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MORTE CEREBRALE:
sepolti o espiantati vivi
 
 
Di Alfredo De Matteo

    Stravagante delibera della giunta regionale veneta con cui viene reso obbligatorio l’uso di «apparecchiature di rilevazione e segnalazione a distanza per la sorveglianza del cadavere, anche ai fini del rilevamento di eventuali manifestazioni di vita», nelle «case funerarie» delle pompe funebri e nelle «sale del commiato» (gestite da privati ma anche da pubblici, come i Comuni).
    L’assessore alla sanità, Luca Coletto, spiega le ragioni del provvedimento: «la paura di essere sepolti vivi è un problema sociale e noi lo risolviamo, anche perché la legge nazionale prevede 24 ore di vigilanza dal momento della dichiarazione del decesso. Non costa nulla alle casse pubbliche, le dotazioni riguardano strutture private gestite dalle imprese funebri. E poi il monitoraggio serve pure a non sbagliare le misure della bara, che spesso non entra nel loculo perché per esempio le maniglie sono troppo grandi».
    Gino Mario De Faveri, tecnico del Dipartimento regionale di Prevenzione e componente del team di esperti consultato dalla giunta – aggiunge – «Abbiamo solo disciplinato il privato. Da sempre è previsto il monitoraggio del cadavere, che non deve essere necessariamente video, nella delibera non ne è indicato il tipo. Ogni gestore può scegliere il più idoneo, come il campanello. Dobbiamo salvaguardare eventuali manifestazioni di vita».
Il curioso provvedimento ha scatenato la “sospetta” reazione indignata della classe medica e soprattutto degli anestesisti che attraverso il loro segretario nazionale fanno sapere che «Non vale la pena spendere soldi per queste cose, i medici che compilano il certificato di morte hanno la matematica certezza che sia avvenuta» (affaritaliani.it del 10 novembre 2011)
    Ma corrisponde al vero la perentoria affermazione del segretario nazionale degli anestesisti e – cioè che – «una volta compilato il certificato di morte da una equipe di medici possiamo avere la certezza matematica dell’avvenuto decesso del paziente?»
    In effetti, i segni inequivocabili della morte sono sempre stati individuati nell’arresto cardiocircolatorio e nel riscontro dell’inizio di processi putrefattivi nel cadavere (ad esempio il rigor mortis), tanto che un tempo erano obbligatorie almeno 24 ore di osservazione, da protrarsi fino a 48 nel caso di morte improvvisa o di dubbio di morte apparente.
    Tuttavia, l’utilizzo di un tale metodo di riscontro che può essere considerato certo ed oggettivo non è “compatibile” con l’espianto degli organi vitali, dal momento che in questo modo essi risultano irrimediabilmente compromessi (causa la mancata ossigenazione dei tessuti) e dunque inutilizzabili. Per tale motivo, nel 1968 un Comitato di scienziati istituito dalla Harward Medical School propose un nuovo metodo di accertamento della morte non più fondato sulla definitiva cessazione di tutte le funzioni vitali dell’organismo bensì solamente di quelle cerebrali: il cosiddetto “coma irreversibile”.
    Da quel momento la morte cerebrale è divenuto il criterio di riferimento utilizzato in tutti i Paesi del mondo. Eppure, che tale criterio non sia né oggettivo né definitivo è dimostrato dal fatto che i complessi accertamenti neurologici che ne sono alla base possono variare da Stato a Stato: in alcuni Paesi si fa riferimento alle funzioni del solo tronco encefalico, in altri a quelle dell’intero encefalo. C’è da rilevare, inoltre, la presenza di numerosi casi di diagnosi sbagliate o “affrettate” (persone date per morte e uscite dal coma), benché tenuti ben nascosti oppure minimizzati dai mezzi di comunicazione di massa.
    Un altro dato invita alla riflessione: nell’intervento chirurgico d’asportazione degli organi viene somministrata la stessa anestesia generale che si impiega per qualsiasi altra operazione. È coerente e logico anestetizzare un morto e somministrargli farmaci paralizzanti, come è di prassi negli interventi di espianto? Il discorso è complesso e merita ben altro approfondimento, tuttavia è possibile affermare che i nuovi criteri di accertamento della morte sono evidentemente viziati dalla necessità di favorire gli espianti d’organi vitali e non poggiano su solide basi scientifiche.
    La reazione scomposta e sproporzionata della classe medica all’innocuo provvedimento della giunta veneta sta a testimoniare che gli interessi in gioco sono tali da non permettere che si devi in alcun modo dal sentiero tracciato e si vada così ad incrinare il mito della morte cerebrale che abbisogna di un consenso acritico e senza sbavature per sopravvivere ed autoalimentarsi.

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