L'Occidente dica basta alla macelleria siriana come ha fatto in Libia

di Emanuele Ottolenghi - l'Occidentale 11/5/2011

Nel suo discorso alla nazione del 28 marzo scorso, il Presidente Americano Barack Obama così spiegò le ragioni dell’intervento americano contro la Libia: “Sapevamo che se avessimo aspettato un giorno ancora, a Benghazi... ci sarebbe stato un massacro che avrebbe riverberato in tutta la regione e macchiato la coscienza del mondo.” E prevenendo possibili critiche, Obama aggiunse che “E’ vero che l’America non può usare la sua potenza militare ovunque vi sia una repressione. E visti i costi e i rischi di un intervento, dobbiamo sempre misurare i nostri interessi rispetto alla necessità di intervenire. Ma questo non può essere una scusa per non agire mai a favore di quel che è giusto. In questo caso particolare – la Libia – in questo momento, ci trovavamo di fronte al prospetto di una violenza inaudita.”

Nel suo discorso Obama ha cercato di riconciliare l’impulso emotivo dell’intervento umanitario con il calcolo raziocinante ma forse un po’ cinico dell’interesse nazionale, rifiutando i due principi come alternative irriducibili. Presumibilmente, dunque, in un momento in cui l’intero Medioriente presenta un continuo incrociarsi di interessi nazionali e crisi umanitarie, ci sono altre vie che verranno di volta in volta vagliate a seconda dell’equilibrio tra le esigenze di interesse nazionale e i doveri morali dell’interventismo umanitario, ma di fronte ai ‘prospetti di violenza inaudita’ l’America non se ne starà con le mani in mano.

Invece, questa formulazione sembra più un volo pindarico che una nobile intenzione, vista l’ondata di rivolte che ha travolto l’ordine costituito in tutto il Medio Oriente. Se l’America non invia truppe, aerei e navi per azioni militari e l’alternativa – lo starsene con le mani in mano – non è moralmente difendibile, cos’altro sta facendo l’America, e cosa può fare l’Occidente? In altre parole – se l’interesse nazionale è in gioco ed esiste una realistica possibilità di massacri, cosa si può fare, se non si vuole intervenire militarmente?

Quanto sta accadendo in Siria dimostra quanto sia urgente trovare una risposta. In Siria, è evidente che l’equilibrio tra interesse e richiami di coscienza impone più della retorica senza conseguenze concrete che finora ha caratterizzato la politica americana (e, in simil misura, quella europea) di risposta alla brutale repressione di dimostranti pacifici e disarmati da parte del regime siriano.

Il dittatore siriano Bashar al-Assad ha già fatto massacrare centinaia di civili inermi e il numero dei morti aumenta di giorno in giorno. Le sue brigate corrazzate sono entrate nella città di al-Dera’a, l’epicentro delle proteste, dopo aver bombardato la città per giorni. Ci sono resoconti di partecipazione delle Guardie Rivoluzionarie iraniane nel coordinare e metter in atto la repressione. E le prove della brutalità della risposta del regime a proteste pacifiche sono disponibili su You Tube e altrove su Internet.

Non si tratta dunque anche in questo caso di una situazione dove ‘i costi e i rischi d’intervento’ non dovrebbero essere ‘una scusa per non agire mai a favore di quel che è giusto’? Beninteso, non stiamo qui a sostenere un’altra missione NATO contro la Siria. Ma a sottolineare come quanto detto dal Presidente Obama si applichi anche alla Siria – e a chiedere perchè allora America ed Europa se ne stiano sostanzialmente con le mani in mano in una situazione dove chiaramente agire contro il regime siriano riflette sia un interesse nazionale che un impulso emotivo a difesa dei diritti degli indifesi.

Si pensi un momento al contrasto tra Muammar Gheddafie Bashar al Assad per definire l’interesse nazionale. Gheddafi ha rinunciato alle sue ambizioni nucleari nel 2004 – Bashar al-Assad continua a condurre un programma nucleare clandestino e a rifiutarsi di cooperare con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Gheddafi ha rinunciato a sostenere il terrorismo internazionale – Bashar al-Assad continua a sostenere e finanziare il terrorismo internazionale. Gheddafi ha sostenuto e finanziato per gli scorsi sette anni dei programmi di deradicalizzazione degli estremisti islamici salafiti vicini ad Al-Qaeda – Assad continua a favorire il transito di estremisti islamici salafiti diretti in Iraq a uccidere soldati occidental e civili iracheni.

Gheddafi ha migliorato i suoi rapporti con l’Occidente – Assad ha migliorato i suoi rapport con l’Iran. Gheddafi ha consegnato almeno uno dei responsabili della strage di Lockerbie alla giustizia internazionale – mentre Assad continua a proteggere gli assassini del primo ministro libanese Rafiq Hariri e a intralciare le indagini del tribunale dell’ONU incaricato di fare giustizia sulla vicenda. Infine, spodestare Gheddafi a favore dei ribelli non dovrebbe produrre nessun vantaggio strategico chiaro – Gheddafi era già nostro amico, ci vendeva già il petrolio e aveva abbandonato tutte le attività che costituivano una minaccia strategica per l’Occidente già nel 2004.

Cambiare il regime in Siria, per contro, potrebbe avere vantaggi strategici significativi e di lunga durata. Il sostegno che la Siria da a Hezbollah potrebbe venir meno; per non parlare della sua alleanza con l’Iran. E se l’Iran perdesse la Siria – il suo importante alleato e cliente regionale – la sua influenza ne uscirebbe duramente danneggiata. C’è insomma molto di più da guadagnare nel rovesciare Assad che nel rovesciare Gheddafi – e i quasi mille morti della rivolta siriana ormai si avvicinano a quella ‘macchia sulla coscienza’ della comunità internazionale che l’intervento in Libia avrebbe evitato.

Se dunque siamo intervenuti in Libia con le armi, perchè non prendere qualche misura concreta contro la Siria? Ieri l’Unione Europea, dopo infinite esitazioni, ha introdotto una prima serie di timide misure contro il regime siriano – sanzioni finanziarie contro tredici membri del regime (ma, sorprendentemente, non il suo presidente dittatore) e un embargo sulle esportazioni di armi. Bene – ma ci sembra un po’ poco.

Occorrerebbe ora ritirare gli ambasciatori occidentali da Damasco; sospendere gli accordi dell’Unione Europea di associazione con la Siria e sospendere il flusso di finanziamenti a progetti approvati nel contesto di quegli accordi; includere l’intera famiglia Assad nelle misure di sanzioni finanziarie; iniziare la procedura di deferimento di Assad al tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità; e dire, come disse Obama di Gheddafi, che ‘Assad deve andarsene’. Se i crimini di Gheddafi sono stati sufficienti a farci intervenire senza apparenti motivi strategici, ragion di più per intraprendere una dura strada di sanzioni punitive e isolamento contro la Siria, visto che i benefici, in questo caso, sarebbero enormi.

Emanuele Ottolenghi is a Senior Fellow at the Foundation for Defense of Democracies

 

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