Russia, censimento da paura

Manifesto 28/3/2011

Il declino demografico in Russia accelera, e ha ormai un ritmo che fa paura: lo confermano in modo crudo i risultati preliminari dell’ultimo censimento generale, condotto nell’ottobre scorso (il precedente era stato condotto nel 2002) e pubblicati nei numeri generali più importanti sul quotidiano ufficiale Rossijskaya Gazeta. I risultati completi saranno resi noti solo alla fine dell’anno dal RosStat, l’Istituto centrale di statistica.

In sintesi, il censimento rivela che in otto anni, dal 2002 al 2010, la Russia ha perso 2,2 milioni di abitanti, scendendo sotto i 143 milioni complessivi e accelerando il trend negativo già constatato nei decenni precedenti. Il Paese aveva infatti perso 1,8 milioni di abitanti fra il 1989 (data dell’ultimo censimento svolto in epoca sovietica) e il 2002: un declino allora attribuito dagli ottimisti a fattori contingenti come la crisi economica e di valori seguita allo scioglimento dell’Urss, l’ondata di emigrazione avviatasi con la liberalizzazione e così via. Ma adesso è chiaro che si tratta di ben altro: in questi ultimi otto anni non c’è stata nessuna particolare crisi economica né di valori, gli immigrati dall’area ex sovietica sono stati molto più numerosi degli emigrati verso occidente: dunque il crollo demografico è da attribuirsi tutto quanto a un sempre più forte prevalere della mortalità sulla natalità, e in particolare della mortalità maschile. Il numero dei maschi è infatti calato assai più di quello delle femmine, al punto che oggi la popolazione di sesso maschile rappresenta soltanto il 46,3 per cento del totale, una delle percentuali più basse del mondo (era il 46,7 per cento otto anni fa).

Non sembra quindi che le misure varate dal governo negli ultimi cinque anni per arginare questa incombente catastrofe demografica abbiano per ora prodotto alcun risultato, nonostante i numeri indichino che il calo della natalità nel 2009-2010 sembra essersi arrestato. Il fatto è che le misure in questione consistono essenzialmente in incentivi a fare figli, ma non affrontano invece per nulla il problema della iper-mortalità che affligge soprattutto gli uomini russi, la cui aspettativa di vita media è poco superiore ai 50 anni e che sono colpiti, oltre che da malattie cardiovascolari, da fenomeni del tutto specifici come l’alcolismo e le morti traumatiche (in particolare per incidenti, ma anche per risse, omicidi e suicidi).

Quanto alla rappresentazione territoriale del crollo demografico, i dati indicano che esso coinvolge i tre quarti delle regioni in cui è suddiviso il Paese, risparmiando in genere le grandi città, “salvate” presumibilmente dai movimenti migratori: Mosca ha raggiunto gli 11,5 milioni di residenti (anche se dati non ufficiali ipotizzano numeri di gran lunga superiori), San Pietroburgo sfiora i 5 milioni. Ma più in generale il rapporto fra abitanti delle aree urbane e quelli delle aree rurali è rimasto praticamente identico a quello del 2002: 73,7 per cento di “cittadini” contro 26,3 per cento di “campagnoli”.

 

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