbolico. È l'indumento creato ad hoc per la manifestazione contro le nozze gay e possibilità di adozione per coppie omo che il governo Hollande sta a larghe falcate tentando di introdurre nell'ordinamento transalpino. Ritrae una famigliola stilizzata: mamma, papà, figlio e figlia. Nessuna scritta, nessun incitamento a chicchessia, nessun riferimento ai matrimoni omo. Eppure portare in Francia quella felpa può diventare estremamente pericoloso a giudicare dal racconto che Talleu ha fatto a le Figaro, con tanto di foto: mostra due sorveglianti del parco che accompagnano l'incauto passeggiatore in gendarmeria.
    Motivo? Si è semplicemente rifiutato di togliersi la maglietta su ordine dei due addetti alla buon costume. L'immagine infatti, simbolo del corteo contro il matrimonio omosessuale, costituisce una manifestazione non autorizzata e potrebbe choccare l'opinione pubblica. Talleu è sconcertato. Rifiuta di togliersi la maglia, viene multato, insiste nell'opporsi a denudarsi in pubblico. Così i due gendarmi da buoncostume lo portano via fino a quando l'uomo, guardando teneramente i poveri figli disorientati, non decide di levarsi la felpa. Ma la multa rimane. E soprattutto rimane lo sconcerto per un comportamento inaudito da parte delle autorità francesi: «Comincia una nuova resistenza - ha detto l'uomo -: quella di chi passeggia al braccio della moglie con i figli per mano».
    La notizia fa il giro della rete e trova molti attivisti pro life scandalizzati. Così, da qualche giorno sui social network c'è un link  attraverso il quale ordinare la maglietta della discordia: vastità di modelli, di colori, per lui e per lei e anche per i bambini. Insomma: è partita una guerriglia marketing all'insegna della difesa del matrimonio tradizionale. E anche in Italia c'è chi ha cominciato a dare man forte acquistando la "terribile" felpa trasgressiva con le immagini di mamma, papà e bambini. 
    La campagna è partita, ma è chiaro che l'episodio va letto come una spia di un progressivo imbarbarimento nel dibattito sulle nozze gay. Con derive che potrebbero varcare anche i confini in Italia dove da tempo si sta preparando il terreno al reato di omofobia attraverso lo specchietto per allodole del riconoscimento delle coppie di fatto omosessuali.
    Un esempio viene dall'impegno con il quale tante amministrazioni comunali e provinciali d'Italia stanno approvando ordini del giorno o mozioni per chiedere al Parlamento di legiferare sul reato di omofobia. La maggior parte dei testi sottoposti all'attenzione degli eletti nei consigli locali fanno riferimento non solo a episodi di violenza o percosse per motivi legati alle scelte sessuali, ma hanno anche un passaggio che rappresenta il vero tranello dell'operazione e che è sfuggito anche a tanti esponenti di partiti come Lega e Pdl che hanno votato a favore di tali provvedimenti pensando di compiere una scelta tutto sommato di buon senso. In molti documenti portati al voto e che, sommati tutti insieme, pesano nell'opinione pubblica per l'orientamento del Parlamento si definisce omofobia anche le «discriminazioni a violazione del principio di uguaglianza e limitazione ingiustificata e irragionevole dei diritti».
    Se dovesse essere introdotto il matrimonio gay, o anche solo il riconoscimento giuridico dell'unione di fatto, questi diventerebbero dei diritti. E a un diritto sarebbe molto difficile opporsi soprattutto con azioni di carattere dimostrativo. Come appunto è il caso della maglietta in questione, sanzionata perché in Francia quello dei matrimoni gay sta diventando ormai un diritto. Ecco il tranello che molti politici anche cattolici non vedono. Chissà se un domani dovremo considerare un oltraggio al buon costume anche la celebre maglietta del Movimento per la vita “Sì alla vita" perché offende chi invece definisce l'aborto una scelta libera della donna e niente più. La battaglia sui temi legati alla dignità della vita sembra dunque spostarsi anche su canali che un tempo erano riservati al chiacchiericcio. E anche una maglietta può scatenare rivolte popolari. 
    Lo insegna il caso delle vignette danesi contro Maometto, ma che una maglietta possa dire molto di più dell'immagine stampata su cotone non ce lo insegna soltanto la dura legge del marketing, ma anche il caso di una nota T-shirt utilizzata da tempo dai giovani. Raffigura una A stilizzata in modo che a una attenta lettura metta in evidenza un rapporto sessuale. Non propriamente canonico: «Che possa andare bene anche ai gay», tuonava qualche tempo fa il Centro Culturale San Giorgio che metteva l'accento sul carattere subliminale di quel marchio ormai in voga presso i giovani di tutt'Italia.
    Nessuno si è mai sognato in quel caso di sollevare eccezioni circa il decoro e la moralità dell'immagine riprodotta. Però la comunità gay l'ha utilizzata provocatoriamente come l'ennesima prova di una campagna contro i diritti omo. D'altra parte quella dell'omofobia sta diventando una scappatoia per inserire qua e là tutte le manifestazioni di dissenso a posizioni dove quella gay appare come una lobby in grado di condizionare l'opinione pubblica. 
    Ne è una prova il tweet innocente - anche se decisamente poco fine - inviato ieri da Francesco Storace. Cinguetta così: «Paola Concia dichiara che vuole la Bonino. In che senso?». Ovviamente la battuta era riferita alla corsa per il Quirinale, ma Storace giocando sul verbo volere (o possedere) ha ironizzato sul fatto che la deputata Pd, attivista lesbica, intendesse qualcosa di diverso. Immediata la reazione stizzita della Concia, che ha fatto scatenare la canea mediatica: «Tweet omofobo di Storace».

    Nell'epoca in cui la satira può premettessi di guardare dentro il buco della serratura dei politici, e in alcuni caso anche sotto al lettone di Putin, fare ironia su un gay dichiarato e militante, viene considerata omofobia. Che domani potrebbe anche essere perseguita per legge. Al pari della barzellette. E forse al pari di articoli come questi.
    Bei tempi quando a seppellire tutto bastava una risata.

 

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