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Da IL CORRIERE: 03/02/2013

Battaglia illusoria, la famiglia resisterà

 Di Francesco D'Agostino (*)

    Hollande sta mantenendo le sue promesse elettorali in tema di nozze gay e con notevole rapidità. Si è rivelato indifferente alle manifestazioni popolari, promosse in particolare dai cattolici, e proprio per questo di notevole rilievo (dato che non appartiene assolutamente alla prassi dei credenti francesi scendere in piazza, per rivendicare i loro valori o comunque per dare rilievo mediatico alle loro istanze). Non è stato affatto colpito dalla notevole convergenza su questo punto del pensiero della Chiesa, di quello del rabbino capo di Francia Gilles Bernheim e di tanti intellettuali laici (tra tutti va menzionata Sylviane Agacinski, per la sua ferma denuncia dell’ideologia del «genere»).
    Serenamente convinto delle sue buone ragioni, il presidente francese ha fatto compiere, grazie a un positivo voto parlamentare, un primo e probabilmente decisivo passo avanti al riconoscimento dei matrimoni tra omosessuali. È probabile che l’opinione pubblica del suo Paese prenderà atto di questa innovazione normativa con gli stessi sentimenti che sono emersi quando altre grandi nazioni europee (prima tra tutte la Spagna) si sono mosse nella stessa direzione: sdegno (da parte di pochissimi), preoccupazione (da parte di alcuni), irritazione (da parte di pochi), curiosità vicina all’indifferenza (da parte di molti) esultanza (da parte di quelle «anime belle» che sono convinte che quella del riconoscimento del matrimonio gay sia una doverosa e irreversibile scelta di civiltà, finalizzata a dilatare la sfera delle libertà individuali e ad arricchire il novero dei diritti umani fondamentali).

    Sono fondate le argomentazioni dei fautori del matrimonio gay? Sono convinto di no, anche perché vedo che ben di rado tali fautori prendono sul serio e discutono le opinioni diverse dalle loro (opinioni che si condensano nel sostenere l’irrilevanza sociale - sociale non simbolica! - di questa forma di matrimonio). Però, contrariamente a quanto molti pensano, non ritengo che il matrimonio e la famiglia «tradizionali» debbano sentirsi minacciati dal riconoscimento del matrimonio omosessuale. Se è vero che l’identità umana si radica nella dicotomia maschio/femmina, ben altro ci vuole che una legge per erodere le idee di «paternità» e «maternità» per poi fonderle in un generico concetto di «genitorialità».

    Per sradicare l’intuizione che l’uomo è orientato alla donna e la donna all’uomo, ben altro ci vuole che le iniziative di solerti ministri e funzionari della pubblica istruzione, volte a incitare i maestri a desessualizzare le fiabe (in modo che esse narrino alla fine di intricate avventure l’incontro coniugale non di un principe con una principessa, ma di due principi o di due principesse). La famiglia è resistente, perché la sua verità precede quella dello Stato e non si fonda su prescrizioni burocratiche e normative, ma su esigenze umane profonde.

    Il riconoscimento del matrimonio omosessuale non va criticato in quanto attentato al matrimonio eterosessuale, ma in quanto illusoria, narcisistica prova di forza da parte di un legislatore che si attribuisce (ma con quale legittimazione?) il potere di qualificare a suo arbitrio le forme strutturali tipiche dell’esperienza umana. Il potere legislativo va rispettato, ma solo quando si muove nel proprio ordine. Non spetta alla legge qualificare l’umano, cioè ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è bello e ciò che è brutto, ciò che è buono e ciò che è malvagio: alla legge spetta unicamente porsi al servizio del vero, del bello, del buono per tutelarli e promuoverli.

    Non spetta alla legge dire cosa sia e cosa non sia il matrimonio: ciò lo ha già detto, in tutto l’arco della sua storia, il genere umano. È il genere umano - e non la volontà sovrana di un legislatore - che in ogni tempo e in ogni cultura, sia pure tra mille varianti, ha visto nel matrimonio l’unione pubblicamente rilevante tra uomo e donna. Questo è un fatto che nessun Parlamento sovrano riuscirà a cancellare, perché i fatti, come diceva Norberto Bobbio, sono resistenti.


(*) Presidente onorario del Comitato nazionale per la bioetica. Presiede l’Unione giuristi cattolici.

 

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