Bugie per giustificare l’orrore

di Carlos Carralero - Ragionpolitica 7/6/2011

A Cuba non si tortura: una delle più grandi menzogne che Castro I dice, e  Castro II ripete. I cubani non possono parlare con i morti, nemmeno con i sopravvissuti: alcuni appartengono già all'aldilà, gli altri vivono in esilio, alcuni vivi, altri morti. Loro avrebbero menzionato almeno le celle d'isolamento o la «gavetta», dove non ci starebbe nemmeno un uomo seduto e tantomeno in piedi, o la tortura psicologica e il ricatto ai familiari.

A Cuba non si uccide. Sono molti i testimoni di fucilazioni sommarie o senza processo. Quelle descritte nel libro di Pedro Corzo, edito in Italia dalla casa editrice Spirali, che risalgono ai primi mesi della rivoluzione. Il libro di padre Arzuaga racconta le storie e le memorie dei cubani del carcere de La Cabaña a La Habana, dove Che Guevara ordinava le fucilazioni degli imputati ancora prima del processo. Padre Arzuaga, un cappellano che perduta la fede gettò la veste di sacerdote, pagò così nel corso degli anni il suo debito con i cubani fucilati, dedicando loro un libro, dando voce ai loro cadaveri. Così proclamava il Che: «Ascoltate pure l'imputato, se volete, ma l'importante, non è l'argomento, bensì se conviene uccidere». Uno degli insegnamenti lasciati del tenero cubano-argentino. Altrettanto faceva Raúl Castro a Santiago de Cuba. Un giorno si divertì a ordinare ai condannati di aspettare la morte sul bordo di un canale nei pressi del fiume San Juan per evitare alle vittime la fatica di scavarsi la fossa.

Più di 77.000 cubani hanno perso la vita nello stretto della Florida. Si stima che su ogni quattro persone che scappano su fragili imbarcazioni almeno uno perisce. Tre storie drammatiche avvenute tra Cuba e Miami potrebbero illustrare la dimensione del dramma. La prima, nei pressi del fiume Canimar, vicino a Varadero, spiaggia sfruttata dagli stessi stranieri (che ci negano l'aiuto e per giunta ci smentiscono quando raccontiamo il nostro terribile dramma). Nel 1980 un gruppo di cubani tentò di scappare su una barca e il governo, tramite il segretario di partito della provincia di Matanzas, Julián Rizo, ordinò di sparare: la maggior parte delle persone a bordo perirono. Nessuno ne parlò. La seconda tragedia accadde il 13 luglio 1994, su una barca chiamata «13 marzo» (13 è un numero fatidico, usato da Castro per le sue delicate manovre; un 13 agosto nacque il Saturno cubano). Questa volta il crimine fu più orrendo perché su questa barca morirono circa venti bambini, il più piccolo aveva solo sei mesi. Ma la vicenda è ancora più tragica perché la guardia costiera cubana fece affondare la barca senza ascoltare le madri che pregavano i poliziotti di salvare almeno i loro figli. La terza avvenne il 24 febbraio 1996, quando tre piccoli aerei dell'associazione Hermanos al Rescate che sorvolava le acque internazionali vennero abbattuti dalla Forza Aerea cubana nel momento in cui l'opposizione aveva indetto il consiglio Cubano, un tentativo di concentrare le forze dell'opposizione. Il governo arrestò tutti i partecipanti.

Perché i cubani cercano di scappare rischiando la vita? Semplicemente perché il paradiso socialista è invivibile e preferiscono trovare la libertà dopo la morte piuttosto che vivere come schiavi. Alla fine del mese di febbraio 2010 una parte della nazione cubana si è commossa per la morte eroica di uno dei suoi figli, Orlando Zapata Tamayo, detenuto in carcere, colpevole di reato di opinione. Zapata non era stato condannato insieme al gruppo dei «75» nel 2003, bensì qualche mese dopo. Perché? Perché il regime lo aveva sottovalutato e discriminato. Menzionando i più noti, il regime tentava di far credere ai cubani e al mondo intero che coloro che avevano processato con un giudizio sommario erano agenti della Cia e che Zapata era un delinquente comune, un semplice muratore. Nel 1999 il governo emanò una legge (legge 88, chiamata «mordaza», cioè legge del bavaglio). Con questa legge si voleva non solo giustificare le proprie azioni, ma anche proteggersi dalla critica internazionale. La normativa in questione condanna i dissidenti per il presunto delitto di collaborare con il nemico e mettere in pericolo la sovranità nazionale. La legge include anche gli stranieri che raccontano gli avvenimenti di Cuba, accusandoli di propaganda contro il regime. Motivo per cui i corrispondenti a Cuba esitano a pubblicare le notizie più compromettenti per il regime. Zapata non è stato il primo a morire nell'isola dopo un lungo sciopero della fame: 14 anime lo hanno preceduto.

Non esiste opposizione, sono mercenari o agenti della Cia: con questa assurdità, Castro accusa i suoi oppositori. Nondimeno, con gli stessi metodi con cui costrinse molti cubani a combattere Batista, un gruppo d'oppositori hanno lottato contro di lui negli anni tra il 1960 e 1966, soprattutto sui monti dell' Escambray. Prima disse al mondo che coloro che lo combattevano erano dei banditi, definendo eufemisticamente quel periodo storico «lotta contro i banditi». Trattò i suoi ex compagni con metodi brutali e privo di qualsiasi etica, mandando i loro familiari e amici in campi di concentramento nella provincia del Pinar del Rio, poi con un processo di dislocamento che chiamò «pulizia di Escambray». Con questa strategia, impediva ai partigiani di rifornirsi di armi, cibo e medicinali. Di tutto ciò il popolo cubano non sa nulla. Quando Castro ebbe compiuto la sua missione di sterminio di coloro che un tempo erano stati i suoi compagni, a Cuba regnò il terrore, quindi il silenzio, fino al 1976, quando dal carcere Gustavo Arcos, compagno di Castro nell'assalto alla caserma Moncada nel 1953, Riccardo Bofil e altri fondarono la prima organizzazione per i diritti umani in epoca castrista: il Comitato Cubano per i Diritti Umani.

Da allora sono decine le organizzazioni di diritti umani nate a Cuba, ma essendo totalmente illegali sono politicamente deboli. Castro e i suoi complici continuano a negare l'evidenza, l'opposizione al suo regime, dicendo che coloro che lo contestano sono mercenari: un classico per  l'Antologia dell'Orrore. Il regime, in un'azione di captatio benevolentia con importanti istituzioni internazionali, ha liberato una parte dei 75 dissidenti incarcerati nel 2003; coloro che non hanno accettato le condizioni del regime sono agli arresti domiciliari. Ora il castrismo processa di meno, ma allo stesso tempo arresta e reprime brutalmente la dissidenza. La morte recente di Soto García è un chiaro esempio di ciò che affermo.

Traduzione a cura di Maria Chiara Albanese

 

Indietro