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Attenti al mostro filosofico di chi giustifica l’infanticidio

di Anna Meldolesi - La Lettura, inserto del Corriere della Sera di domenica 11 marzo 2011

L’infanticidio? C’è chi sostiene che non è diverso dall’aborto, perché il neonato, proprio come il feto, non può essere considerato persona in senso compiuto. Una tesa scioccante, anche se vecchia, e francamente avremmo preferito che restasse a prendere polvere insieme ad altre malsane idee concepire negli anni Settanta. Invece due filosofi italiani trapiantati in Australia hanno avuto la pessima idea di riproporla, scatenando un pandemonio che merita di essere analizzato attentamente. Anche perché a differenza di quando Michael Tooley scriveva di aborto e infanticidio su una rivista filosofica nel 1972, oggi esiste Internet e la bioetica è di interesse pubblico.

Alberto Giubilini e Francesca Minerva, dunque, non potevano pensare di farla franca con un articolo sfacciatamente intitolato «Aborto post-natale. Perché il bambino dovrebbe vivere?». Il paper, pubblicato online il 2 marzo dal «Journal of Medical Ethics», non respinge neanche l’opzione più estrema, quella del neonaticidio «on demand», su semplice richiesta della madre. Neppure se il neonato è sano. Neppure se c’è una coppia pronta ad adottarlo.

La morte di un bambino inconsapevole di sé – dicono – non sarebbe un danno, in alcuni casi invece la madre potrebbe soffrire all’idea di cedere suo figlio ad altri. Una conclusione aberrante, che spinge a chiedersi: chi è già persona ha diritto a tutto e chi non lo è non ha diritto a nulla? È ancora utile focalizzare il dibattito etico sulla categoria di persona?

Probabilmente non vale la pena di accanirsi sugli autori, che si sono già attirati molte critiche e anche una (comunque ingiustificabile) sequela di insulti e minacce. Il caso, però, non si può chiudere qui. Una rispettabile rivista di etica si è prestata a dare legittimità a una pratica che è un reato ed è ancora una tragica realtà, soprattutto in alcune regioni dell’Asia. La leggendaria rupe di Sparta si perde nella notte dei tempi, persino i crimini nazisti iniziano a sbiadire nella memoria collettiva. Ma le crude scene descritte da Xinran in Le figlie perdute della Cina (Longanesi 2011) appartengono all’oggi. Così come il sacrificio rituale della neonata affogata nel latte che apre il film indiano Una nazione senza donne, proiettato anche in Italia.

Le ultime polemiche hanno riacceso l’attenzione su filosofi ben noti, che hanno equiparato aborto e infanticidio ben prima di Giubilini e Minerva. Il tempo non ha fatto cambiare idea a Peter Singer che ribadisce: «Lo status morale del neonato è un problema reale». Singer, figlio di ebrei viennesi emigrati in Australia, è un accanito animalista e polemista avverso allo specismo, che è la discriminazione degli esseri viventi sulla base dell’appartenenza di specie, proprio come il razzismo discrimina in base alla razza.

Nel libro Practical Ethics (Cambridge University Press)spiega la sua posizione. «Un bambino di una settimana non è un essere razionale e consapevole di sé, mentre ci sono molti animali non-umani la cui razionalità, consapevolezza e capacità di sentire supera quella di un neonato». Da questa premessa discende che «la vita di un neonato vale per lui stesso meno di quanto la vita di un maiale, un cane o uno scimpanzé valga per l’animale non-umano».

Qualche anno fa anche il bioeticista britannico John Harris ha dato scandalo affermando che «non può avvenire alcun cambiamento morale durante il passaggio nel canale del parto», ora però si tira fuori dal dibattito. «Ho sempre distinto nettamente i miei contributi in discussioni intellettuali e proposte di regolamentazione. Non ho mai difeso l’infanticidio come policy».

Il direttore del «Journal of Medical Ethics», un australiano di origini rumene, invece, è passato all’attacco. Dice Julian Savulescu: «Quel che è granve non sono le argomentazioni dell’articolo né la sua pubblicazione. Sono le risposte ostili che ha ricevuto. La libertà accademica è minacciata più che mai dai fanatici che si oppongono ai valori liberal». Una toppa che è apparsa a molti peggiore del buco: se tra i valori progressisti ci fosse il neonaticidio, il liberalismo assomiglierebbe davvero al mostro nazistoide che gli ultraconservatori dipingono.

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