Per l'islam pakistano un refuso
è una bestemmia
 
 
Di Marco Respinti - La Bussola Quotidiana 28/9/2011
 
    Un piccolo errore di scrittura, uno di quelli che le zampe di gallina dei ragazzini delle elementari disseminano a profusione su qualunque foglio capiti loro a tiro. Un banale errore di scrittura così costa adesso l’accusa di blasfemia alla piccola Faryal Bhatti, figlia di un’infermiera, cristiana lei come cristiana è tutta la sua famiglia, accusata di bestemmiare l’islam in base a quanto stabilisce quella sciagurata legge che finge di tutelare le religioni di tutti dagli improperi gratuiti e che invece serve solo a regolare conti personali di bassa lega colpendo nel frattempo - perché in casi così non ci si fa mai mancare niente - le minoranze religiose in genere e i cristiani in specie. Per intenderci, è per effetto di questa legge terribile che un alterco sciocco ha sbattuto in carcere con una condanna a morte che le pende sul capo la cattolica Asia Bibi, madre di cinque figli.
    Siamo in Pakistan, lo si capisce subito: uno dei luoghi più ambigui e perigliosi del mondo. In particolare siamo ad Havelian, un abitato nei pressi della oramai famosa Abbotabad, cioè il luogo dove il 2 maggio scorso è stato eliminato Osama bin Laden sotto il naso delle forze armate e dei servizi segreti pakistani.
    La piccola Faryal studia(va) alla Sir Syed Girls High School, la scuola che sorge nella zona della cittadina creata per alloggiare gli impiegati delle Pakistan Ordnance Factories, vale a dire il più vasto complesso d’industria bellica del Paese, che in siglia fa POF e il cui logo [vedi imamgine sotto] fa della "O" di detta sigla un mirino di precisione (tutto considerato, lo "sceicco del terrore" alloggiava in una zona davvero sicura e sorvegliata). Nell’inglese che anche in quelle zone si usa per farsi capire dal resto del mondo quella zona di insediamenti abitativi va sotto il nome di "POF colony".
    Secondo la direzione della Sir Syed Girls High School, il 22 settembre la piccola Faryal avrebbe sbagliato a trascrivere una parola in lingua urdu, la lingua ufficiale del Pakistan (e, dicono gli esperti, non esattamente la più semplice del mondo), detta in relazione a Maometto. Come islam comanda, l’urdu parlato in Pakistan si scrive in caratteri arabi, per la precisione si rende attraverso segni grafici arabo-persiani a cui sono aggiunti grafemi ulteriori atti a rappresentare i suoni propri delle lingue indiane.
    Ora, usando codesta versione enhanced dei caratteri arabi-persiani con cui in Pakistan si scrive l’urdu la differenza su carta tra la parola appunto urdu laanat e la parola altrettanto urdu naat è millimetrica [vedi immagine sotto]. Una mera questione - è questo il caso della piccola Faryal - di un puntino messo al posto giusto oppure, tristemente, finito al posto sbagliato. Già, perché attraverso quell’impercettibile pallino della scrittura arabo-persiana arricchita che si usa in Pakistan per rendere l’urdu passa l’abisso tra "maledizione", il suddetto laanat, e "poesia di lode", il naat di cui sopra. Immaginate l’uno invece che l’altro affiancato al nome del profeta del Corano e capirete perché la signora Fareeda, la maestra, correggendo gli elaborati delle sue ragazzine, sia sbigottita, abbia chiamato dal banco Faryal, l’abbia apostrofata all’ennesima potenza e quindi interrogata come una pericolosa criminale.
    Quando Faryal avrebbe risposto che si è trattato solo di un semplice errore di scrittura, la cosa avrebbe fatto infuriare ancora di più l’insegnate che, seguita dal resto della classe, avrebbe rincarato la dose, portando la ragazzina dal preside.
    Ora, il condizionale è d’obbligo, visto che molte presunte denunce di violazione dei diritti umani sono delle vere e proprie bufale. Del resto non c’è accordo nemmeno sull’età di Faryal: chi dice 13 anni, chi 10 (fonti pakistane, quelle citate di seguito). Però la Fondazione Masihi, quella che offre assistenza legale ad Asia Bibi, e Xavier P. William, presidente della fondazione Life for All che ha sede a Lahore, non hanno alcun dubbio. Il "caso Faryal", riferisce William, si è subito diffuso in tutta l’area grazie alla loquacità dei dirigenti della Sir Syed Girls High School e così la piccola è finita nella rosa degli eleggibili per l’accusa formale di blasfemia.
    Su richiesta della direzione della Sir Syed Girls High School sono quindi entrate in gioco anche le autorità religiose, che del resto hanno dato ragione a Faryal: certamente lo scambio di parole è stato un semplice errore di scrittura, ma nella vita uno deve assumersele le responsabilità dei propri errori. Le autorità religiose assieme ai residenti della "POF colony" di Havelian sono così scesi per le strade per chiedere l’accusa formale di blasfemia, l’espulsione di Faryal dalla scuola "del misfatto" e persino la cacciata di tutta la sua famiglia dalla "colonia" al grido di slogan anticristiani. E venerdì 23 settembre, giorno della preghiera islamica, si è chiuso il cerchio con gli ulema che hanno gridato al «complotto anti-islamico», ovviamente da schiacciare.
    Maulana Syed Ejaz Ali, religioso della moschea Jamia Masjid, vedendo Faryal in lacrime all’ennesimo interrogatorio, ha ribadito che il gesto della ragazzina è sì solo un errore scolastico, ma che nondimeno quell’errore ha trasformato una lode in un’offesa: «e questa è una ragione più che valida perché vi siano delle conseguenze», in modo che Faryal «non osi mai più nella vita formulare un pensiero contro l’islam».
    Del resto, con queste parole che parrebbero una burla a ogni persona di buon senso, il dotto religioso Ali dà voce senza errori di scrittura al fatalismo tipico della teologia musulmana in cui le cose non hanno sostanza in sé ma sono e dunque accadono per il volere immediato di Allah che tutto può mutare nel contrario di tutto e questo a proprio piacimento e per i propri insondabili scopi. Una faccenda, insomma, assolutamente seria, dunque assai grave.
    Esperti di diritto, uomini di religione, organizzazioni per la tutela dei diritti della persona e delle minoranze religiose del Pakistan stanno cercando di difendere Faryal e la sua famiglia che comunque hanno dovuto lasciare alla chetichella scuola e casa nella "POF colony" , con la madre Sarafeen che è pure stata trasferita dal posto di lavoro.      Per Monsignor Rufin Anthony, vescovo di Rawalpindi-Islamabad, è semplicemente l’ennesima grave intemperanza contro i cristiani, l’ultima in ordine di tempo di una serie altrettanto grave che si protrae oramai da anni, come appena ufficialmente e impegnativamente documentato per il mondo intero dallo Human Rights Monitor 2011, pubblicato dalla Commissione Nazionale per la Giustizia e la Pace della Conferenza Episcopale Cattolica del Pakistan. E pensare che anche a quelle latitudini, come non si stanca di ripetere Papa Benedetto XVI, basterebbe usare bene la sola ragione.

 

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