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Da LA BUSSOLA: 03-01-2012
 
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Chesterton contro Napolitano
 
Di Riccardo Cascioli
 
    “Gli uomini che davvero credono in se stessi stanno nei manicomi”. Così scriveva il grande scrittore inglese Gilbert K. Chesterton nel 1908 all’inizio del libro “Ortodossia”. Una affermazione che è tornata in mente ascoltando il messaggio di fine anno del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che – nel mezzo di un discorso sostanzialmente scontato e banalotto – non ha mancato di invitare gli italiani ad avere "fiducia in se stessi".
    Un tema, quello della fiducia, che è sicuramente caro a Napolitano, visto che in quasi tutti i messaggi di fine anno rivolge lo stesso invito: già nel suo primo discorso nel 2006 esordì infatti sostenendo che “un paese come il nostro deve e può avere fiducia in se stesso”, e l’anno successivo notò che “possiamo avere più fiducia in noi stessi”.
    In effetti il tema della fiducia negli ultimi anni è diventato ricorrente nel dibattito politico, soprattutto ha accompagnato in modo direttamente proporzionale l’aggravarsi della crisi economica mondiale. Si sostiene infatti che la stagnazione e la recessione siano precedute da una crisi di fiducia, che paralizza gli investimenti e blocca perciò la crescita. Senza fiducia nel futuro si è destinati all’estinzione: ne è un drammatico indicatore la forte denatalità che caratterizza tutta l’Europa, e l’Italia in particolare.
    Se questo è vero, sarebbe scontato chiedersi: da dove nasce la fiducia? La risposta del capo dello Stato – “in noi stessi” – non è altro che la riproposizione in altri termini di quell’ottimismo della volontà di craxiana memoria, che anche Berlusconi ha interpretato a suo modo. Eppure, abbiamo visto – vediamo - che lo slancio generato da questo ottimismo della volontà, da questo “credere in se stessi” ha il fiato corto, ha vita molto breve. E meno male, diremmo con Chesterton, perché significa che non siamo un popolo di pazzi.
    L’affermazione dello scrittore inglese era la risposta a un facoltoso editore con cui stava passeggiando, il quale disse di qualcuno: “Quell’uomo farà strada perché crede in se stesso”. Così oggi il presidente della Repubblica, e non solo lui, sostiene che l’Italia uscirà dalla crisi se crederemo in noi stessi. Ma – spiegava ancora Chesterton all’editore – quelli che credono in se stessi “lei dovrebbe conoscerli  tutti. Quel poeta ubriacone, di cui non ha accettato di pubblicare una cupa tragedia, credeva in se stesso. Quell’anziano ministro del culto col suo poema epico, che ha evitato di incontrare nascondendosi nel retro, lui credeva in se stesso. Se lei esaminasse la sua esperienza lavorativa, invece della sua ignobile filosofia individualista, saprebbe che credere in se stessi è uno dei segni più comuni del cialtrone. Gli attori che non sanno recitare e i debitori che non vogliono saperne di pagare credono in se stessi. Sarebbe più vero dire che un uomo fallirà sicuramente perché crede in se stesso. Essere assolutamente sicuri di sé non è solamente un peccato; essere assolutamente sicuri di sé è una debolezza. Credere ciecamente in se stessi è una convinzione isterica e superstiziosa…”.
    Se dunque la fiducia non può fondarsi su noi stessi, se credere in se stessi è una follia, dove fondarla? È la stessa domanda che l’interlocutore pone a Chesterton: “Se un uomo non deve credere in se stesso, in cosa deve credere?”.
    La risposta di Chesterton è il libro “Ortodossia” – rieditato recentemente in italiano da Lindau -, una riproposizione ragionata della fede cristiana. Solo l’apertura e l’adesione a Qualcuno più grande di noi e dei nostri limiti, può darci fiducia. Solo l’appartenenza alla Chiesa è la strada sicura per avere un futuro. Ci si conceda ancora una citazione di Chesterton: “L’ortodossia è non solo l’unico guardiano sicuro della morale e dell’ordine, ma è anche l’unico guardiano logico della libertà, dell’innovazione e del progresso. Se vogliamo far cadere il ricco oppressore, non possiamo farlo con la nuova dottrina della perfettibilità umana, ma con la vecchia dottrina del peccato originale. Se vogliamo sradicare crudeltà innate o risollevare popolazioni disperate, non possiamo farlo con la teoria scientifica secondo cui la materia precede lo spirito, ma con la teoria sovrannaturale secondo cui lo spirito precede la materia. (…) Se desideriamo che la civiltà europea vada in soccorso delle anime così come ne va all’assalto, dovremmo insistere fermamente sul fatto che esse sono davvero in pericolo, piuttosto che affermare che il pericolo al quale sono esposte sia in fin dei conti irreale”.
    In altre parole è ciò che ha chiarito papa Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana lo scorso 22 dicembre, affermando che se la radice della crisi economica è la crisi morale, dietro la crisi morale c’è la crisi della fede. Per questo il Papa ha indicato l'attuale come l’Anno della Fede. Non è un caso che la crisi economica, la perdita di fiducia nel futuro, abbia seguito in Europa il processo di progressiva secolarizzazione e l’affermarsi di un’ideologia relativista e nichilista.
    Dice il Papa: «Dove viene meno la percezione dell’uomo di essere accolto da parte di Dio, di essere amato da Lui, la domanda se sia veramente bene esistere come persona umana non trova più alcuna risposta. Il dubbio circa l’esistenza umana diventa sempre più insuperabile. Laddove diventa dominante il dubbio riguardo a Dio, segue inevitabilmente il dubbio circa lo stesso essere uomini. Vediamo oggi come questo dubbio si diffonde. Lo vediamo nella mancanza di gioia, nella tristezza interiore che si può leggere su tanti volti umani». Alla fine, «solo la fede mi dà la certezza: è bene che io ci sia. È bene esistere come persona umana, anche in tempi difficili».
    È da qui che si deve cominciare se vogliamo che l’augurio di Buon Anno abbia un senso.

 

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