La Libia minaccia attacchi a navi e aerei civili. Juppé: simo pronti ad agire - Italia, ok a no-fly zone

Sole24Ore 17/3/2011

«Ci stiamo preparando ad agire» dopo che l'Onu avrà adottato le sue risoluzioni. Lo ha detto ai cronisti il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, in una pausa dei lavori al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite a New York. La Francia e i paesi partner, ha spiegato Juppé, stanno pianificando le azioni che seguiranno le decisioni dell'Onu.

Dalla diplomazia francese trapelano i dettagli del progetto di risoluzione delle Nazioni Unite sulla Libia che prevede di proteggere i civili con «tutti i mezzi». Le rivelazioni seguono la richiesta degli Stati Uniti all'Onu di optare per una risoluzione «di peso» e «rapida». Le fonti francesi, che premono per una risoluzione sulla Libia da adottare entro giovedì, hanno anche precisato che in caso di voto favorevole, un intervento militare in Libia sarebbe «questione di ore». La risposta da Tripoli: il ministro della Difesa ha detto che in caso di un intervento militare straniero la Libia potrebbe attaccare il traffico aereo e marittimo nel Mediterraneo. «Ogni mezzo civile e militare diventerà l'obiettivo della controffensiva libica», ha annunciato il ministro. «Il Mediterraneo verrà esposto a un grave pericolo, non solo a breve, ma anche a lungo termine». Non solo. Un eventuale intervento militare contro la Libia autorizzato dalle Nazioni Unite sarebbe «illegale e immorale», ha detto Mussa Ibrahim, portavoce del governo di Tripoli.

Gli Stati Uniti, tuttavia, hanno chiarito anche che vogliono una partecipazione attiva dei paesi arabi nel possibile intervento in Libia che sarà deciso dall'Onu. A dirlo, a Washington, è stato il sottosegretario di stato William Burns al Congresso. Burns ha sottolineato che la partecipazione araba include anche gli aiuti finanziari. E la Lega Araba ha confermato - attraverso le parole di Yahya Mahmassani, osservatore per la Lega stessa al Palazzo di Vetro - che paesi arabi parteciperanno militarmente per imporre una no-fly zone sulla Libia, se questa verrà approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Qualche ora dopo è intervenuto il segretario di stato Hillary Clinton, in visita a Tunisi, dove è stata contestata da manifestazioni di piazza: gli Stati Uniti - ha detto la Clinton - vogliono «convincere (oggi) il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ad autorizzare diverse azioni» contro il regime di Muammar Gheddafi «compresa l'imposizione di una no-fly zone».

Gheddafi agli abitanti di Bengasi: arriviamo, non avremo pietà
La tv di stato libica ha annunciato ieri che le truppe di Gheddafi hanno riconquistato la città di Misurata ma i residenti affermano che il centro costiero è ancora nelle mani degli insorti. mercoledì sera la tv di stato ha riportato le dichiarazioni di Gheddafi secondo il quale «la battaglia è iniziata» e oggi «vi sarà quella decisiva», nonostante gli appelli del segretario generale dell'Onu Ban ki-moon per il cessate il fuoco immediato. Il colonnello ha detto ai suoi fedelissimi: «Sarete chiamati a imbracciare le armi per prendervi parte» esortandoli a non lasciare la città «nelle mani di un pugno di pazzi». «Presto», ha aggiunto, toccherà a Bengasi. L'attacco potrebbe avvenire già questa sera. «Stiamo arrivando e non avremo pietà», ha detto il Colonnello in un messaggio alla tv di stato rivolto agli abitanti della roccaforte degli insorti. «Le persone disarmate non hanno niente da temere ma ogni casa sarà perquisita», ha aggiunto il raìs.

Ieri nella città, una delle ultime roccaforti dei ribelli nella Libia occidentale, ci sarebbero stati quasi cento i morti. Citando un portavoce dei rivoltosi, Al Jazeera ha riferito che i ribelli avrebbero perso 18 uomini mentre in quelle lealiste, fedeli al rais, i morti ammonterebbero a ottanta. Nelle stesse ore ieri il secondogenito e virtuale delfino del leader libico, Seif al-Islam, aveva ammonito che «nel giro di 48 ore sarà tutto finito» perché anche il principale caposaldo dell'opposizione sarebbe caduto. «Se ricorressimo davvero alla forza» ha dichiarato dal canto suo Gheddafi padre al quotidiano francese Le Figaro «ci basterebbe un giorno solo. Il nostro obiettivo tuttavia consiste nel debellare progressivamente quelle bande armate ricorrendo a soluzioni differenti, come assediare le città o inviare mediatori». Se ancora non sono certe le sorti di Misurata, è più chiaro quello che sta succedendo a Bengasi. L'aeronautica militare libica ha bombardato l'aeroporto di Benina, dieci chilometri a sud della capitale della Cirenaica, seconda città del paese e roccaforte della ribellione: lo riferisce la rete satellitare araba Al Jazeera, senza fornire altri dettagli su danni o vittime.

Usa, Francia e Gran Bretagna in pressing per la no-fly zone
Dopo una lunga esitazione, gli Usa si sono uniti a Francia e Gran Bretagna nel pressing per l'imposizione di una no-fly zone sulla Libia. Gli Stati Uniti sono pronti ad appoggiare misure che «vadano anche oltre la no-fly zone» perché «la situazione sul terreno è cambiata e potrebbe essere necessario» per proteggere la popolazione civile, ha spiegato la rappresentante americana, Susan Rice, alla fine di una sessione-fiume di cinque ore del Consiglio di sicurezza dell'Onu. L'obiettivo è arrivare a un voto sulla risoluzione per la no fly zone proposta da Libano, Francia e Gb già oggi. Sono previste due riunioni al Consiglio di sicurezza: una a livello di esperti alle 9 (le 14 in Italia), l'altra a livello di ambasciatori due ore più tardi. C'è però l'incognita dell'atteggiamento di Cina e Russia, che hanno potere di veto. Mosca aveva proposto di chiedere un cessate il fuoco a entrambe le parti, ma il progetto non ha avuto abbastanza sostegno per poter essere messo ai voti.
 

Confermati i contratti con l'Eni
Nelle ultime ore c'è anche un risvolto che riguarda più da vicino l'Italia: i contratti tra Eni e Libia sono confermati. «Abbiamo un'ottima relazione con l'Eni, una compagnia che lavora qui dagli anni '50 ed è tra le più importanti di quelle che operano in Libia» ha detto infatti il ministro del Petrolio libico Shukri Ghanem. »Noi svolgiamo un ruolo fondamentale per la sicurezza energetica dell'Italia, paese verso cui esportiamo un milione di metri cubici di gas. Per quanto ci riguarda confermiamo tutti i contratti con Eni, e speriamo che facciano lo stesso», ha sottolineato il ministro, precisando che la Libia intende «onorare» tutti i contratti in essere con le compagnie petrolifere straniere. Ghanem ha poi espresso rammarico per il fatto di non aver avuto aiuto, anche dall'Eni, «per domare gli incendi in alcuni degli impianti del Paese durante i disordini, installazioni che se fossero esplose avrebbero causato una catastrofe naturale in tutto il Mediterraneo».

 

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