Cina, il PC ha fatto 90 anni ma potrebbe non arrivare ai 100

Candeline, censura, violenze e corruzione

di Lorenzo Fimiani - l'Occidentale 9/7/2011

Poco più di una settimana fa il Partito Comunista Cinese ha compiuto 90 anni (1921-2011) e naturalmente questa ricorrenza è apparsa alla dirigenza cinese, guidata da Hu Jintao, la migliore occasione possibile per sfoggiare il solito miscuglio di propaganda e di frase fatte sulla storia del partito e sulla gestione della cosa pubblica.

Tra nuove canzoni e film di propaganda, tra monete celebrative e sosia di Mao assoldati per impersonare piccoli drama nei parchi della capitale, il PCC ha orgogliosamente comunicato di aver raggiunto –e superato– gli 80 milioni di iscritti. Un numero pari quasi all'intera popolazione tedesca. Cifre da capogiro che diventano “normali” se consideriamo che il PCC è l'unico partito cui è consentito partecipare al gioco politico: una macchina politica che si è evoluta in un establishment delle élite cinesi più ricche e ambiziose. I vertici cinesi hanno anche affermato che ben il 40% degli studenti universitari si iscrive nelle liste del Communist Party of China, quasi a voler screditare quelle voci che danno i giovani cinesi più interessati al modo di vivere occidentale che al comunismo.

Damien Ma, analista per la Cina dell'Eurasia Group, e autore di articoli per riviste come Forbes e The New Republic, ha affermato come si sia accorto, nel corso della sua visita alla People University nel 2006, del fatto che gran parte degli studenti universitari iscritti al Partito Comunista non lo facevano per una particolare passione politica o ideologica, ma perché era ritenuto il mezzo migliore per entrare in una sorta di “club esclusivo” e un’agevolazione per il loro futuro cammino lavorativo.

Al di là della difficoltà nel definire “comunista” un Paese fondato sul capitalismo sfrenato, mascherato, e colpevole di creare una classe di “super-ricchi” ed un numero incomparabile di “super-poveri”, non possiamo esimerci dal valutare quei fattori di instabilità capaci di capovolgere gli scenari futuri.

Il fattore della corruzione, in primis. Se lo stesso Presidente Hu Jintao, nel suo discorso per l'anniversario dei 90 anni del partito, si è detto preoccupato della dilagante corruzione in Cina, qualcosa di vero ci sarà. E noi ci chiediamo da dove possa partire questo fenomeno di corruzione; in Cina c'è un unico partito politico autorizzato a gestire tutti gli aspetti della società. Un partito-Stato, insomma. E se proprio Hu Jintao ha affermato la necessità di “battere la corruzione per non perdere il consenso popolare”, è proprio questo, probabilmente, il punto di partenza per esaminare le chances di un futuro diverso dalla bandiera con la falce e il martello. Per quanto tempo, allora, il popolo cinese potrà persistere nell'accettare le palesi violazioni dei diritti umani che avvengono nella Terra del dragone? Tortura, carcere, sparizioni, pena di morte, repressione feroce del dissenso: questa è la linea su cui si muove la dirigenza del gigante asiatico. Per non parlare dell'atteggiamento nei confronti della questione tibetana. Quanto a lungo i cinesi potranno accettare di non poter disporre dei più elementari diritti di espressione, di stampa, di religione, nonostante il loro paese sia parte contraente della Convenzione ONU sui diritti dell'uomo e della Convenzione ONU contro la tortura?

Gli eventi del Nordafrica ci hanno insegnato che la storia, spesso, vive di sommovimenti improvvisi, capaci di sconvolgere Stati e società. Qualsiasi buon analista, però, ci risponderebbe che questo non è il caso della Cina di Hu Jintao, perché il controllo del partito sulla società è ferreo. Ma, come afferma Paolo Janni nel volume “L'Occidente Plurale”, la Cina prima o poi dovrà affrontare seriamente il contrasto tra il “pc” e il “PC”. Ovverosia, il permanente dissidio tra il personal computer, evidentemente in riferimento alla diffusione di internet e di tutto ciò che comporta, e il Partito Comunista, che prosegue nella sua opera di smisurata censura e di filtraggio delle notizie esterne.

Soltanto pochi giorni fa, la tv di Hong Kong ATV ha dato la notizia, già riportata dal web, della morte –causa infarto– dell'ex presidente cinese Jiang Zemin. Non solo le autorità di Pechino non hanno né smentito, né confermato questa voce, ma, addirittura digitando nei motori di ricerca, parole come “Jiang” o “infarto”, non si otteneva alcun risultato. La macchina della censura cinese aveva già acceso i motori, insomma. Questo è solo uno dei tanti esempi che si possono fare in merito. In una situazione come questa, è difficile che la popolazione cinese possa farsi davvero un'idea di cosa accade nel mondo, difficilmente potrà essere consapevole delle costanti violazioni di una innumerevole serie di diritti nei suoi confronti. Ed è su questo punto, probabilmente, che si fonda il consenso del PCC nella società, sarebbe a dire sul fatto che i cinesi poco o nulla sanno delle loro reali condizioni di vita, anzi, vivono in una società “ovattata” e plasmata ad uso e consumo del partito al potere. Tuttavia, è anche su questa base che le pressioni internazionali potranno minare l'edificio cinese dalle fondamenta, insieme alla imprescindibile opera di diffusione delle notizie da parte della rete Internet.

Insomma, nel contesto cinese ci sono tutta una serie di elementi che sembrano minare, in maniera lenta e invisibile, la solidità di un progetto e di uno Stato intero. Siamo davvero così sicuri che la bandiera rossa potrà sventolare per le strade cinesi anche alla festa del centenario? Il 2021, dopotutto, non è poi così lontano. Io, personalmente, non ci metterei la mano sul fuoco. E voi?

 

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