Il prossimo è Assad ma senza fretta

Regime change

di Roberto Santoro - l'Occidentale 4/5/2011

Due giorni fa, il ministero degli interni siriano ha intimato all’opposizione di arrendersi entro il 15 maggio, in caso contrario ribelli,“sabotatori e terroristi” ne pagheranno le conseguenze. Le violenze per adesso hanno raggiunto l’apice fra venerdì e domenica scorsa, con circa 120 morti nella brutale repressione ordinata dal regime degli Assad. Gli attivisti siriani denunciano che, dal 15 marzo scorso, 453 persone sarebbero state uccise dalle forze di sicurezza.

Il 29 aprile, il presidente americano Barack Obama ha chiesto nuove sanzioni contro la Siria, ordinando di congelare gli “asset” americani nel Paese e colpendo tre alti ufficiali del regime, tra cui il fratello e il cugino del presidente Bashar al-Assad (l'ala dura del clan alawita ritiene infatti che Bashar sia stato troppo dolce con i manifestanti). Il nuovo giro di sanzioni riapre la strada al “cambio di regime” siriano, perseguito già da molti anni da Washington. Gli Usa hanno accusato Damasco di aver nascosto le armi di distruzioni di massa di Saddam, di aver fatto fuori il leader libanese Hariri, di aver addestrato e rifornito jihadisti e insorgenti in Iraq. Eppure il clan Assad è riuscito sempre a farla franca con il suo sedicente pragmatismo e la scusa del secolarismo. Per cui è utile chiedersi quanto tempo ci vorrà prima che il regime venga giù.

L’argomento più trito contro il regime change in Afghanistan e in Iraq è più o meno riassumibile in questi termini: Saddam Hussein e il mullah Omar erano dei dittatori, laici o religiosi, ma rovesciarli è stato inutile visto che il mondo è pieno di brutti ceffi del genere e non è possibile deporli tutti quanti. Lo strumento principe della politica estera dell’amministrazione Bush, però, non prevedeva unicamente di esportare la democrazia sulla punta delle baionette. L’idea era piuttosto quella di favorire tutte le condizioni necessarie a innescare l’implosione, dall’interno, dei regimi islamici e più in generale degli “stati canaglia”. La dottrina della pre-emption avrebbe fatto il resto.  

Obama, che non è certo un presidente di guerra, sta raccogliendo i frutti di quella strategia. Dopo il crollo dell’emirato talebano e del regime baathista iracheno, si è alzata l’onda delle rivoluzioni arabe. Altri tiranni sono caduti, alcuni più o meno ‘pacificamente’, come Ben Alì in Tunisia e Mubarak in Egitto, mentre si combatte per rovesciare il rais libico Gheddafi. Nello Yemen, il presidente Saleh ha prima annunciato e poi precipitosamente ritirato le sue dimissioni sotto la pressione della folla. In Bahrain, nel cuore del Golfo Persico, i sauditi sono stati costretti a intervenire con la forza per evitare una sollevazione sciita che rischia di rovesciare la monarchia al potere. Il mullah Omar, Saddam Hussein, Ben Alì, Mubarak, Gheddafi, Saleh, l'eliminazione di Osama Bin Laden. L’elenco degli ex alleati, dei tiranni e dei terroristi spazzati via in un decennio inizia ad essere più lungo del previsto.

Ora il cerchio si stringe attorno all’ultimo bastione del fascismo islamico, l’Iran nucleare degli ayatollah, già scosso da ribellioni e scontri di piazza dopo la contestatissima rielezione del presidente Ahmadinejad. L’Iran sta soffiando sul fuoco delle rivolte nel Golfo perché, geopoliticamente, è qui che la Persia combatte la battaglia decisiva per l’egemonia nella regione (e nell’islam). Nella “grande strategia” degli Usa e di Israele il cronometro del regime change iraniano è scattato da tempo, solo che, prima di puntare al bersaglio grosso, bisogna fargli il vuoto attorno, contenerlo militarmente e insidiarlo destabilizzando i suoi satelliti. 

La Siria è il perno decisivo della “lunga guerra” annunciata dal presidente G.W. Bush dopo l’11 Settembre. L’alfiere che, per disposizione geografica, assume un ruolo strategico decisivo per la sopravvivenza dell’Iran khomeinista. Non a caso il generale Suleimani, il capo delle forze Qods, l'elite delle guardie della Rivoluzione iraniana, è di stanza al confine tra i due Paesi, pronto a intervenire. Bashir ha bloccato un aereo carico di miliziani iraniani. Al fratello e al cugino questa mossa non è piaciuta. E qualcuno a Washington e a Gerusalemme teme che il vero colpo di stato possa arrivare da ambienti del clan che gli sono ostili.

Gli Assad sono al potere dal colpo di stato del 1963 ed attualmente non sembra esserci una valida alternativa alla famiglia che tiene in scacco il Paese. L’esercito, a differenza di quanto è avvenuto in Egitto, è rimasto pressoché fedele agli alawiti. Questo rende l’ipotesi di una caduta del presidente sotto la spinta di una rivoluzione interna meno verosimile di altri tonfi recenti, almeno nel breve periodo. Damasco sa come spaventare la comunità internazionale, perché se la protesta sfociasse in una guerra civile si aprirebbe un altro fronte “libico” dagli esiti tragici. Il “paradosso siriano”, come l’ha definito l'agenzia d'intelligence Stratfor, è che le grandi potenze dell’area non sembrano entusiaste di veder sparire Assad anche se muoiono dalla voglia di saperlo in disgrazia.

In Siria la religione prevalente è quella sunnita e i Fratelli Musulmani giocherebbero la loro partita in un momento di grande fortuna per l'organizzazione islamica che si muove su scala internazionale: come cambierebbe la politica estera del Paese con una maggioranza sunnita al potere? A nord, i curdi sono una spina nel fianco della Turchia. Negli ultimi giorni da Ankara arrivano dichiarazioni contraddittorie: da una parte il ministro degli esteri Davutoglu ha messo in guardia da un intervento straniero in Siria, dall’altra ha chiesto agli Assad di intraprendere passi concreti verso le riforme (il ministro delle finanze siriano ha promesso centomila nuovi posti di lavoro nei prossimi 5 anni). La Turchia ha proposto di inviare a Damasco una delegazione di tecnici, ma si è spinta oltre, annunciando di avere dei piani per creare delle "zone franche" per i profughi all’interno del territorio siriano. Le truppe turche tornerebbero in Siria dopo un secolo.

La Siria confina anche con l’Iraq e il Libano ed è in questi due Paesi che Damasco può giocare più facilmente la carta della destabilizzazione su base etnica e settaria. La buona notizia è che l’amministrazione Obama sembra orientata a lasciare almeno 10.000 uomini nelle basi in Iraq. Baghdad non deve vacillare sotto il peso del potente vicino iraniano. I siriani qualche anno fa si sono ritirati dal Libano ma la “Rivoluzione dei cedri” sembra appassita e l’Hezbollah è tornato ad essere il regista delle operazioni. Che fare con gli Assad? L’impressione è che Turchia, Arabia Saudita, ed in misura minore gli Usa ed Israele non spingano più di tanto verso il regime change. In ogni caso, prima o poi verrà anche il turno di Bashar. La “lunga guerra” non è finita.

 

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