L'incubo Bin Laden finisce anche grazie a Bush

di Marco Respinti - Ragionpolitica 4/5/2011

Barack Hussein Obama si goda questo scenario magico di vittoria, è il suo momento, ne ha pieno diritto. Ma per l'internazionale delle sinistre blasé e dei benpensanti assortiti sarebbe proprio il momento di darci un gran saggio di meraviglioso silenzio. Vederli ora sugli schermi tivù e dalle colonne dei giornali magnificare la Casa Bianca per l'avvenuta eliminazione di Osama bin Laden mentre ancora hanno piena la bocca e la penna dei vituperi lanciati per anni all'indirizzo di George W. Bush jr. è stomachevole. Faccio un solo esempio, giusto per capirci. Lunedì pomeriggio Corradino Mineo, dagli studi di Radio News 24, ha proposto una sua personalissima ricostruzione della guerra al terrorismo che faceva far accapponare la pelle quanto a faziosità e insipienza: ebbene, nel corso di essa è riuscito persino a dire che la differenza fra Bush jr. ieri e Obama oggi è che il prima praticava lo «sterminio» e invece il secondo «l'intelligence». E mentre ancora ci stavamo domandano su che pianeta Mineo vivesse, il prode direttore di Rai News 24 è riuscito persino a citare come fonte documentale nientepopodimeno che Fahrenheit 9/11 di Michael Moore...

Bisogna infatti essere degli olimpionici della malafede per non vedere che l'eclatante risultato ottenuto il 1° maggio dai Navy Seals è ovviamente frutto della semina operata lungo un decennio dalla «Dottrina Bush», che quel risultato non sarebbe mai giunto se non fosse stato accanitamente voluto, acribicamente perseguito, tenacemente ricercato e mai abbandonato da Bush jr., che quei 45 minuti di live action da parte dei servicemen americani nasce anni fa a Tora Bora, prosegue nel Waziristan, passa da Guantanamo e ritorna nel Pakistan doppiogiochista che ancora il secondo mandato Bush jr. era agli albori. Nulla, assolutamente nulla di quanto è accaduto domenica sarebbe stato minimamente possibile senza gli appostamenti, le indagini, la guerra di posizione in cui Bush jr. è stato in grado di portare un Paese e capace di mantenercelo contro tutto e tutti, in primis quelli che oggi si spellano le mani per Obama come se l'abbattimento di bin Laden fosse nato ier l'altro, improvvisamente, sotto il cavolo.

Lo ha riconosciuto lo stesso Obama: che senso avrebbe sennò avuto ricordare e decorare, nella medesima giornata di lunedì, i militari americani impegnati sui fronti della guerra al terrorismo, sottolineandone coraggio, abnegazione, generosità, valore e sacrificio? Che senso avrebbe avuto farlo proprio mentre dal fronte di guerra Obama si sta ritirando se non fosse chiara e limpida la percezione che nulla di quanto è stato compiuto dai servicemen domenica sarebbe stato possibile senza le lacrime e sangue versate da quegli stessi uomini e donne nel lungo, tormentato, infinto decennio scorso?

Che senso ha, allora, dimenticare improvvisamente la gratitudine e l'obbligo morale che il mondo dei liberi deve al presidente Bush jr. e al suo coraggio speso con serenità contro le mille contumelie allorché, per un tempo interminabile, con saldezza e senza mai perdere la speranza, il Comandante in capo ha guidato alla vittoria, colta oggi con relativa semplicità dal suo successore sullo scranno presidenziale? Nessuno, ovvio. Ma ai pacifisti a intermittenza e alle anime belle del progressismo mondiale piace fare così. Vederli avvitarsi attorno a certi pensieri contorti che tentano di distinguere le «guerre cattive» di Bush dalle «guerre buone» di Obama, denigrare i missili intelligenti se sono di un presidente americano non-progressista ma spellarsi le mani se li lancia un liberal convinto, salutare con interventismo neocoloniale le guerre Onu e sputare livorosamente su quelle patriottiche è francamente vergognoso.

Nessuno di dette anime belle ha sollevato il minimo distinguo di fronte a certi anfratti oggettivamente poco chiari inerenti l'operazione militare che ha tolto di mezzo bin Laden: a noi va benissimo così poiché riteniamo che così si debba fare, che il diritto di cronaca ha pur dei limiti e che la ragion di Stato ha talora le sue motivazioni. Ma ve lo immaginate cosa sarebbe accaduto se bin Laden lo avesse ucciso l'Amministrazione Bush jr. senza diffondere una foto che sia una, facendosi sorpassare da un rete tivù pakistana che mette in giro una patacca clamorosa a cui tutti credono per ore, sottraendo il corpo a ogni sguardo e affidandolo alle onde del mare dicendoci di aver appena prima effettuato, nel bel mezzo della battaglia del compound binlandiano, quel test del Dna che a noi sembrava impiegasse più tempo per dar responsi affidabili? Ve lo immaginate cosa sarebbe successo? V'immaginate i sit-in di protesta di Massimo Mazzucco, Giulietto Chiesa, Franco Cardini, Maurizio Blondet, Marco Travaglio, Antonio Padellaro e l'altro Antonio cioè Di Pietro?

E invece no. Invece alla puntata speciale di Matrix in onda lunedì 2 maggio un serafico Enrico Letta, vicepresidente del Partito democratico (quello italiano), ha detto che è tutto ok, che non ci sono anomalie, che se la Casa Bianca ha detto così significa che così è davvero stato, che «noi ci fidiamo degli americani e non vediamo perché non dovremmo fidarci», che ovvio la frettolosa sepoltura in mare non solleva alcun problema, che Obama è buono, che Obama sa come trattare i terroristi, che Obama non ce l'ha con l'islam (se è per questo Obama lo ha fatto praticamente citando letteralmente parole che furono di Bush jr.), che Obama aveva dato esplicitamente l'ordine di arrestare bin Laden ma che però poi quel birbone si è incaponito e quindi han dovuto centrargli il cranio con un singolo colpo, tutta colpa sua... Chiudendo poi la serata con uno sprizzo di contentezza perché oggi «Obama è più forte».

Sì, Obama cercherà di sfruttare l'innegabile, grandioso successo di oggi a scopi elettorali. È davvero l'ultima carta che gli rimane, e in vero è un poker d'assi. Nella sua infinita provvidenza e celeste bontà, però, il Dio degli eserciti ha voluto che lo stop definitivo a Bin Laden venisse dopo le elezioni di medio termine del novembre 2010 e assai (troppo?) prima delle presidenziali del novembre 2012. Ricordando che nessun presidente statunitense ha mai vinto le elezioni con la politica estera, vogliamo qui dire che ci sono ancora molti mesi affinché quel gran popolo che sono gli americani pratichi il sano e autentico patriottismo bipartisan, di cui noi siamo incapaci e invece loro maestri, il quale consiste nel complimentarsi con Obama per non essersi, (solo) in politica estera, allontanato da quella «Dottrina Bush jr.» che ha permesso di far giustizia del leader di al-Qa'ida. Con il trionfo del 1° maggio 2011 Barack Hussein Obama ha reso infatti pubblicamente grazie a George W. Bush jr.

 

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