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Da LA STAMPA: 27/03/2012
 
Il vento, le pecore e il Pastore  
Di YOANI SANCHEZ
Traduzione di Gordiano Lupi
 
    Il quel gennaio del 1998, alla fine della messa di Giovanni Paolo II in Piazza della Rivoluzione un vento fresco percorse la vastissima spianata. Mio figlio stava seduto sulle spalle di suo padre e la brezza gli sconvolse la capigliatura. Il Papa aveva già terminato l’omelia, prese ancora una volta il microfono e dedicò alcune parole in latino a quelle giocose raffiche di vento che ci spettinavano tutti. “Spiritus spirat ubi vult et vult Cubam” sentenziò. Poco dopo rientrammo a casa, stretti tra migliaia di persone vestite di bianco e giallo. Da allora, ho la sensazione che il vento forte non abbia mai smesso di colpirci, da quella raffica è passato a percorrere l’Isola e a scuotere tutte le nostre esistenze.
    Benedetto XVI non è ancora arrivato a Cuba ma già una parte di quel vortice ci sta agitando. Tra i fedeli cattolici si percepisce giubilo per la visita papale e sono molte le aspettative che contribuisca ad ampliare il ruolo della Chiesa nella nostra società. Per chi ha dovuto tenere nascosti i crocefissi per decenni temendo l’ateismo radicale, rappresenta un sollievo la graduale eliminazione dell’intolleranza religiosa. A molti sembra già un risultato importante il fatto che la televisione ufficiale possa trasmettere alcune messe e che siano consentite le processioni per strada portando l’immagine della Vergine della Carità. Va tenuto conto, però, che per ogni minuto guadagnato dalla gerarchia ecclesiastica nei mezzi di comunicazione di massa e a ogni parola scambiata al tavolo dei negoziati con il governo, corrisponde anche una perdita e un danno. Perché, non ci inganniamo, la clandestinità delle catacombe è più coerente con il discorso di Cristo che la comoda vicinanza al trono.
    A meno di 24 ore dall’arrivo del Papa a Cuba, il copione della sua permanenza tra di noi è già stato scritto e non proprio dalla comitiva del Vaticano. Il governo raulista ha intrapreso una “pulizia ideologica” per evitare che attivisti, dissidenti, oppositori, giornalisti indipendenti, blogger alternativi e altre persone non conformi raggiungano le piazze dove Sua Santità parlerà. Minacce di non uscire di casa, operativi di polizia sproporzionati, arresti, linee telefoniche tagliate, persone deportate dalle regioni orientali del paese per impedire loro di essere presenti in Piazza Antonio Maceo il prossimo lunedì. Un riverbero di intransigenza che ricorda quei tempi di immagini sacre distrutte e uomini di chiesa vilipesi dai figli fanatici di una rivoluzione che si dichiarò materialista e dialettica. È certo che adesso non si perseguitano più i rosari, ma si continuano a incalzare le opinioni. Possedere un quadro con il Sacro Cuore di Gesù non costa il posto di lavoro a nessuno, ma credere che sia possibile una Cuba libera farà soffrire stigmatizzazione e persecuzione. Adesso possiamo pregare a voce alta, ma criticare il governo continua a essere peccato, blasfemia.
    Nella mani e nella voce di Benedetto XVI resta la scelta di lasciarsi sequestrare la visita dai propositi di un partito che continua ad avere come dottrina il marxismo leninismo. Nei suoi occhi resta la capacità di rendersi conto che tra i fedeli riuniti nelle piazze mancano numerose pecore del gregge cubano alle quali è stato impedito di avvicinarsi al suo bastone. Nei suoi orecchi resta la decisione di ascoltare altre voci che vadano oltre quelle ufficiali e quelle strettamente pastorali. Con quella sapienza millenaria che la Chiesa evoca di fronte a ogni ostacolo, il Papa deve sapere che in questa visita si decide parte della presenza e dell’influenza della fede cattolica nel futuro nazionale. Nelle sue mani, nella sua voce, nei suoi orecchi, resta la possibilità di confermarci che comprende l’importanza del momento.
    Forse accadrà che un vento giocherellone fugga dal controllo, si burli della polizia politica e irrompa sulla moltitudine. Una brezza libera in un paese imbavagliato capace di portare sino agli stessi timpani papali quelle vibrazioni e quelle frasi che possiamo soltanto sussurrare a bassa voce.

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