Che ci fa Dini sul Teheran Times

L'America, l'Iran e la diplomazia italiana

di Roberto Santoro - l'Occidentale 14/7/2011

"Il senatore Lamberto Dini", scrive il Teheran Times del 9 luglio scorso, "ha descritto l'Iran come una potenza regionale, dicendo che questo Paese non può essere escluso dall'arena internazionale". Forse il giornale iraniano non è la vostra lettura preferita ma può essere divertente leggerlo per avere uno spaccato della curiosa politica di potenza italiana e di certe altre castronerie occidentali.

Non è ben chiaro il perché ma la settimana scorsa il Responsabile per gli Affari Europei della Repubblica iraniana, Ali Ahani, ha partecipato al meeting della NATO sull'isola della Maddalena in Italia. Presenza rimarchevole che già basterebbe a darci il quadro della faciloneria delle grandi potenze. Più o meno nelle stesse ore, Ahani incontrava anche il presidente della Commissione Affari Esteri del Senato, Dini, per parlare del futuro dell'Iran e di quanto gli ayatollah possano aiutare la Coalizione in Afghanistan.

"Durante l'incontro Dini ha espresso la speranza che l'Iran dimostri di essere capace di giocare un grande ruolo nella soluzione dei problemi che interessano la regione, attraverso la cooperazione con gli altri Paesi dell'area", la velina di regime sembra entusiasta per l'apertura di credito, "il veterano della diplomazia italiana (...) ha detto che Teheran e Roma possono cercare di incrementare la loro cooperazione in varie sfere". Il peana del Teheran Times fa sorridere ma non deve sorprendere: ci sono anni di relazioni speciali fra l'Italia e la Repubblica islamica dietro quell'articolessa

Quand'era premier e poi da ministro degli esteri del governo Prodi, fino alla carica nell'ultimo governo Berlusconi, Lambertow  è sempre stato l'incarnazione del realismo e dell'equilibrismo diplomatico, due doti che lo hanno portato di sovente a difendere le ragioni dell'islam, dei palestinesi e del mondo arabo. Anche quando il Cav. ha alzato la voce con Ahmadinejad, Dini ha subito disinnescato le polemiche definendole uno "scambio di battute sopra le righe".

Siamo davanti a un eminente uomo politico e a un grande esperto di economia, di casa a Washington e che ha familiarità con l'America, un profondo animatore di quel filoarabismo italico che considera ancora possibile tenere alto il dialogo con l'Iran. Negli anni Novanta Dini fece da mediatore tra l'allora segretario di stato Albright e il presidente Khatami, prima dell'11 Settembre e della rincorsa nucleare iraniana. Allora si credeva che Khatami rappresentasse il cambiamento ma i realisti forse ignoravano, e probabilmente continuano a farlo, che una volta, sempre a Roma, il presidente-filosofo sciita si era rifiutato di rispondere alle domande di un giornalista ebreo.

Ricordiamo che l'elezione di Khatami fu "ratificata" dalla Suprema Guida Khamenei, lo stesso Khamenei che ha offerto la sua protezione ad Ahmadinejad (e adesso gliela vorrebbe togliere). Ma fatte le debite ricostruzioni storiche chiediamoci se l'incontro fra Dini ed Ahani possa essere semplicemente liquidato come un fatto estemporaneo oppure, visto il ruolo non di secondo piano che il senatore italiano gioca nella maggioranza nazionale e a livello internazionale, andrebbe interpretato come uno schermo: l'espressione di un rinnovato interesse da parte americana a riprendere le comunicazioni con Teheran in un quadro transatlantico. Se così fosse, ci sia permesso dirlo, sarebbe una operazione dalla dubbia serietà e dai risultati indubbiamente fallimentari.

 

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