La cifra della differenza

di Francesco Natale - Ragionpolitica 3/5/2011

Per una volta la giustizia umana, così imperfetta e raramente scevra da errori, ha fatto il suo corso, con la metodica, severa freddezza che la caratterizza: Osama Bin Laden è stato individuato e giustiziato. Pochi sono i dubbi riguardo all'aver meritato tale destino. Non solo per una questione eminentemente retributiva, ovvero saldare il conto dell'11 settembre 2001 (e non solo quello), ma anche e soprattutto per l'oggettivo pericolo che egli ha continuato e avrebbe continuato a rappresentare per tutto il mondo, occidentale e orientale alla stessa stregua.

Chi scrive ammette, senza voler fare il guastafeste, di non condividere le manifestazioni di giubilo che hanno avuto luogo negli Stati Uniti a seguito della conferma dell'eliminazione dello sceicco, tuttavia, umanamente, le comprende: è facile dimostrare distacco e freddezza analitica quando non sono stati i nostri parenti, i nostri amici, i nostri figli a perire atrocemente nell'attentato più vile ed efferato che mai abbia avuto luogo da che esiste l'uomo. Una azione terroristica che già nei presupposti organizzativi e nell'aberrante perfezione con cui i medesimi sono stati sviluppati denunciava l'ineluttabile presenza del demoniaco nella storia.

Era impensabile che un atto di guerra, perché di questo si è trattato, di tale portata rimanesse impunito, che non ci fosse una risposta terminale la quale impedisse che migliaia di famiglie subissero, oltre alla irreparabile perdita dei propri cari, l'abominevole sberleffo dell'impunità totale del colpevole.

Di fronte a questo successo della giustizia laica e secolare, parrebbero suonare davvero discordanti le parole di Padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana: «Osama Bin Laden - come tutti sappiamo - ha avuto la gravissima responsabilità di diffondere divisione e odio fra i popoli e di strumentalizzare le religioni a questo fine. Di fronte alla morte di un uomo, un cristiano non si rallegra mai, ma riflette sulle gravi responsabilità di ognuno davanti a Dio e agli uomini, e spera e si impegna perché ogni evento non sia occasione per una crescita ulteriore dell'odio, ma della pace».

In queste poche righe, rinveniamo la cifra di una differenza, di una alterità abissale ed incolmabile rispetto al mondo non cristiano. Non stiamo qui a disquisire di superiorità o meno dei modelli culturali e religiosi: non ce ne importa nulla. Ma non possiamo fare a meno di cogliere, con semplicità e sincero spirito critico non annebbiato dall'ideologia, una diversità profonda che segna in maniera indelebile la nostra civiltà. Una distinzione che non è rappresentata dalla gloria conquistatrice dell'Impero Romano, dalla venerazione gnostica delle scienze figlia del razionalismo giacobino, dal feticismo costituzionale o dall'antifascismo militante. Una distinzione che è molto più semplice da cogliere e al contempo terribile da accettarsi nella sua semplicità: il Perdono.

In questa parola, semplice e terribile, si cela l'essenza delle nostre radici cristiane. In questo parola, che è Grazia, richiamata neppure troppo tra le righe da Padre Lombardi, si concretizza la grandezza di Cristo Re che entra, con buona pace dei laicisti militanti stile Uaar, nella storia e, come ai tempi del suo primo avvento, «desta scandalo», disintegrando l'ipocrisia delle convenzioni (oggi diremmo il «politically correct»), offrendo questo «scandaloso» Perdono a tutti, ai suoi carnefici in primis, lasciando a ciascuno la libertà di accettarlo o meno.

E' per questo che oggi più che mai dovremmo accogliere il messaggio di Padre Lombardi: giustizia è stata fatta, almeno sull'effimero piano umano e parziale riparazione è stata offerta alle vittime innocenti e ai loro cari. E' bene che l'odio, per quanto in apparenza legittimo, si estingua e lasci spazio, se possibile, alla Misericordia. Da mihi animas, cetera tolle. Ora che il «cetera» è stato tolto, in rispondenza ad una legittima sete di giustizia, lasciamo che dell'«anima» si occupi chi di dovere. E non mi stupirei se in qualche sparuta trappa piuttosto che in qualche salotto di città o nella quiete di una parrocchia di periferia qualcuno oggi innalzi uno strano e «scandaloso» requiem aeternam, in piena buona fede e certamente non in rispondenza ad un insulso ed ipocrita buonismo. E'anche questo (solo questo?) che differenzia l'Uomo...dalle bestie.

 

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