11 settembre, per non dimenticare Stampa
! di Alessandro Gianmoena - Ragionpolitica
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sabato 10 settembre 2011

 

torri-gemelle_100.jpgL’11 settembre non è solo la data di una commemorazione di un evento tragico che ha ferito gli Stati Uniti e l’intero mondo occidentale. Derubricarlo come fatto storico, perché chi ha commesso il fatto, Bin Laden, è stato ucciso e perché la circostanza economica di crisi che stiamo vivendo ci pone altri problemi più impellenti, non darebbe il giusto peso al martirio di molte vite umane accaduto dieci anni fa. La strage delle Torri gemelle ha, infatti, marchiato con il fuoco la carne del nostro secolo: ha chiuso il sipario del Novecento occidentale-centrico ed aperto al mondo nuovi crateri, dai quali è fuoriuscito il magma conflittuale religioso, sociale e politico dell'Islam.

L’anniversario dell’11 settembre, quindi, sarà destinato a cadenzare il tempo del nostro secolo ricordandoci che il mondo di oggi non ha solo problemi di carattere economico e che il confronto di civiltà è considerato ancora come scontro dall'integralismo religioso che, dopo la morte di Bin Laden, gode ancora di terreno fertile nell'Islam. L’ordine mondiale che si è costruito attorno alla tecnica, all’economia è un disordine religioso e culturale che crea conflitti. Viviamo in a interconnected world (in un mondo collegato), in un mondo in cui il modello di mercato occidentale e la sua tecnologia  hanno creato un prototipo mondializzato di homo economicus senza che l'Occidente sia riuscito parallelamente ad organizzare una vera e propria governance globale, all'interno della quale poter proiettare il proprio bagaglio culturale e valoriale sulla realtà globale.

Ciò ha prodotto una evidente debolezza degli Stati Uniti e conseguentemente dell’Europa, che ora temono l’homo economicus e sono deboli di fronte alle culture del mondo. Dieci anni fa non era così. George Bush fece degli Stati Uniti un gendarme del mondo, rafforzando il ruolo di protagonista dello stesso Occidente. Ma la realtà ha dato esiti differenti dalle aspettative. Il sacrificio economico americano per la difesa della sicurezza mondiale, dopo l’11 settembre, è aumentato ed è venuta meno, nel dopo Bush, l’idea da parte degli stessi americani di pensarsi come superpotenza. La scelta di eleggere Obama nasce da questi presupposti, dettata dall'intento di sanare le ferite interne di una società multiculturale americana che ha creduto nella necessità che gli Stati Uniti dovessero avviare una svolta nel loro approccio nei confronti del mondo. Ed il «leading from behind» (guidare dietro le quinte) della politica estera di Obama, come nel caso della Libia, mostra il volto di un Occidente indebolito, che non si pensa più come tale poiché ha perso la coscienza della propria identità: per questo oggi siamo tutti più fragili.

La crisi economica ha accentuato l’egoismo della sopravvivenza degli Stati e l’Occidente rischia di essere una parte importante sì, ma del mercato mondiale. Facciamo fatica ad esprimere quell’esprit de finesse (lo spirito di finezza) di pascaliana memoria del nostro modus vivendi che è il nostro tratto distintivo rispetto alle altre culture del mondo. Il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce, diceva Pascal, ed è per questo motivo che pensiamo come universali i diritti dell’uomo della nostra storia e cultura e crediamo e ci battiamo per la difesa di valori quali la libertà e la democrazia; ed è proprio per salvaguardarli che dobbiamo sentire il peso di quel martirio avvenuto l’11 settembre.

Spesso, però, tutto viene offuscato da un senso di colpa latente che tende a sminuire la nostra identità, anche in molti Paesi del Vecchio Continente e, per quanto riguarda l'Italia, ciò accade all'interno della sinistra nostrana, la quale non perde occasione per sbandierare il vessillo del multiculturalismo, che rappresenta un compromesso al ribasso per chi non ha come valore di riferimento le radici profonde del proprio popolo.

Il nichilismo ed il cosmopolitismo ci hanno reso deboli di fronte alle altre culture del mondo, ed in particolare nei confronti dell’universo islamico, incapaci di capire in anticipo l'inizio di un possibile cambiamento con la primavera araba. E se è giusto dire che in tempo di crisi economica vale il detto «piatto ricco molti problemi, piatto vuoto un problema solo», è altresì importante non abbandonare l’idea di Occidente su un piano politico e culturale, oltre che economico, poiché il rischio di questo secolo potrebbe essere che la realtà globale venga influenzata pesantemente dalle crisi di un mondo islamico che sta subendo la sua secolarizzazione con l’esplosione delle debolezze di una religione totalizzante e frammentata in sette e dinastie.

Anche se oggi l’Oriente occidentalizzato dal colonialismo e dal comunismo ha maggior peso in ambito finanziario, economico e tra un po' di tempo anche in quello militare, esso non potrà avere il ruolo che l’Occidente ha ed ha avuto nel mondo: come potrebbe una potenza come la Cina, che obbliga il suo popolo ad una violenta ed ideologica armonia sociale senza il riconoscimento di molti diritti fondamentali dell’uomo, occuparsi di tutelare la mancanza di libertà altrui? Il cinismo legato al mero raggiungimento dell'interesse economico diventerebbe l’unica prassi che plasma l'ordine del mondo ed il sacrificio dei martiri dell’11 settembre, ed anche dei soldati americani morti in Iraq come degli italiani e di tutti gli occidentali uccisi in Afghanistan, perderebbe di significato, così come verrebbero meno i valori fondanti della democrazia e della libertà occidentali. 

 

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