Tea Party - Cronache del mondo conservatore

Obama è schiaffeggiato a destra, vilipeso a sinistra, bacchettato dai preti

di Marco Respinti - l'Occidentale 6/10/2011
 

To’ guarda: anche la Sinistra si è accorta che Barack Obama è una bufala, che il suo promesso “cambiamento” è peggiore di qualsiasi conservazione, che le sue ricette per la salvezza sono un disastro più grande del male che vorrebbero curare. “Occupando” Wall Street, la Sinistra ha così deciso di rompere gli indugi ma soprattutto quell’idillio con la Casa Bianca che per quattro troppo lunghi anni ne ha blindato le forze in un abbraccio mortale con il “suo” presidente. Perché la cosa vera è che se negli Stati Uniti oggi sei di sinistra, magari di quelli che si son spellati le mani per applaudire l’arrivo al 1600 di Pennsylvania Avenue di “uno dei nostri”, adesso non sai più dove andare a nasconderti... E questa è la buona notizia. La notizia triste è invece che questi “Tea Party di sinistra”, che in verità ricordano tanto il “popolo di Seattle” e dintorni, sono - lo dice bene Richard A. Lowry direttore di National Review - patetici.

Schiamazzano, urlano, sporcano, imprecano, magari sfasciano pure un po’ - perché la tentazione di darsi un tono alla “social forum” è grande -, ma non portano a niente. E lo dicono anche: la loro filosofia - da sempre - è solo “protestare è bello”. Bastano del resto quattro slogan e una t-shirt alla moda, e il gioco è fatto. Del resto è così non da oggi. Erano così i loro genitori - o i loro nonni? - nell’era degli hippie, è così anche la Sinistra odierna: in piazza per non saper dove andare, ma l’importante è andare. Si obietterà che però all’epoca le proteste contro la Guerra in Vietnam erano cosa seria, diffusa e sentita. Verissimo. Tant’è che le proteste più serie le fece la Destra, che una idea precisa di cosa un governo debba e non debba fare ce l’ha. Magari non sempre condivisibile, ma ce l’ha. Magari proprio sulla Guerra in Vietnam non accettabile, ma ce l’ha. La Sinistra, invece, allora bruciava le cartoline di chiamata alle armi, oggi le bandiere, ma quel che ha da mostrare al mondo quando apre le mani è solo un pugno di cenere.

Prendi i “Tea Party” - osserva bene Lowry -, quelli veri, quelli di destra. Sono la protesta antica quanto gli Stati Uniti, ordinata anche quando vociante, disciplinata pure se colorata, e rispettosa del diritto, dei diritti e della Costituzione, che - proprio in nome di questi ultimi - migliaia e migliaia di cittadini, di borghesi, di lavoratori e di piccoli proprietari inscenano per riprendersi ciò che è loro e di cui le tasse esagerate, la spesa pubblica faraonica, la burocrazia senza volto e troppe mani nelle tasche dei contribuenti cerca di espropriarli. Perché, questi dei “Tea Party” veri, dei “Tea Party” di destra, loro tengono famiglia. Gli “okkupanti” di Wall Street invece no, al limite paga papà (i danni ai beni degli altri) come accadeva da noi nel Sessantotto con i “proletari in spider”. Loro la famiglia non ce l’hanno, non hanno realtà preziose da garantire, tutelare, difendere, mantenere. Loro il commercialista da pagare profumatamente affinché, come una guida scout, di conduca ogni anno sano e salvo alla fine dei tunnel labirintici del fisco non ce l’hanno.

Niente rate del mutuo puntuali come la morte. Niente gabelle a mille che rendono quotidianamente insicura la strada che esce di casa, arriva in ufficio e poi torna all’ovile. Niente dazi assurdi su quello che ti sei comprato con i risparmi di una vita di lavoro, convinto che la qualità della vita sia un principio irrinunciabile dell’uomo - il quale che è e resta un essere vivente diverso dalla bestia da soma, dalla mucca da latte, dalla giumenta da monta, dalla formica da falansterio, dal pecoronismo dei servi - e un tesoro prezioso, rinunciabile come lo sono tutti gli “in più” ma non per questo dannato, da trasmettere ai tuoi figli. Niente di niente. I “social forum”, i “popoli di Seattle” e gli “okkupanti” di Wall Street la vita reale non sanno nemmeno cosa sia. È cosa buona e giusta che finalmente portino anch’essi il proprio contributo alla demolizione dell’idolo Obama, ma si fermeranno lì. E mentre i netturbini ancora levano le cartacce che la Sinistra anarcoide ha lasciato sui marciapiedi di Wall Street nella Grande Mela, i “Tea Party” veri, quelli che hanno a che fare con la vita reale dei cittadini statunitensi, avanzano inesorabili verso la meta in un clima che non permette più indugi.

Perché di “Tea Party” ora negli Stati Uniti ne è in azione un terzo. Tosto. Quello della Chiesa Cattolica, che con Obama - nonostante ciò che può avere pensato qualcuno - non ha di per sé mai flirtato, ma che oggi ha deciso di picchiare i pugni sul tavolo. Praticamente silenziato dai media nostrani, l’arcivescovo di New York Timothy M. Dolan ha infatti preso carta e penna per scrivere all’inquilino della Casa Bianca chiedendo di azzerare completamente l’insana politica seguita fin qui dalla sua Amministrazione e di ricominciare al più presto daccapo. Con due notazioni di assoluto rilievo. La prima è che Dolan la sua lettera l’ha scrive a Obama nelle vesti di presidente della Conferenza episcopale cattolica statunitense, ovvero impegnando tutta la Chiesa che è negli Stati Uniti. La seconda è che a detta lettera ne è seguita dopo pochi giorni un’altra ancora più decisiva.

La prima lettera, datata 20 settembre, ha per oggetto il DOMA, la legge federale che protegge come unico compatibile con l’ordinamento giuridico statunitense il matrimonio monogamico ed eterosessuale, una legge che vige dal 1996, che è la Linea Maginot del mondo pro-family e che invece Obama ha in odio frontale da che ha messo per la prima volta piede nello Studio Ovale.

La seconda lettera, datata 29 settembre, dà notizia di un comitato ad hoc per vigliare sulle violazioni delle libertà religiosa istituito dai vescovi statunitensi non per monitorare qualche oscuro angolo del mondo, ma per sorvegliare la vita degli Stati Uniti, minacciata (l’avversione del presidente al DOMA e le sue ricadute ne sono solo una delle molte fattispecie) dalle mille azioni di Obama e dei suoi, quelli che, lo si ricorderà, appena eletti nel 2008, e ancora prima di entrare formalmente in carica, promisero di cancellare con un tratto di penna centinaia di provvisioni di legge varate dall’Amministrazione precedente un numero enorme delle quali riguardava proprio “princìpi non negoziabili” e questioni “eticamente sensibili”.

Dolan, a capo dei vescovi cattolici statunitensi, sostiene che oltre gli USA non posso più andare. Che non è solo una questione di scelte politiche diverse, ma che la Casa Bianca di Obama è un nemico pubblico numero uno per gli Stati Uniti: per gli Stati Uniti dei cattolici, certo, ma pure per gli Stati Uniti di tutti gli altri, visto che minacciati sono libertà, diritti basilari e fondamenti imprescindibili della società statunitense di sempre e da sempre. Cita, Dolan, benissimo la Dichiarazione d’indipendenza, cita i fondamenti della civiltà statunitense, si mostra più patriottico lui di Obama, ed evoca lo spettro dello scontro diretto fra istituzioni e Chiesa.

Di queste cose così, di cui la nostra stampa non ama parlare, è probabile si vedrà sempre più aumentare il numero di qui allo scontro elettorale del novembre 2012. Obama è oramai un re nudo, schiaffeggiato a destra, vilipeso a sinistra, bacchettato dai preti. Questo autunno per lui tutto da dimenticare è probabile segni l’inizio della sua fine.

Marco Respinti è presidente del Columbia Institute, direttore del Centro Studi Russell Kirk e autore di L’ora dei “Tea Party”. Diario di una rivolta americana.

 

Indietro