Resa dei conti nel Golfo Persico

di Farian Sabahi - Sole24Ore 16/3/2011

Scoraggiati dalla velocità con cui Washington ha scaricato l'alleato egiziano Mubarak, i sauditi inviano un migliaio di soldati a Manama, la capitale del Bahrein, per aiutare la dinastia regnante, bersaglio delle proteste dopo oltre duecento anni al potere. L'arrivo dei carri armati sauditi in piazza delle Perle è in contrasto con l'amministrazione Obama, che invita le autorità a dialogare con l'opposizione e a Manama mantiene la base della Quinta flotta.

Sebbene sia solo un piccolo arcipelago, il Bahrein è il banco di prova della stabilità del Golfo Persico perché - in assenza di un governo forte in Iraq - qui si scontrano gli interessi sauditi e iraniani. E si rischia l'effetto domino: governato dalla dinastia corrotta degli al-Khalifa, il Bahrein è collegato all'Arabia Saudita da una superstrada sul mare e Riyadh teme il contagio nella propria provincia nordorientale, dove si concentra il 10% della produzione mondiale di greggio e vive - perseguitata - una minoranza sciita che sarebbe rinvigorita da una vittoria dell'opposizione in Bahrein.
A Manama gli sciiti sono il 70%, si considerano la popolazione indigena e hanno legami culturali e famigliari con i loro correligionari sauditi con cui condividono l'emarginazione politica, sociale ed economica, e una storia di pregiudizi religiosi. Sono arabi e non fanno appello all'Iran, nei cui confronti sono cauti. Ma la dinastia sunnita al potere utilizza in modo spregiudicato la carta settaria per spaventare gli altri paesi del Gulf Cooperation Council (Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Oman ed Emirati Arabi Uniti) e ottenerne l'aiuto per reprimere il dissenso. Anche se il patto prevede un intervento in caso d'invasione, e non per salvare un regime dalle proteste.

Pur senza il sostegno di una potenza regionale, gli abitanti del Bahrein sembrano comunque decisi a ottenere riforme. Le proteste, che hanno già portato all'annullamento della prima tappa del mondiale di Formula 1, non sono da sottovalutare: fin dagli anni 30, Manama è animata da una tradizione di attivismo, anche sindacale; il clero liberale milita tra le fila della società civile e la scena politica è ben più movimentata che nel resto del Golfo. La leadership saudita è consapevole del potenziale pericolo e per questo invia rinforzi agli al-Khalifa attraverso la King Fahd causeway, la superstrada sopraelevata lunga 26 chilometri che collega l'isola principale alle coste saudite: è stata costruita nel 1981 per motivi strategici, ma favorisce il turismo sessuale dei sauditi che godono della maggior liberalità dei costumi nell'isola, dove si possono bere alcolici e le donne indossano di tutto, dal velo integrale alla minigonna.

Fino al completamento dei lavori nel 1986, durante le processioni sciite di Ashura, il cielo di Manama si rannuvolava per la presenza degli elicotteri militari sauditi, segno che Riyadh ha sempre temuto l'irrequietezza del vicino Bahrein. Il Golfo non sarà però risparmiato dall'ondata di ribellione solo in virtù del relativo benessere: a Manama il re ha elargito subito quasi duemila euro a famiglia, ma non ha schivato le proteste perché la rivolta ha ormai assunto una dimensione transnazionale e la rabbia si mischia all'orgoglio per i risultati raggiunti da tunisini ed egiziani, sfidando il paternalismo dei leader.
Inoltre, il Bahrein non può vantare la ricchezza dei vicini sauditi, dei qatarini e degli Emirati: le riserve petrolifere sono quasi esaurite e gli introiti provengono principalmente da un pozzo saudita il cui greggio è venduto per conto della famiglia al-Khalifa.

Indipendente dal 1971 (era protettorato britannico), Manama è un centro bancario ma l'economia è fragile, la disoccupazione giovanile sfiora il 20% eppure s'importa manodopera: filippini, cingalesi e bangladeshi per la manovalanza; giordani, siriani, yemeniti e pachistani di etnia baluci tra le fila della sicurezza che spara sui dimostranti. Questi stranieri, spesso sunniti chiamati per fare da contrappeso alla maggioranza sciita, hanno acquisito il passaporto del Bahrein e ora i dimostranti esigono che tornino ad essere cittadini dei soli paesi di provenienza.
Per l'Occidente non è facile bilanciare le aspirazioni popolari di diritti e democrazia con il sostegno agli alleati arabi. A febbraio il ministero degli Esteri britannico ha revocato le licenze di vendita di armi al Bahrein, dopo le denunce delle associazioni per i diritti umani, secondo cui le armi inglesi sarebbero usate per reprimere il dissenso. Un po' come in Libia, dove Gheddafi riconquista terreno grazie alle armi acquistate dall'Occidente a suon di petrodollari.

A differenza di Tripoli, a Manama la Quinta flotta statunitense complica lo scenario, giacché stanziata in prossimità di un'area suburbana sciita a pochi minuti di auto dalla piazza delle Perle. Se l'Occidente starà a guardare, sarà ancora una volta complice dei dittatori arabi. E, paradossalmente, a sfruttare la situazione potrebbe essere l'Iran: di fronte alla propaganda dei salafiti, che considerano eretici gli sciiti, i pasdaran di Teheran potrebbero sfruttare a loro favore un movimento locale, che al momento non ha nulla da spartire con la Repubblica islamica.

 

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