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Un mito fasullo al microscopio

Il declino americano non esiste (storia di una sciocchezza)

Grande racconto di idee sui luoghi comuni diffusi intorno agli Stati Uniti nell’ordine o nel disordine mondiale. L’economia e la forza. I dati veri su un impero ancora imbattibile, sull’Europa e il resto del mondo

Robert Kagan - Il Foglio 6/2/2012 - Prima Parte

Robert Kagan è un saggista neoconservatore, esperto di relazioni internazionali. Ha fondato, insieme a Bill Kristol, il think tank Project for the New American Century. Attualmente ai think tank Brookings Institution e Foreign Policy Initiative, è opinionista del Washington Post, collaboratore dei settimanali Weekly Standard e New Republic ed è stato incluso nella lista dei consiglieri di politica estera del candidato repubblicano Mitt Romney. Il Foglio è stato il primo quotidiano italiano a tradurre parti del suo saggio “Paradiso e potere, America ed Europa nel nuovo ordine mondiale” (Mondadori, 2003).

I. Gli Stati Uniti sono in declino, come oggi molti sembrano credere? Oppure gli americani stanno rischiando di commettere un suicidio preventivo per l’errato timore di un inesorabile declino? Molte cose dipendono dalla risposta che si dà a queste domande. L’attuale ordine mondiale (caratterizzato da un numero altissimo di nazioni democratiche; da una notevole prosperità globale, anche nell’attuale momento di crisi; e da una lunga pace tra le grandi potenze) riflette i principii e i valori americani, ed è stato creato e mantenuto dalla potenza americana sul piano politico, economico e militare. Se la potenza americana declina, è destinato a declinare anche l’attuale ordine mondiale. Il suo posto sarà preso da un altro tipo di ordine mondiale, che sarà il riflesso dei desideri e delle qualità di altre potenze mondiali. La tesi secondo la quale, anche a fronte di una diminuzione della potenza americana, “le fondamenta essenziali dell’ordine internazionale liberale continueranno a sopravvivere e prosperare”, come ha sostenuto il politologo G. John Ikenberry, non è altro che una piacevole illusione. Il declino americano, se è autentico, avrà come conseguenza la nascita di un mondo diverso, per ciascuno di noi. Ma è davvero autentico?
Gran parte delle valutazioni che oggi vengono espresse si basano su analisi piuttosto sommarie e generiche, sulla diffusa impressione che gli Stati Uniti abbiano smarrito la propria strada, che abbiano perduto le qualità che ne avevano garantito il successo in passato, e che non abbiano più la capacità e la volontà di affrontare i problemi. Gli americani osservano le nazioni che oggi possiedono un’economia più fiorente della loro e che sono caratterizzate da quello che un tempo era il tipico dinamismo americano, e proclamano sconsolatamente, come nel titolo dell’ultimo libro di Thomas Friedman, che “una volta eravamo noi a essere così”.

Questa impressione di un declino in atto è certamente comprensibile, oggi, data la grave situazione economica in cui siamo precipitati a cominciare dal 2008 e l’altrettanto grave deficit fiscale in cui si trova il nostro paese, cosa che, in congiunzione con la continua crescita economica della Cina, dell’India, del Brasile, della Turchia e di altri paesi, sembra indicare un radicale e irreversibile mutamento negli equilibri mondiali. Parte del pessimismo è dovuto anche alla convinzione che gli Stati Uniti abbiano perduto il loro credito in gran parte del mondo, e quindi anche l’influenza,  a causa del modo in cui hanno reagito agli attacchi dell’11 settembre. Il centro di detenzione di Guantanamo, l’uso della tortura sui sospetti di terrorismo, e l’invasione, quasi unanimemente disapprovata dell’Iraq, nel 2003, hanno frantumato il carisma dell’America e incrinato il suo “soft power”, vale a dire la sua capacità di convincere altri paesi a condividere la posizione americana. Inoltre le due difficili guerre dell’Afghanistan e dell’Iraq, secondo molti hanno messo a nudo i limiti della potenza militare americana, hanno costretto gli Stati Uniti a spingersi oltre le loro possibilità e indebolito il cuore stesso della nazione. Alcuni paragonano gli Stati Uniti all’impero britannico alla fine del Diciannovesimo secolo, con le guerre dell’Afghanistan e dell’Iraq nel ruolo della umiliante guerra dei Boeri.
Questa diffusa impressione di un declino americano è ulteriormente rafforzata da qualsiasi nuovo insuccesso degli Stati Uniti sul palcoscenico mondiale. Gli arabi e gli israeliani si rifiutano di fare la pace, malgrado le forti pressioni della Casa Bianca. L’Iran e la Corea del nord continuano a non ascoltare le richieste americane di una cessazione dei programmi di armamento nucleare. La Cina si rifiuta di aumentare il valore della sua moneta. Il fermento che agita il mondo arabo sfugge al controllo americano. Ogni giorno, a quanto sembra, emergono nuove prove del fatto che ormai il tempo in cui gli Stati Uniti guidavano il mondo e imponevano la propria volontà agli altri paesi è definitivamente passato.

Malgrado la diffusa impressione che sia inesorabile, è necessario esaminare con maggiore attenzione questo presunto declino. Misurare i mutamenti nella potenza relativa di una nazione è piuttosto difficile, ma ci sono alcuni fattori essenziali di cui tenere conto: le dimensioni e l’influenza dell’economia degli Stati Uniti in confronto a quella degli altri paesi; la consistenza della forza militare americana in confronto a quella dei possibili avversari; il grado dell’influenza politica esercitata sul sistema internazionale – fattori che, nel loro insieme, costituiscono ciò che i cinesi chiamano “potenza nazionale complessiva”. C’è poi la questione del tempo. I giudizi fondati sulla base delle indicazioni di pochi anni non sono affidabili. Il declino di una grande potenza è il risultato di profondi cambiamenti negli equilibri internazionali, che normalmente richiedono un lungo periodo di tempo per concretizzarsi. Accade solo raramente che le grandi potenze declinino in modo improvviso. Una guerra le può mettere a terra, ma di solito non è che il sintomo, e l’apice, di un ben più lungo processo.

Il declino dell’impero britannico, per esempio, si è protratto per molti decenni. Nel 1870, la Gran Bretagna deteneva il 30 per cento della produzione manifatturiera mondiale. Nel 1900, il 20 per cento. Nel 1910, meno del 15 per cento – una cifra inferiore a quella degli Stati Uniti, allora in forte ascesa, che, nello stesso periodo di tempo, avevano avuto un incremento dal 20 al 25 per cento, e inferiore anche a quella della Germania, che per tutto il Diciannovesimo secolo era rimasta nettamente dietro alla Gran Bretagna, ma nel primo decennio del Ventesimo secolo era riuscita a recuperare terreno e anzi a superarla. Sempre in questo periodo, la marina britannica perse il predominio assoluto dei mari e fu costretta a condividere il controllo delle vie marittime con nuove potenze navali. Nel 1883, la Gran Bretagna possedeva più navi da guerra di quante ne possedevano tutte le altre potenze messe insieme. Nel 1897, non era più così: gli ufficiali britannici consideravano la loro flotta “completamente surclassata” dagli Stati Uniti nell’emisfero occidentale, dal Giappone in Asia orientale, e, nel loro territorio geografico, dalla Russia e dalla Francia – e non si era ancora profilata la minaccia della marina tedesca. Si trattava di precisi e inequivocabili segni di declino in due ambiti fondamentali, prodottisi nel corso di circa mezzo secolo.

Le ragioni addotte per il relativo declino americano risulterebbero certamente più convincenti se non fossero state addotte all’indomani e sull’onda della crisi finanziaria del 2008. Proprio come una rondine non fa primavera, una recessione, anche se particolarmente grave, non significa necessariamente l’inizio della fine per una grande potenza. Gli Stati Uniti hanno subìto profonde e prolungate crisi negli anni Novanta dell’Ottocento, negli anni Trenta e negli anni Settanta del Ventesimo secolo. In tutti questi casi, hanno saputo superarle uscendone rafforzati rispetto alle altre potenze mondiali. Gli anni Dieci del Novecento, così come gli anni Quaranta e gli anni Ottanta hanno infatti rappresentato momenti di elevata potenza e influenza globale dell’America.
Meno di un decennio fa, la maggior parte degli osservatori parlava non del declino ma del perdurante predominio dell’America. Nel 2002, lo storico Paul Kennedy, che alla fine degli anni Ottanta aveva scritto un controverso libro sulla “ascesa e caduta delle grandi potenze”, America compresa, dichiarò che mai prima nella storia si era avuta una “disparità di potenza” paragonabile a quella che separava gli Stati Uniti dal resto del mondo. Ikenberry, in modo analogo, sosteneva che “nessun’altra grande potenza” aveva mai goduto di “così formidabili vantaggi nel campo militare, economico, tecnologico, culturale e politico” e che “il predominio della potenza americana era senza precedenti”. Nel 2004, Fareed Zakaria affermava che gli Stati Uniti potevano contare su una “uni-polarità complessiva” quale non si era mai più vista fin dai tempi dell’antica Roma. Ma appena quattro anni più tardi, Zakaria parlava del “mondo postamericano” e della “ascesa del resto del mondo”, mentre Kennedy aveva ripreso a sostenere l’inevitabilità del declino americano. I presupposti essenziali della potenza americana erano dunque così radicalmente mutati nel giro di appena quattro anni? La risposta è no. Cominciamo dai fattori primari. In termini economici, anche tenendo conto dell’attuale fase di recessione, la posizione dell’America nel mondo non è cambiata. La sua fetta del pil mondiale è rimasta sostanzialmente immutata, non solo in quest’ultimo decennio ma per tutti gli ultimi quarant’anni. Nel 1969, gli Stati Uniti detenevano circa un quarto della produzione economica globale. Oggi ne detengono ancora la stessa porzione, e rimangono non solo la più grande ma anche la più ricca economia del mondo. La gente è giustamente sbalordita dall’ascesa della Cina, dell’India e di altre nazioni asiatiche, ma questo incremento si è prodotto quasi interamente a danno dell’Europa e del Giappone, che già da tempo stanno perdendo posizioni sul terreno economico globale.

Le previsioni più ottimistiche sullo sviluppo della Cina prevedono che questo paese supererà gli Stati Uniti come più vasta economia del mondo entro i prossimi due decenni. Questo potrebbe significare che gli Stati Uniti dovranno affrontare nel prossimo futuro sfide sempre più aggressive alla loro posizione economica. Ma le semplici dimensioni dell’economia non sono un segno affidabile della potenza complessiva esercitata all’interno del sistema internazionale. Se fosse così, allora la Cina dell’inizio del Diciannovesimo secolo, che a quel tempo era la più grande economia del mondo, avrebbe dovuto essere la potenza predominante anziché la vittima umiliata delle ben più piccole nazioni europee. Anche se la Cina dovesse riuscire a raggiungere nuovamente questo risultato (e i leader cinesi devono affrontare difficili ostacoli per mantenere costante la crescita del paese), rimarrebbe comunque nettamente indietro rispetto agli Stati Uniti e all’Europa in termini di pil pro capite.

Anche la potenza militare ha grande importanza, come dovette imparare la Cina dell’inizio del Diciannovesimo secolo e come i leader cinesi oggi sanno perfettamente. Come ha recentemente osservato Yan Xuetong, “la forza militare è il presupposto dell’egemonia”. In questo campo gli Stati Uniti continuano a non avere rivali. Sono di gran lunga la nazione più potente che il mondo abbia mai conosciuto, e non si è avuto alcun tipo di declino nella sua capacità militare, o almeno non ancora. Attualmente l’America spende 600 miliardi di dollari all’anno per la difesa, ossia una cifra superiore a quella delle altre grandi potenze messe insieme (questa cifra non include le spese per le truppe dislocate in Iraq, che stanno per terminare, o per le forze schierate in Afghanistan, le quali pure sono destinate a diminuire nel corso dei prossimi due anni). Inoltre, sta spendendo un po’ meno del 4 per cento del proprio pil annuale – una percentuale superiore a quella delle altre grandi potenze, ma comunque inferiore al 10 per cento del pil che gli Stati Uniti spendevano per la difesa alla metà degli anni Cinquanta e al 7 per cento alla fine degli anni Ottanta. Queste cifre rischiano di far sottovalutare l’attuale superiorità militare dell’America. Le forze di terra e di aria americane sono equipaggiate con gli armamenti più avanzati e sono le più esperte in termini di combattimento sul campo. Sarebbero in grado di sconfiggere qualsiasi avversario in uno scontro aperto. La potenza navale americana rimane la più forte in qualsiasi regione del mondo.

Grazie a questi standard economici e militari, gli Stati Uniti di oggi non assomigliano neanche lontanamente alla Gran Bretagna del 1900, quando il declino dell’impero iniziò ad apparire in modo inequivocabile. Ricordano piuttosto la Gran Bretagna del 1870, quando l’impero era al culmine della propria potenza. E’ perfettamente possibile immaginarsi un tempo in cui non sarà più così, ma questo momento non è ancora arrivato. Che dire invece della “ascesa del resto del mondo”, del crescente slancio economico di paesi come la Cina, l’India, il Brasile e la Turchia? Questo non ha decisive conseguenze per la potenza e l’influenza dell’America? La risposta è: dipende.

Il fatto che altre nazioni stanno vivendo un periodo di grande crescita non significa necessariamente che la posizione dell’America come potenza dominante stia declinando, o persino che il “resto” stia raggiungendola in termini di potere e influenza. Nel 1990 il Brasile deteneva poco più del 2 per cento del pil globale, e oggi la percentuale appare ancora la stessa; e lo stesso vale per la Turchia, che nel 1990 deteneva poco meno dell’1 per cento del pil globale e oggi rimane ancora attestata sulla stessa cifra. La gente, e in particolare gli uomini d’affari, è naturalmente entusiasta di questi mercati emergenti, ma il fatto che una nazione rappresenti un’attraente opportunità di investimento non significa necessariamente che sia una grande potenza in ascesa. La ricchezza conta nella politica internazionale, ma non c’è una correlazione diretta tra la crescita economica e l’influenza internazionale. Non è affatto scontato che l’India di oggi, nettamente più ricca, eserciti maggiore influenza sul palcoscenico internazionale di quella che esercitava negli anni Cinquanta sotto la guida di Nehru, quando era il paese leader del Movimento dei non-allineati, o che la Turchia, malgrado il dinamico slancio del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, abbia maggiore influenza rispetto a una decina di anni fa.

Quanto agli effetti della crescita di queste economie sulla posizione degli Stati Uniti, tutto dipende da chi sta effettivamente crescendo. All’inizio del Ventesimo secolo il grande problema dell’impero britannico non era il suo sostanziale declino rispetto agli Stati Uniti, una potenza amica i cui interessi non erano in conflitto con quelli britannici. Persino nell’emisfero occidentale, il volume del commercio britannico ebbe un incremento proprio in concomitanza con la conquista del predominio da parte degli Stati Uniti. Il vero problema era il declino della Gran Bretagna rispetto alla Germania, che aspirava alla supremazia sul continente europeo e cercava di competere con l’impero britannico per il dominio dei mari, e rappresentava così una grave minaccia per la sua sicurezza. Nel caso degli Stati Uniti, la stupefacente e rapida ascesa dell’economia tedesca e giapponese durante la Guerra fredda determinò una riduzione del predominio americano nel mondo ben più netta di quella provocata dalla recente “ascesa del resto del mondo”. La fetta americana del pil mondiale, che arrivava a quasi il 50 per cento alla fine della Seconda guerra mondiale, scese al 25 per cento all’inizio degli anni Settanta. Ma questo non ha indebolito gli Stati Uniti. Anzi, li ha rafforzati. La Germania e il Giappone erano, e sono, paesi democratici strettamente alleati, veri e propri pilastri dell’ordine mondiale americano. La crescita delle loro economie ha contribuito decisivamente a mettere in difficoltà il blocco sovietico e a determinarne il crollo finale.

Oggi, quando si valuta l’impatto della crescente forza economica di altre nazioni, bisogna fare gli stessi tipi di calcoli. La crescita dell’economia brasiliana o di quella indiana riduce davvero la potenza globale americana? Si tratta, in entrambi i casi, di nazioni amiche; e l’India, in particolare, rappresenta un fondamentale partner strategico degli Stati Uniti. Se, come appare probabile, il futuro rivale dell’America sarà la Cina, un’India più ricca e potente rappresenterà un vantaggio, e non un problema, per gli Stati Uniti. Nel complesso, il fatto che il Brasile, l’India, la Turchia e il Sudafrica stiano vivendo una fase di crescita economica, risulta o indifferente alla posizione strategica dell’America o, addirittura, vantaggioso. Al momento attuale, soltanto la crescita dell’economia cinese potrebbe avere conseguenze concrete per la potenza americana, ma soltanto nella misura in cui i cinesi sapranno tradurre questo sviluppo economico in termini di forza militare.

II. Se è vero che gli Stati Uniti non stanno subendo un declino della propria potenza, non è forse altrettanto vero che la loro influenza si è ridotta e che risulta sempre più difficile imporre la volontà americana al mondo? L’impressione quasi unanime è che gli Stati Uniti abbiano effettivamente perduto parte della propria influenza. Quale che sia la spiegazione corretta (il declino americano, la “ascesa del resto del mondo”, l’apparente fallimento del modello capitalista americano, la natura disfunzionale della politica americana, la crescente complessità del sistema internazionale), c’è la diffusa convinzione che gli Stati Uniti non siano più in grado di plasmare il pianeta in conformità ai propri interessi e ideali, come facevano un tempo. Ogni giorno sembra fornire nuove conferme, con vicende che sembrano andare contro gli interessi americani e sfuggire al loro controllo. E, naturalmente, è del tutto vero che gli Stati Uniti non sono in grado di ottenere sempre ciò che vogliono. Ma, in realtà, non sono mai stati in grado di ottenerlo. In gran parte, le attuali impressioni su un declino dell’influenza americana si fondano su una nostalgica illusione: ossia che ci fu un tempo in cui l’America poteva plasmare il mondo a suo piacimento, convincere le altre nazioni a fare ciò che desiderava e, come ha detto il politologo Stephen M. Walt, “gestire la politica, l’economia e la sicurezza per quasi l’intero globo”.

Se vogliamo valutare con precisione l’attuale posizione dell’America, è importante rendersi conto che quest’immagine del passato americano è una semplice illusione. Non è mai esistita un’America così. Abbiamo l’abitudine di pensare ai primi anni della Guerra fredda come a un periodo di assoluto predominio globale americano. Ma non era affatto così. Gli Stati Uniti hanno ottenuto risultati eccezionali in quel periodo: il piano Marshall, l’alleanza Nato, l’Onu, il sistema economico di Bretton Woods. Tuttavia, a ogni grande impresa compiuta in quegli anni, corrispose un altrettanto grave insuccesso. Durante gli anni della presidenza Truman si ebbe, nel 1949, il trionfo della rivoluzione comunista in Cina, ritenuto un autentico disastro per gli interessi americani nella regione, e che effettivamente ci costò alquanto caro, se non altro perché contribuì in modo decisivo a spingere la Corea del nord ad attaccare la Corea del sud nel 1950. Ma come concluse Dean Acheson, “il minaccioso esito della guerra civile in Cina andava oltre le possibilità di controllo degli Stati Uniti”, essendo il frutto di “forze che il nostro paese ha cercato invano di influenzare”. Un anno dopo ci fu l’inaspettato attacco della Corea del nord contro la Corea del sud e il conseguente intervento americano che, dopo aver causato oltre 35.000 morti e quasi 100.000 feriti tra le forze americane, si concluse lasciando la situazione quasi esattamente uguale a quella precedente lo scoppio della guerra. Nel 1949 avvenne poi la cosa forse più grave di tutte: l’acquisizione della bomba atomica da parte dell’Unione sovietica e la fine del monopolio nucleare, sul quale si era fino ad allora fondata l’intera strategia militare americana.
Un anno dopo fu pubblicato l’NSC-68, il famoso documento strategico che richiamava l’attenzione sul crescente divario che si era aperto tra la forza militare americana e i suoi impegni strategici globali. Se tale tendenza si fosse mantenuta, il risultato sarebbe stato “un grave declino della forza del mondo libero rispetto a quella dell’Unione sovietica e dei suoi satelliti”. La “integrità e la vitalità del nostro sistema”, continuava il documento, erano “minacciate come mai prima in tutta la nostra storia”. Douglas MacArthur, parlando alla Convention nazionale repubblicana del 1952, lamentò “l’allarmante mutamento nell’equilibrio mondiale delle forze”, “il peso crescente dei nostri impegni fiscali”, la crescente potenza dell’Unione sovietica e “il nostro relativo declino”. Nel 1957, la Gaither Commission riferì che l’economia russa stava crescendo a un ritmo nettamente più rapido rispetto a quella degli Stati Uniti e che nel giro di appena due anni la Russia sarebbe stata in grado di colpire il suolo americano con un centinaio di missili balistici, cosa che spinse Sam Rayburn, allora presidente della Camera, a fare la seguente domanda: “A cosa servono una solida economia e un bilancio equilibrato se perdiamo la nostra indipendenza nazionale e il rublo diventa la nuova moneta del paese?”. Allo stesso modo, gli Stati Uniti non sono sempre stati in grado di convincere gli altri paesi, e persino i loro più stretti alleati, a fare come dicevano loro. Nel 1949, Acheson cercò invano di impedire che gli alleati europei, Inghilterra compresa, riconoscessero la Cina comunista. Nel 1954, l’Amministrazione Eisenhower non riuscì a imporre la sua posizione alla Conferenza di Ginevra sul Vietnam e si rifiutò di firmare gli accordi finali. Due anni dopo cercò, di nuovo invano, di impedire che gli inglesi, i francesi e gli israeliani invadessero l’Egitto per la chiusura del Canale di Suez. Quando gli Stati Uniti si scontrarono con la Cina per la questione delle isole di Quemoy e Matsu, l’Amministrazione Eisenhower non riuscì a ottenere l’appoggio degli alleati europei, cosa che fece temere a John Foster Dulles che la Nato stesse per “frantumarsi”. Alla fine degli anni Cinquanta Mao era convinto che gli Stati Uniti fossero una superpotenza in declino, “timorosa di assumere nuovi impegni nel Terzo mondo e sempre più incapace di mantenere la supremazia sui paesi capitalisti”. Che dire poi del “soft power” americano? Non è forse vero, come ha sostenuto il politologo Joseph S. Nye Jr., che gli Stati Uniti un tempo riuscivano a “ottenere ciò che desideravano nel mondo” grazie ai “valori espressi” dalla cultura americana e trasmessi dalla televisione, dal cinema e dalla musica, così come grazie al fascino della politica interna ed estera americana? Erano proprio questi elementi di soft power che spingevano le popolazioni di tutto il mondo a seguire il modello degli Stati Uniti e ad “ammirare i loro valori, imitandone l’esempio e aspirando a raggiungere il loro livello di prosperità e apertura”. Ma, ancora una volta, la concreta realtà storica appare ben più complessa.

Durante i primi decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, buona parte del mondo non ammirava gli Stati Uniti né intendeva seguirne il modello, e non era affatto soddisfatta del modo in cui conducevano gli affari internazionali. Certo, i media americani diffondevano la cultura americana, ma trasmettevano un’immagine che non era sempre lusinghiera. Negli anni Cinquanta il mondo poteva vedere alla televisione le immagini di Joseph McCarthy e della caccia ai comunisti nel dipartimento di stato e a Hollywood. I film americani raffiguravano il soffocante conformismo capitalista della nuova cultura delle corporation americane. I romanzi di maggior successo, come “The Ugly American”, descrivevano crudamente la villania e la volgarità americana. Ci furono poi gli scontri per la segregazione negli anni Cinquanta e Sessanta, le immagini, viste in tutto il mondo, dei bianchi che sputavano contro gli studenti neri e della polizia che lanciava i cani contro i dimostranti neri. Il razzismo dell’America, come temeva Dulles, rischiava praticamente di “rovinare” l’immagine internazionale dell’America, soprattutto nel cosiddetto Terzo mondo. Alla fine degli anni Sessanta e nei primi anni Settanta ci furono le rivolte di Watts, gli assassinii di Martin Luther King Jr. e di Robert Kennedy, i morti alla Kent State University e infine lo scandalo Watergate. Tutte queste non erano certo immagini utili a propiziare il prestigio degli Stati Uniti nel mondo, malgrado i film di Jerry Lewis e di Woody Allen che potevano essere trasmessi nei cinema parigini.

E, durante questi medesimi anni, non si può certo dire che gran parte del mondo abbia considerato particolarmente allettante la politica estera americana. Eisenhower aspirava a “fare in modo che le popolazioni di questi paesi oppressi ci apprezzino anziché odiarci”, ma il rovesciamento di Mohammed Mossadegh in Iran e quello di Jacobo Arbenz in Guatemala, entrambi orchestrati dalla Cia, non servirono certo allo scopo. Nel 1957, i dimostranti attaccarono l’automobile del vicepresidente venezuelano urlando i seguenti slogan: “Vattene Nixon!”, “Via, cane!”, “Non dimenticheremo il Guatemala!”. Nel 1960, Kruscev umiliò Eisenhower cancellando un summit dopo che un aereo-spia americano venne abbattuto sui cieli della Russia. Quello stesso anno, mentre si recava a Tokyo per una “cordiale” visita, Eisenhower fu costretto a tornare indietro a metà viaggio perché il governo giapponese lo avvertì che non poteva garantire la sua sicurezza da eventuali attacchi degli studenti che protestavano contro l’“imperialismo” americano.

I successori democratici di Eisenhower non se la passarono molto meglio. Per qualche tempo, John F. Kennedy e sua moglie furono amati e apprezzati, ma dopo il suo assassinio il fascino dell’America iniziò a offuscarsi. L’invasione della Repubblica dominicana nel 1965, ordinata da Lyndon Johnson, fu unanimemente condannata non soltanto in America latina ma anche dagli alleati europei. De Gaulle fece presente ai funzionari americani che gli Stati Uniti, al pari di “tutti i paesi che possedevano una potenza schiacciante”, avevano finito per “convincersi che la forza era in grado di risolvere ogni cosa”, ma che ben presto avrebbero scoperto che “le cose non stavano così”. E poi, naturalmente, ci fu il Vietnam – le distruzioni, il napalm, il massacro di My Lai, le incursioni segrete in Cambogia, il bombardamento di Hanoi e l’immagine di una superpotenza colonialista che cercava di sottomettere un piccolo ma coraggioso paese del Terzo mondo.

Quando Hubert Humphrey, vicepresidente di Lyndon Johnson, si recò in visita a Berlino nel 1967, il centro culturale americano venne preso d’assalto, migliaia di studenti protestarono contro le politiche americane, e corsero voci su un possibile tentativo di assassinio. Nel 1968, quando milioni di giovani europei scesero nelle strade, non lo fecero certo per esprimere la loro ammirazione nei confronti della cultura americana. Ancora, la grande maggioranza delle nazioni del mondo non cercava affatto di imitare il sistema americano. Nei primi anni della Guerra fredda, molti furono attratti dalle economie a controllo statale dell’Unione sovietica e della Cina, che sembravano garantire la crescita senza i complicati problemi causati dalla democrazia. Per buona parte di questo periodo, le economie del blocco sovietico mantennero un tasso di crescita altrettanto alto di quello occidentale, grazie soprattutto all’impulso impresso dallo stato all’industria pesante. Secondo Allen Dulles, l’allora direttore della Cia, molti leader dei paesi del Terzo mondo ritenevano che il sistema sovietico “offrisse maggiori opportunità immediate rispetto a quello statunitense”. Diversi dittatori, come Nasser in Egitto e Sukarno in Indonesia, erano particolarmente affascinati da questo modello a direzione statale; ma lo era anche il primo ministro indiano Nehru. I leader del nuovo Movimento dei paesi non-allineati (Nehru, Nasser, Tito, Sukarno, Nkrumah) non mostravano alcuna ammirazione per il modello americano.

Dopo la morte di Stalin, tuttavia, sia l’Urss sia la Cina entrarono in un’accesa rivalità per conquistarsi il favore dei paesi del Terzo mondo, recandosi in visita in questi paesi e proponendo programmi di aiuti. Eisenhower dichiarò che “la nuova linea comunista fondata sulla dolcezza e la moderazione era probabilmente più pericolosa della propaganda dell’èra stalinista”. Le Amministrazioni Eisenhower, Kennedy e Johnson erano sempre preoccupate dalla possibilità di uno spostamento a sinistra in tutti questi paesi, e offrirono generosi aiuti nella speranza di conquistare i cuori e le menti delle loro popolazioni. Ma scoprirono che gli aiuti, anche se bene accetti, non garantivano né alleanza né approvazione. Conseguenza dell’animosità del Terzo mondo fu, a partire dagli anni Sessanta, la progressiva perdita di influenza degli Stati Uniti presso l’Onu. Mentre un tempo era stata l’istituzione che aveva legittimato la guerra americana in Corea, dagli anni Sessanta fino alla fine della Guerra fredda l’Assemblea generale dell’Onu divenne il forum preferito per l’espressione di un duraturo antiamericanismo.

Tratto da “The world America made”, di Robert Kagan

Copyright © 2012 by Robert Kagan. Reprinted by permission of Alfred A. Knopf, a division of Random House, Inc. Published by Arrangement with Roberto Santachiara Agenzia Letteraria. (Traduzione di Aldo Piccato). 1. continua

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