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Declino non fa rima con destino

L’ordine mondiale ha ancora un difensore

La politica estera è come il baseball, se azzecchi trenta tiri su cento vai nella Hall of Fame. Solo il declinismo può portare al declino, e mille ragioni storiche dimostrano che ce la siamo passata peggio in anni recenti. Democrazia e libertà vanno tutelate

Robert Kagan - Il Foglio 6/2/2012 - Seconda Parte

Alla fine degli anni Sessanta, Henry Kissinger nutriva poche speranze per il futuro. “L’accresciuta frammentazione del potere, la maggiore diffusione dell’attività politica e la struttura sempre più complessa dei conflitti e degli allineamenti internazionali”, come lui stesso scrisse a Nixon, avevano drasticamente ridotto la capacità che avevano entrambe le superpotenze di influenzare “le azioni di altri governi”. E le cose non fecero che diventare ancora più difficili nel corso degli anni Settanta. Gli Stati Uniti si ritirarono sconfitti dal Vietnam, e il mondo assistette alle prime dimissioni di un presidente americano protagonista di uno scandalo. Infine, cosa probabilmente più importante di tutte, il prezzo del petrolio salì alle stelle.

Quest’ultimo problema era il segnale di una nuova difficoltà: gli Stati Uniti non riuscivano a esercitare un’influenza concreta in medio oriente. Oggi si riconosce generalmente nell’incapacità di promuovere una pace negoziata tra israeliani e palestinesi o di gestire il tumultuoso Risveglio arabo un chiaro segno di debolezza e declino. Ma nel 1973 gli Stati Uniti non riuscirono nemmeno a impedire che le maggiori potenze del medio oriente si scontrassero in una cruenta guerra. Quando l’Egitto e la Siria lanciarono un attacco a sorpresa contro Israele, anche Washington fu colta di sorpresa. Gli Stati Uniti furono costretti a porsi in stato di allerta nucleare per impedire un intervento sovietico nel conflitto. La guerra provocò l’embargo petrolifero, l’affermazione dell’Opec come elemento protagonista negli affari mondiali e l’inaspettata scoperta che, come ha scritto lo storico Daniel Yergin, “gli Stati Uniti erano ora diventati anch’essi vulnerabili”. La “principale superpotenza del mondo” era stata “costretta sulla difensiva e umiliata da un piccolo gruppo di minuscole nazioni”. Molti americani “temevano che la fine di un’epoca fosse ormai prossima”.

Negli anni Settanta la drammatica crescita dei prezzi petroliferi, in congiunzione con le politiche economiche attuate dall’America durante la guerra del Vietnam, fecero precipitare l’economia americana in una grave crisi. Il pil scese del 6 per cento tra il 1973 e il 1975. La disoccupazione passò dal 4,5 al 9 per cento. L’economia americana, colpita dal nuovo fenomeno della stagflazione (ossia una condizione di ristagno economico accompagnato da un’elevata inflazione), subì tre recessioni tra il 1973 e il 1982. Per gli americani di allora, la “crisi energetica” fu ciò che rappresenta oggi la “crisi fiscale”. Nel suo primo discorso alla nazione trasmesso in diretta televisiva Jimmy Carter la definì “la più grande sfida che deve affrontare il nostro paese”. La cosa più umiliante era che la crisi era stata scatenata, almeno in parte, proprio da due stretti alleati dell’America, vale a dire la famiglia reale saudita e lo scià di Persia. Come ricorda lo stesso Carter nelle sue memorie, il popolo americano “rimase profondamente contrariato dal fatto che la più grande nazione del mondo venisse buggerata da qualche piccolo stato del deserto”.
Il punto più basso fu toccato nel 1979, quando venne rovesciato lo scià dalla rivoluzione islamica dell’ayatollah Khomeini e cinquantadue americani vennero tenuti in ostaggio per più di un anno. La crisi degli ostaggi, come ha osservato Yergin, “lanciava un ben preciso messaggio: lo spostamento degli equilibri di potere nel mondo del mercato petrolifero, verificatosi nel corso degli anni Settanta, era soltanto un elemento di un processo ben più ampio che si stava attuando nello stesso sistema della politica mondiale. Gli Stati Uniti e l’occidente, in altre parole, erano davvero in declino e sulla difensiva, apparentemente incapaci di proteggere i propri interessi, sia economici che politici”.
Per chi voleva sostenere la tesi di un declino americano gli anni Settanta furono certamente il momento più propizio; e, in effetti, furono in molti a farlo. Gli Stati Uniti, secondo Kissinger, avevano chiaramente “passato il proprio momento di massima potenza storica, come era avvenuto a molte altre precedenti civiltà… Ogni civiltà che è esistita nella storia prima o poi è scomparsa. La storia è il racconto dei tentativi falliti di evitare questo destino”. Negli anni Settanta l’America perse il predominio economico, il surplus commerciale iniziò a trasformarsi in deficit, le spese per i programmi sociali si ingigantirono, e le riserve auree e monetarie vennero intaccate.

Alle difficoltà economiche si accompagnò l’insicurezza politica e strategica. All’inizio si affermò la convinzione che il vento dello storia soffiasse a favore dell’Unione sovietica. I leader sovietici pensavano che il “rapporto delle forze” favorisse il comunismo; la sconfitta e la ritirata americana dal Vietnam convinsero i sovietici di poter effettivamente “vincere” la Guerra fredda. Dieci anni dopo, nel 1987, Paul Kennedy scrisse che entrambe le superpotenze erano viziate da una “sovraestensione imperiale”, ma riteneva più che verosimile che gli Stati Uniti avrebbero potuto essere i primi a crollare. Ma appena due anni dopo cadde il Muro di Berlino, e due anni più tardi fu la volta dell’Unione sovietica. Insomma, il declino c’era stato, ma da un’altra parte. Poi ci fu il miracolo economico del Giappone. Una vera e propria “ascesa del resto del mondo” iniziò alla fine degli anni Settanta e proseguì per i successivi quindici anni, il Giappone e altre “tigri asiatiche” come la Corea del sud, Singapore e Taiwan, sembravano ormai destinati a surclassare economicamente gli Stati Uniti. Il Giappone sarebbe stata la nuova superpotenza. Mentre gli Stati Uniti si erano ridotti alla bancarotta per combattere la Guerra fredda, i giapponesi non erano stati con le mani in mano. Come scrisse nel 1995 l’analista Chalmers Johnson, “la Guerra fredda è finita, e ha vinto il Giappone”. Ma, proprio mentre Johnson scriveva queste parole, l’economia nipponica stava in realtà precipitando in una fase di ristagno dalla quale non si è ancora completamente sollevata.

Dopo la scomparsa dell’Unione sovietica, e con una Cina che doveva ancora dimostrare la solidità e la tenuta del suo boom economico, gli Stati Uniti sembrarono improvvisamente la “sola superpotenza” del mondo. Ma anche allora è estremamente significativo come gli Stati Uniti non siano riusciti ad affrontare con successo numerosi problemi di portata globale. Gli americani hanno vinto la guerra del Golfo, hanno allargato verso est il raggio d’azione della Nato, portato, seppur dopo molti massacri, la pace nei Balcani e, per quasi tutto il corso degli anni Novanta, persuaso molti paesi ad accogliere il “Washington consensus” nel campo economico. Tuttavia, molti di questi successi non sono stati duraturi, e ad essi si sono accompagnati anche altrettanti insuccessi. Il “Washington consensus” ha iniziato a disintegrarsi con la crisi finanziaria asiatica del 1997, quando le proposte di soluzione americane furono considerate quasi unanimemente sbagliate e addirittura dannose. Gli Stati Uniti non hanno saputo fermare, e nemmeno rallentare, i programmi di sviluppo nucleare della Corea del nord e dell’Iran, malgrado i ripetuti proclami sulla propria determinazione. Il regime di sanzioni imposto all’Iraq di Saddam Hussein si è rivelato del tutto inutile e ben presto ha iniziato a frantumarsi. Gli Stati Uniti, e il mondo intero, non hanno saputo impedire i genocidi in Ruanda, in parte perché, un anno prima, gli Stati Uniti erano stati cacciati dalla Somalia in seguito a un fallito intervento militare. Uno dei progetti più importanti degli Stati Uniti negli anni Novanta fu il tentativo di favorire una transizione alla democrazia e al capitalismo del libero mercato nella Russia post sovietica. Tuttavia, pur avendo profuso miliardi di dollari, fornito innumerevoli consigli e messo a disposizione tutta la loro esperienza, gli Stati Uniti hanno dovuto sconsolatamente riconoscere che l’evoluzione degli eventi in Russia sfuggiva al controllo.

Allo stesso modo, i leader americani, nemmeno al presunto apice del predominio mondiale, hanno ottenuto maggiori successi di quanti ne ottengano oggi nel tentativo di risolvere la questione israelo-palestinese. Pur potendo contare su un’economia fiorente e su un presidente piuttosto apprezzato e seriamente impegnato a risolvere la questione, l’Amminstrazione Clinton non riuscì a raggiungere nulla di concreto. Come ha scritto l’ex negoziatore per la pace mediorientale Aaron David Miller, Bill Clinton “ha dedicato al processo di pace arabo-israeliano più tempo e impegno di qualsiasi suo predecessore”, ed era ammirato tanto dagli israeliani quanto dai palestinesi; ciononostante, ha “organizzato tre summit nel giro di appena sei mesi e ha fallito in tutti e tre”. La presidenza Clinton si è conclusa con l’interruzione dei colloqui per la pace e lo scoppio della seconda Intifada.
Anche la popolarità americana è stata piuttosto aleatoria per tutti gli anni Novanta. Nel 1999 Samuel P. Huntington ha definito l’America la “superpotenza solitaria”, odiata in quasi tutto il mondo per il suo comportamento “invadente, interventista, sfruttatore, unilaterale, dominante e ipocrita”. Il ministro degli Esteri francese non ha mancato di criticare la “iperpotenza” americana e di proclamare la sua speranza per un mondo “multipolare” nel quale gli Stati Uniti non potessero più avere il predominio. Come disse un diplomatico britannico allo stesso Huntington: “Soltanto sui giornali statunitensi si parla di come il mondo accetti e desideri la leadership americana. In tutto il resto del mondo si parla invece dell’arroganza e dell’unilateralismo americano”.
Questa, naturalmente, era un’assurdità. Al contrario di quanto sosteneva il diplomatico britannico, molti paesi, per tutta la durata della Guerra fredda e poi ancora negli anni Novanta, hanno accettato la leadership americana come garanzia di protezione e sostegno. Dalla seconda guerra mondiale in poi, gli Stati Uniti sono stati effettivamente la potenza predominante del mondo. Hanno esercitato una enorme influenza, ben maggiore di quella esercitata da qualsiasi altra grande potenza fin dai tempi dell’antica Roma, e hanno raggiunto significativi risultati. Ma non sono mai stati onnipotenti. Per capire veramente se gli Stati Uniti sono oggi in declino, dobbiamo disporre di un concreto parametro di misura. Confrontare l’attuale influenza esercitata dall’America con quella di un mitico passato di schiacciante supremazia non può che portarci fuori strada.

Oggi gli Stati Uniti hanno perduto la capacità di imporre la propria volontà su molte questioni, ma questo non gli ha impedito di ottenere parecchi successi, ai quali si sono contrapposti anche molti insuccessi, esattamente come in passato. Malgrado tutte le polemiche, gli Stati Uniti hanno avuto più successo in Iraq che in Vietnam. Non sono riusciti a contenere le ambizioni nucleari iraniane, come già negli anni Novanta, ma, grazie agli sforzi di due Amministrazioni, hanno tuttavia creato un più efficiente sistema globale per impedire la proliferazione nucleare. L’impegno profuso per annientare al Qaida ha dato grandi risultati, soprattutto se confrontati con l’incapacità di individuare le reti terroristiche e prevenire i loro attentati che ha caratterizzato gli anni Novanta e che è culminata con gli attacchi dell’11 settembre. La possibilità di utilizzare gli aerei teleguidati, i droni, costituisce un netto vantaggio rispetto agli strumenti e agli armamenti che si avevano a disposizione nei precedenti decenni per individuare e colpire i terroristi e le loro basi. Nel frattempo, le alleanze dell’America in Europa restano solide; non è certo colpa dell’America se l’Europa oggi appare più debole di un tempo. Le alleanze americane in Asia negli ultimi anni si sono fatte ancora più strette e gli Stati Uniti sono riusciti anche a smussare le tensioni che ostacolavano le relazioni con l’India.
Insomma, il risultato finale è misto, con pro e contro; ma è sempre stato così. Ci sono stati momenti in cui gli Stati Uniti hanno esercitato maggiore influenza di oggi, e altri in cui ne hanno esercitata di meno. Proprio per questo, a cominciare dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli americani si sono sempre preoccupati del presunto declino della propria influenza e hanno osservato con ansia l’ascesa di altre potenze. Ma plasmare e guidare il sistema internazionale è un’impresa difficilissima. Ben poche potenze, in tutto il corso della storia, hanno provato a farlo; e anche le più grandi ben raramente sono riuscite a realizzare i loro obiettivi. La politica estera è come colpire la palla da baseball: se si azzeccano trenta tiri su cento, si entra nella Hall of Fame.

III. Le sfide di oggi sono di grande portata, e l’ascesa della Cina è la più ovvia ed evidente. Ma queste sfide non sono più grandi di quelle che gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare durante la Guerra fredda. Soltanto a posteriori si può dire che la Guerra fredda sia stata relativamente facile. Alla fine della Seconda guerra mondiale gli americani si trovavano di fronte a una grave crisi strategica. L’Unione sovietica, in virtù delle sue stesse dimensioni e della sua collocazione geografica, sembrava minacciare i più fondamentali centri strategici dell’Europa, del medio oriente e dell’Asia orientale. In tutte queste regioni, aveva a che fare con nazioni completamente devastate e prostrate dalla guerra. Per affrontare questa sfida, gli Stati Uniti dovevano proiettare il proprio potere, che era grande ma circoscritto, in ognuna di queste regioni. Dovevano stabilire delle alleanze con i poteri locali, alcuni dei quali erano ex nemici, e fornirgli assistenza economica, politica e militare per consentirgli di resistere alla pressione sovietica. Nella Guerra fredda, l’Unione sovietica ha potuto esercitare la sua influenza e mettere sotto pressione gli interessi americani semplicemente con la sua presenza, mentre gli Stati Uniti sono stati costretti a impegnarsi e intervenire direttamente. E’ opportuno ricordare che questa strategia del “contenimento”, ora consacrata dal successo, apparve a parecchi autorevoli osservatori di allora del tutto impraticabile. Walter Lippmann la bollò come “sbagliata” e fondata sulla “speranza”,  in quanto lasciava la “iniziativa strategica” ai sovietici e costringeva gli Stati Uniti a esaurire le proprie risorse nel tentativo di stabilire “stati satelliti e governi fantoccio” che erano deboli, incapaci e inaffidabili.

Oggi, nel caso della Cina, la situazione è esattamente l’opposto. Sebbene la Cina sia, e continuerà a essere, ben più ricca di quanto sia mai stata l’Unione sovietica ed eserciterà una influenza ben maggiore nel mondo, la sua posizione geostrategica appare molto più difficile. La Seconda guerra mondiale ha lasciato la Cina in una condizione di debolezza per uscire dalla quale sono stati necessari enormi sforzi. Buona parte dei paesi più vicini sono potenti nazioni con stretti legami con gli Stati Uniti. Per la Cina sarà molto difficile diventare la potenza regionale egemone finché Taiwan rimarrà indipendente e strategicamente legata agli Stati Uniti, e finché potenze regionali come il Giappone, la Corea e l’Australia continueranno a ospitare basi e truppe americane. La Cina avrebbe bisogno di qualche potente alleato per pensare concretamente di cacciare gli Stati Uniti dalle roccaforti nel Pacifico occidentale; ma al momento sono gli Stati Uniti ad avere alleati. Sono gli Stati Uniti ad avere truppe dislocate in basi avanzate. Sono gli Stati Uniti ad avere il predominio navale sulle vie d’acqua attraverso le quali passa il commercio cinese. In definitiva, il compito della Cina in quanto potenza in ascesa, ossia cacciare gli Stati Uniti dalla loro attuale posizione, è ben più arduo di quello degli Stati Uniti, ai quali basta mantenere ciò che già hanno.

Gli Stati Uniti sono in grado di farlo? Nella pessimistica atmosfera oggi prevalente, molti americani lo dubitano. Anzi, dubitano che gli Stati Uniti possano continuare a svolgere, in qualsiasi parte del mondo, il ruolo predominante che hanno avuto in passato. Alcuni sostengono che, mentre nel 1987 era probabilmente falso, il rischio di una sovraestensione imperiale allora paventato da Paul Kennedy descrive perfettamente l’attuale critica situazione dell’America. La crisi fiscale, lo stallo del sistema politico, le numerose malattie di cui soffre la società americana (compreso il ristagno dei salari e la disparità dei redditi), l’inefficienza del sistema scolastico, il deterioramento delle infrastrutture: sono tutti motivi oggi ampiamente citati per cui gli Stati Uniti devono ridurre il proprio impegno internazionale, ritirarsi da alcuni settori oltreoceano, e concentrarsi sulla “edificazione nazionale in patria” anziché cercare di plasmare il mondo come hanno fatto in passato.

Ma anche queste valutazioni, comunemente accettate, devono essere esaminate con attenzione. Innanzitutto, quanto sono effettivamente “sovraestesi” gli Stati Uniti? La risposta, sul piano storico, è: meno di quanto la gente si immagini. Consideriamo il dato incontrovertibile del numero delle truppe dislocate dagli Stati Uniti oltreoceano. A sentire le discussioni di oggi, ci si potrebbe immaginare che ci siano attualmente più truppe americane all’estero che in qualsiasi momento precedente. Ma non è affatto così. Nel 1953, gli Stati Uniti avevano quasi un milione di soldati oltreoceano: 325.000 in Corea e più di 600.000 in Europa, Asia e altre regioni. Nel 1968, avevano più di un milione di soldati all’estero: 537.000 in Vietnam e un altro mezzo milione in altri paesi. Al contrario, nell’estate del 2011, ossia nel momento di massimo impegno bellico americano, c’erano in tutto circa 200.000 soldati in Iraq e in Afghanistan, e altri 160.000 nelle basi dell’Europa e dell’Asia orientale. Includendo anche tutte le altre forze dislocate nel mondo, c’erano nel complesso 500.000 soldati americani oltreoceano. Si tratta di una cifra inferiore a quella registrata per tutta la durata della Guerra fredda, anche nei momenti di relativa pace. Nel 1957, per esempio, c’erano più di 750.000 soldati americani oltreoceano. Soltanto nel decennio che va dal crollo dell’impero sovietico agli attacchi dell’11 settembre il numero di soldati dislocati oltreoceano è stato inferiore a quello di oggi. Il confronto risulta ancora più significativo se si tiene conto della crescita della popolazione americana. Quando, nel 1953, gli Stati Uniti avevano un milione di soldati oltreoceano, la popolazione americana non superava i 160 milioni. Oggi, quando ci sono mezzo milione di soldati all’estero, la popolazione americana ha raggiunto i 313 milioni. Il paese ha quasi raddoppiato la propria popolazione, ma il numero delle truppe dislocate oltreoceano si è dimezzato rispetto a quello di cinquant’anni fa.
Che dire delle spese finanziarie? Molti sembrano credere che il costo delle spedizioni all’estero, e delle Forze armate in generale, sia una delle principali cause dei crescenti deficit fiscali che minacciano la solvibilità dell’economia nazionale. Ma, anche in questo caso, le cose non stanno realmente così. Come ha osservato l’ex zar del bilancio Alice Rivlin, le terrificanti previsioni di futuri deficit non sono “causate dalle crescenti spese per la difesa”, e tantomento da quelle per gli aiuti all’estero. I deficit previsti per i prossimi anni dipendono in larga misura dalla esplosiva crescita delle spese per l’assistenza sociale. Persino i più drastici tagli al budget difensivo produrrebbero un risparmio annuale di appena 50 o al massimo 100 miliardi di dollari, ossia soltanto una minuscola frazione (tra il 4 e l’8 per cento) dei 1.500 miliardi di dollari del deficit annuale degli Stati Uniti.
Nel 2002, quando Paul Kennedy si meravigliava per la capacità che aveva l’America di rimanere “la sola superpotenza mondiale al risparmio”, gli Stati Uniti spendevano circa il 3,4 per cento del proprio pil per la difesa. Oggi spendono poco meno del 4 per cento, e nei prossimi anni la cifra è probabilmente destinata a scendere di nuovo – insomma, a restare ancora “al risparmio”. Il costo per continuare a essere la potenza predominante del mondo non è quindi proibitivo.

Inoltre, questo costo non può essere calcolato senza tenere conto di quanto sarebbe invece il costo se perdessimo la nostra posizione di predominio. Quest’ultimo, naturalmente, è almeno in parte non quantificabile. Quale è per gli americani il vantaggio di vivere in un mondo dominato da democrazie anziché in un mondo dominato da autocrazie? Si può comunque valutare a grandi linee. Se il declino della potenza militare americana portasse al disfacimento dell’ordine economico internazionale che l’America ha contribuito a sostenere; se le vie commerciali cessassero di essere sicure perché la marina americana non sarebbe più in grado di difenderle; se scoppiassero guerre regionali tra grandi potenze non più trattenute nelle loro ambizioni dalla supremazia americana; se i loro alleati fossero attaccati perché gli Stati Uniti non sarebbero in grado di accorrere in loro difesa; se il sistema internazionale cessasse di essere libero e aperto: se accadesse tutto questo, i costi sarebbero facilmente misurabili. E non è certo fuori luogo immaginare che questi costi sarebbero ben più alti dei risparmi che si potrebbero realizzare tagliando le spese per la difesa e gli aiuti all’estero di 100 miliardi all’anno. Si può risparmiare denaro se si compra una macchina usata senza garanzia e senza alcune dotazioni di sicurezza; ma cosa succede se si ha un incidente? La potenza militare americana riduce i rischi di incidente impedendo lo scoppio di conflitti e riduce il costo degli incidenti riducendo le possibilità di sconfitta. Si deve tenere conto anche di queste cose nella valutazione complessiva dei costi. In soldoni, potrebbe risultare molto più economico mantenere l’attuale impegno dell’America nel mondo anziché ridurlo.

La maggiore preoccupazione dei fautori della tesi del declino probabilmente non è se gli Stati Uniti potranno continuare a svolgere il loro tradizionale ruolo nel mondo, bensì se saranno in grado di risolvere i loro più gravi problemi economici e sociali. Come hanno domandato parecchi politici e commentatori, gli americani hanno la capacità di fare tutto ciò che è necessario per continuare a competere in modo efficace nel mondo del Ventunesimo secolo? La sola risposta onesta che si possa dare è questa: chi lo sa? Se la storia americana può servirci da guida, tuttavia, vi sono almeno alcuni motivi per essere ottimisti. Gli americani hanno già vissuto questo disagio, e molte generazioni del passato hanno provato questo senso di perdita di forza e virtù: già nel 1788, Patrick Henry si lamentava che la nazione aveva perso la sua gloria passata, “quando lo spirito americano era ancora giovane”. Negli ultimi due secoli ci sono stati molti momenti in cui il sistema politico era inefficiente, in condizioni di irrimediabile stallo, e apparentemente incapace di trovare soluzioni per i più pressanti problemi del paese – dalla schiavitù alla Ricostruzione, alla diffusione dell’industrializzazione alla fine del Diciannovesimo secolo fino alla crisi del sistema assistenziale durante la Grande depressione e alla confusione e alla paranoia dei primi anni della Guerra fredda. Chiunque ricordi con onestà gli anni Settanta, con il Watergate, il Vietnam, la stagflazione e la crisi energetica, non può pensare che le attuali difficoltà siano di una portata senza precedenti.

I successi del passato non garantiscono naturalmente un successo nel futuro. Ma una cosa appare chiara dall’analisi storica: il sistema americano, nonostante tutti i suoi difetti, ha mostrato una maggiore capacità di adattamento e di ripresa dalle difficoltà rispetto a molte altre nazioni, compresi i suoi principali rivali geopolitici. Questo è senza dubbio connesso alla relativa libertà della società americana, che premia gli innovatori, spesso esterni alla struttura di potere esistente, capaci di fare le cose in modo nuovo, e anche con il suo sistema politico relativamente aperto, che permette a diversi movimenti di influenzare il comportamento dell’establishment politico. Il sistema americano è lento e arzigogolato in parte perché i Padri fondatori lo hanno voluto così, con una struttura federale, un rigido controllo per impedire gli abusi delle istituzioni statali e una Costituzione scritta – ma il sistema possiede anche una straordinaria capacità di trasformarsi e adattarsi alle nuove circostanze. Di tanto in tanto ci sono delle “elezioni critiche” che permettono il realizzarsi delle trasformazioni, fornendo così nuove soluzioni a vecchi e apparentemente insolubili problemi. Naturalmente, non ci sono garanzie: il sistema politico non riuscì a risolvere il problema dello schiavismo senza impegnarsi in una guerra. Ma, su molte altre questioni, in tutto il corso della loro storia, gli americani hanno saputo trovare il modo di raggiungere e attuare un consenso nazionale.

Quando, nel 2002, si stupiva per il perdurante successo della superpotenza americana, Paul Kennedy osservò che una delle principali ragioni in grado di spiegarlo era stata la capacità americana di superare quella che nel 1987 gli era apparsa come una crisi economica di lungo termine e priva di soluzioni. (…) E’ perfettamente ragionevole pensare che gli americani sapranno affrontare con la stessa capacità anche questa nuova sfida economica. E’ altrettanto ragionevole aspettarsi che anche altre nazioni, esattamente come avvenuto in passato, dovranno affrontare una serie di specifiche difficoltà. Nessuna delle nazioni che stanno attualmente vivendo una fase di boom economico è priva di problemi. Il Brasile, l’India, la Turchia e la Russia hanno una storia tumultuosa che fa supporre che il loro percorso non sarà caratterizzato esclusivamente da una costante e facile ascesa. C’è il concreto dubbio se il modello autocratico della Cina, che nel breve periodo può risultare estremamente efficace per attuare determinate decisioni strategiche nel campo economico, possa dimostrarsi nel lungo periodo sufficientemente flessibile per consentire un adattamento alle trasformazione del panorama economico, politico e strategico del mondo.

Insomma, potrebbe non esser stata soltanto la buona sorte a permettere agli Stati Uniti di superare le proprie crisi emergendone ancora più forti e solidi, mentre i suoi vari rivali hanno fallito. E potrebbe non essere semplicemente un pio desiderio credere che potranno farlo ancora. Ma c’è un pericolo. Si tratta del fatto che, mentre la nazione continua a impegnarsi e lottare per realizzare i propri obiettivi, gli americani potrebbero convincersi che il declino sia in realtà inevitabile, o che gli Stati Uniti potrebbero rinunciare ad assumersi le proprie responsabilità globali mentre sono occupati a risolvere i propri problemi interni. Agli occhi di molti americani, l’accettazione di questo declino potrebbe fornire una comoda via di fuga dagli oneri morali e materiali che l’America si è assunta dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Molti desiderano inconsciamente di ritornare alla situazione del 1900, quando gli Stati Uniti erano ricchi, potenti e non direttamente responsabili del mantenimento dell’ordine mondiale.

Il presupposto implicito di questo orientamento è che l’attuale ordine mondiale continuerebbe sostanzialmente a sussistere anche senza la potenza americana, o almeno con una potenza nettamente più contenuta; o altrimenti che altra potenza si sobbarcherà gli oneri dell’America; o ancora che i vantaggi dell’attuale ordine mondiale sono permanenti e non richiedono un impegno particolare da parte di nessuno. Sfortunatamente, l’attuale ordine mondiale – con la sua diffusa libertà, la sua generale prosperità, e l’assenza di grandi conflitti – è estremamente fragile. Preservarlo è stato sempre una difficile impresa, e continuerà ad esserlo anche nei prossimi decenni. Il mantenimento dell’attuale ordine mondiale impone la leadership dell’America e il suo costante impegno. Alla fine dei conti, la decisione sta nelle mani del popolo americano. Il declino, come ha osservato Charles Krauthammer, è una scelta. Non è un destino inevitabile, o almeno non ancora. Gli imperi e le grandi potenze sono destinati prima o poi a cadere, e la sola domanda da porsi riguarda il quando. Ed è una domanda estremamente importante. Per gli americani, e per la stessa struttura del mondo in cui viviamo, avrà un importanza decisiva se gli Stati Uniti nei prossimi due decenni si avvieranno realmente verso il declino o se invece sapranno superare le difficoltà e conservare il loro ruolo.

Tratto da “The world America made”, di Robert Kagan

Copyright © 2012 by Robert Kagan. Reprinted by permission of Alfred A. Knopf, a division of Random House, Inc. Published by Arrangement with Roberto Santachiara Agenzia Letteraria. (Traduzione di Aldo Piccato). 2. fine

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