Siccità? E' Madre Natura
 
Di Giuseppe Bertoni - La Bussola Quotidiana 8/8/2011

    A volte sono portato a chiedermi se l’uomo non abbia perso il senso della realtà naturale e con questo non mi riferisco a molti comportamenti poco commendevoli di cui lo si vede protagonista: lusso sfrenato, cibo quale obiettivo della vita, aborto, abolizione del "genere", ecc. No, mi riferisco invece a cose relativamente più semplici che provo ad esemplificare riportando dichiarazioni del tipo: “La siccità e la povertà in cui stanno versando popolazioni del Corno d’Africa è la conseguenza della crisi della giustizia sociale mondiale e dello spreco da parte dei paesi ricchi …. È l’uomo che si innalza al di sopra del povero che genera, nel suo egoismo, le carestie”. Sono frasi prese dal quotidiano Avvenire (21/07/2011
), quali pronunciate da un vescovo che stimo (mons. Bregantini, vescovo di Campobasso), ma che mi pongono proprio il dubbio di cui sopra: di che realtà naturale (siccità) si sta parlando?
    Possibile infatti che la storia umana, ivi compresa quella estrapolabile dalla Sacra Bibbia, non abbia insegnato nulla, ripeto nulla? Due esempi:
    - le 7 vacche grasse e le 7 vacche magre (Giuseppe figlio di Giacobbe ed il Faraone), con 7 anni di siccità nel nord Africa e nel Medio Oriente di 3500 anni fa;
    - metà ‘800, l’emigrazione degli irlandesi verso l’America e la causa scoperta poi in un fungo microscopico, la peronospora della patata, che ha falcidiato per qualche anno i raccolti.
    Fino a 100 anni fa le carestie periodiche erano la regola anche in Europa, non l’eccezione come ora; questa è la realtà della natura, da alcuni definita “buona” Madre Terra. Fenomeni questi del tutto naturali che nulla hanno in comune con l’azione dell’uomo, buono od egoista che sia (diversa è la questione dei sistemi economici, ma di ciò si parlerà dopo perché ben poco effetto hanno sulla siccità nel Corno d’Africa). Né possiamo pensare fossero (o siano) punizioni di Dio a causa dell’egoismo dell’uomo. Tutto è possibile, ma personalmente ho una visione diversa di Dio creatore, quella di un “facitore” di un sistema con regole che implicano – per forza di cose – la morte e le catastrofi, affinché ci sia un rifiorire della vita (metafora del Cristo e del cristiano che “morendo” hanno dato e daranno frutto …); l’uomo le può limitare, ma per fare ciò deve intervenire più o meno pesantemente.
    Se così stanno le cose, e sfido chiunque a dimostrare il contrario, almeno nei concetti generali, mi chiedo che senso abbiano certe letture sociologhe di fatti – vedi quanto riportato da Avvenire – che purtroppo accadono ancora oggi, ma che non divergono dalle regole naturali. Anzi, a divergere dalle regole naturali siamo proprio noi “ricchi” – compresa l’Italia – perché tali regole abbiamo in larga misura eluso, poiché riusciamo a produrre anche con la siccità e ci bastano “poche braccia” per sfamare molte bocche (agli occhi di qualche benpensante questo è già fortemente criticabile perché si sfrutta la natura, si persegue il profitto ecc.).
    Assai più corretto sarebbe allora chiedersi perché noi sì e loro no e se veramente il nostro egoismo – questo purtroppo imperante – sia la causa dei loro problemi. Sulle ragioni di fondo di questi squilibri non ho molti elementi, ma nel concreto posso dire che:
    - noi abbiamo superato quella situazione solo grazie allo sviluppo scientifico e tecnico; anche se vi sono stati effetti “collaterali”, per cui è ora necessario rendere sempre più sostenibile il sistema, i vantaggi sono innegabili;
    - i poveri non hanno avuto tale sviluppo e quindi sono ancora in balia della natura (matrigna) esattamente come piante ed animali che si adattano al mutare dell’ambiente (anziché mutare con intelligenza le condizioni di vita, come fa l’uomo evoluto da 10.000 anni).
    Di chi la responsabilità del loro ritardo? Di molti: certamente dei colonialisti e neocolonialisti … e perché dimenticare i missionari e le ONG? Non intendo assolvere nessuno a priori, ma soprattutto non assolvo loro (in questo momento gli abitanti del Corno d’Africa), cosi come non assolverei né genitori né figli se questi ultimi risultassero dei disadattati. Sì, perché quel che manca loro (i poveri) è la capacità di gestire il sistema naturale, cosa da noi iniziata con Egizi, Greci e Romani, ma che poi ha avuto una incredibile accelerazione con scienza e tecnica.     E loro? Perché non si sono ugualmente evoluti? Neppure dopo la contaminazione colonialista? 
    Rispondere non è facile, ma tornando al tema iniziale dell’egoismo dei ricchi (purtroppo chiave di molte disgrazie) quale potenziale causa della altrui povertà, verrebbe da chiedere (a molti facili maestri) come la nostra sobrietà – che io auspico e pratico – risolverebbe i problemi dei diseredati dell’Africa. Forse perché manderemmo loro i nostri “pesci” avanzati? Padre Giulio Albanese direbbe giustamente che è assistenzialismo (a mio parere ben venga, ma nella sola emergenza). Forse perché manderemmo loro macchine, concimi, sementi, petrolio ecc. ecc. perché abbiamo sprecato meno? Peggio che peggio, saremmo accusati di neo-colonialismo cultural-tecnologico, ma poi a che servirebbe? Non li saprebbero valorizzare.
    Allora, senza trascurare “il rischio educativo” (nel senso che il nostro sacrificio per aiutarli non costituisce garanzia certa di accoglimento da parte loro), io vedo solo una via per risolvere i problemi delle carestie ricorrenti nei paesi poveri: recarsi laggiù “numerosi” e con vero spirito missionario – superando quindi il nostro egoismo – per avviare scuole, soprattutto professionalizzanti in campo agricolo, ed insediare strutture produttive adatte alle loro condizioni, ma razionali. Solo successivamente sia pure di poco e comunque con gradualità, si potrà pensare – come suggerito da ACLI terra (Avvenire, 29-07-11, p. 9) – ad investimenti in infrastrutture rurali, sistemi di irrigazione, trasporti, organizzazione dei mercati locali e dei mezzi di stoccaggio. Certo, come dimenticare la base di tutto, cioè la sicurezza personale? Su questo debbono agire “le diplomazie” internazionali; pensare quasi esclusivamente alla speculazione, senza aver prima risolto la stabilità socio-politica e la scarsità di cibo a livello mondiale, è tempo perso (o peggio un ricercare alibi).
    Purtroppo, temo che nulla cambierà per molto tempo ancora poiché, fra mille schermaglie di chi teme di “colonizzare”, chi teme di “sfruttare” la natura, chi teme che le multinazionali ci guadagnino, chi se la deve prendere con il governo, chi dice che la Chiesa ha i soldi ma non li spende per questo, chi è contro lo sviluppo, chi ha saputo che le soluzioni ci sono ma sono tenute nascoste (non ricordo altre leggende metropolitane, ma sicuramente ve ne sono!), tutto resterà come prima sino alla prossima volta. In verità un qualche motivo di fiducia c’è perché sempre più missionari (i soli che fanno seriamente) comprendono che questa partenza dal basso è la sola via percorribile. Mi auguro che la CEI ed altri privilegino aiuti in questa direzione (provocatoriamente c’è chi lo chiede prima di costruire chiese), noi stiamo partendo con un progetto: “Produzione di cibo appropriato: sufficiente, sicuro, sostenibile” che ha questi obiettivi in Italia, Congo ed India.
    Ben diverso il discorso per i poveri che vivono nei paesi più o meno sviluppati; indubbiamente una maggiore giustizia distributiva sarebbe necessaria. Ma in aggiunta a ciò sarebbe opportuno parlare di sobrietà e di cosa significhi: meno consumi, più auto elettriche o non piuttosto un impegno personale a sostituire il “tempo libero” con il “tempo utile” per sé (“lavori” in casa per ridurre il consumismo) e per gli altri (assistenza volontaria per rendere più vivibile la società). Le due cose (giustizia e sobrietà) sono legate soprattutto dalla consapevolezza che solo dal recupero di maggior senso di responsabilità e di dedizione in tutti, può ripartire un sistema sociale più giusto (forse era questo l’intendimento del mio “amico” vescovo? Speriamo!).

 

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