Il diritto naturale nell'età del pluralismo Stampa
! di Luca Negri
negri@ragionpolitica.it
  
mercoledì 28 settembre 2011

 

robert-p-george-diritto-nat.jpgL'Occidente è la culla del diritto naturale, nato dalla feconda unione del pensiero greco con il messaggio cristiano e maturato nella tonica atmosfera del Medioevo. Da troppi anni, però, l'Europa ha ripudiato o messo fra parentesi il giusnaturalismo per rimpiazzarlo con il meno impegnativo giuspositivismo. Nel nostro continente la teoria del diritto naturale rischia di finire confinata nel solo ambito ecclesiastico o nei vivaci circoli teocon, mentre negli Usa è ancora vivo, vegeto e battagliero, nella politica come nelle accademie.

Poiché gli stessi cattolici e gli altri sostenitori della legge di natura spesso non hanno le idee chiare in merito e non sono prontissimi nel difenderle dagli attacchi laicisti, c'è molto da imparare dalle lezioni tenute dal professor Robert P. George dell'università di Princeton presso l'ateneo di Macerata nel 2007, lezioni raccolte in volume e pubblicate da Lindau con il titolo Il diritto naturale nell'età del pluralismo.

George torna alle basi, scavalca i giusnaturalisti degli ultimi secoli ed approda alla pura concezione tomista. La filosofia di San Tommaso d'Aquino rimane quella ufficiale della Chiesa di Roma, ma solo superficialmente può essere ridotta a mero confessionalismo. In essa, o perlomeno nella branca concernente il diritto, il ruolo centrale è dato alla ragione, alla ragionevolezza. Ciò che è bene per l'uomo non può essere contrario alla ragione, proprio perché Dio ha creato individui che come lui di ragione sono dotati, almeno potenzialmente. La legge naturale, dunque, non può essere confinata solo nella rivelazione e resa accettabile per i soli credenti. Il Decalogo, per capirci, dovrebbe valere anche se non esistesse Dio; in caso contrario non sono possibili l'edificazione e la vita di una civiltà. Non sulla natura, come se questa di per sé possedesse una volontà certa ed autonoma, ci si può fondare, ma sulla ragione.

Giustamente il libro smonta le critiche dell'avversario più noto del diritto naturale, uno dei pensatori più cari ai sostenitori del diritto positivo: Hans Kelsen. George dimostra che il giurista austriaco ha elegantemente ignorato l'opera dell'Aquinate e si è rifatto ad autori derivati, avendo gioco facile nell'accusare i giusnaturalisti di cercare «intenzioni» più o meno recondite nella natura peccando di poco empirismo. Ma le intenzioni vanno cercate nella ragionevolezza, non nella natura.

In merito al dibattito sui diritti dell'embrione o sull'eticità della distruzione di embrioni umani per produrre cellule staminali, a parere di George «non è necessario ricorrere alla teologia, alla teoria dell'infusione dell'anima per dimostrare che esistono basi razionali per considerare tutti gli esseri umani - inclusi quelli allo stadio embrionale - come creature dotate di intrinseco valore e dignità». Basta la ragione per comprendere che l'embrione è potenzialmente completo, un qualcosa di distinto ed unico, non una parte di un altro organismo. Non qualcosa di diverso da un essere umano maturo ma una fase di un continuum che attraversa le fasi della nascita, dell'infanzia, dell'adolescenza.

Per quanto riguarda le questioni strettamente politiche, occorre ricordare che la teoria del diritto naturale non è statalista, mira a ridurre il danno inevitabile controllando e limitando i poteri del governo. Il potere va insomma decentralizzato, come suggerisce il principio di sussidiarietà. L'autorità degli organismi internazionali va equilibrata con quella degli organismi nazionali; questi ultimi vanno limitati a favore di quelli regionali, e via discendendo fino al gruppo di quartiere, all'associazione, alla famiglia. Certo, non si tratta di impresa facile. Come ammonisce l'accademico statunitense, il principio di sussidiarietà è «questione più di arte che di scienza».

 

Indietro