Proseguono le rivolte nei paesi arabi

Anna Bono - Ragionpolitica 14/3/2011

È stato un fine settimana difficile per i paesi arabi in rivolta non più soltanto per il pane. In Marocco le proteste sono continuate anche dopo il discorso con cui il 9 marzo Re Mohamed VI ha annunciato radicali riforme politiche. Benché il giorno successivo il sovrano, a conferma della serietà delle proprie intenzioni, abbia provveduto a insediare una Commissione consultiva per la revisione della Costituzione, una nuova manifestazione organizzata dal movimento islamista «Giustizia e Carità» è stata indetta il 13 a Casablanca e gli scontri tra forze dell'ordine e dimostranti si sono conclusi con alcune decine di feriti anche gravi. Mohamed VI da anni è impegnato concretamente nella promozione dei diritti umani, come prova la profonda riforma del diritto di famiglia da lui voluta. Ora ha deciso di rinunciare ai propri poteri quasi assoluti trasferendo ai cittadini la designazione del primo ministro tramite libere elezioni. Alla Commissione ha ordinato tra l'altro di disporre affinché sia rafforzata la divisione dei poteri e modificata la norma che limita il numero di seggi attribuibili in parlamento a ciascun partito.

Si contano a decine i feriti anche nel Bahrein dove, sempre domenica 13, polizia e manifestanti si sono scontrati ancora una volta nella capitale Manama. Alla richiesta di provvedimenti in favore dell'occupazione e contro il carovita, nel Bahrein si accompagnano le rivendicazioni politiche degli sciiti che costituiscono la maggioranza della popolazione, ma sono da generazioni sottoposti alla dinastia reale sunnita. Anche Re Hamad bin Isa al-Khalifa ha promesso riforme democratiche e concessioni. In suo aiuto inoltre è accorso il Consiglio di cooperazione del Golfo, organismo economico regionale che comprende sei stati del Golfo Persico, stanziando 10 miliardi di dollari per la realizzazione di opere sociali e infrastrutture.

La stessa cifra è stata offerta dal Consiglio di cooperazione del Golfo al sultano dell'Oman, Qabus bin Sa'id al-Sa'id, che il 13, mentre proseguivano le manifestazioni di protesta nella capitale Mascate e in altre città, ha deciso di cedere i poteri legislativi all'Assemblea consultiva affidando a una commissione il compito di formulare i relativi emendamenti costituzionali entro un mese. Per placare la rabbia popolare per i dimostranti uccisi nei giorni scorsi, il sultano ha rimosso i vertici della polizia. Con un rimpasto di governo ha inoltre provveduto alla sostituzione di alcuni ministri accusati di corruzione. Infine ha ordinato aumenti dal 50 al 100% delle pensioni e sussidi di disoccupazione pari a 390 dollari al mese, ha raddoppiato gli stipendi dei dipendenti pubblici e ha promesso 50.000 nuovi posti di lavoro: si può permettere questo e altro con una produzione di 850.000 barili di petrolio al giorno.

In Yemen, ancora domenica 13, un giovane è stato ucciso da un agente ad Aden, durante un tentativo di assalto a un commissariato di polizia e sono state ferite un centinaio di persone nella capitale Sana'a allorchè la polizia è intervenuta sparando per disperdere migliaia di dimostranti convenuti nell'area del campus universitario. Due giorni prima, nella capitale, si erano fronteggiati due cortei: uno contro il presidente Ali Abdallah Saleh e uno in suo sostegno. Saleh, in seguito alle manifestazioni di protesta delle scorse settimane, dapprima ha rinunciato a ricandidarsi nel 2013, alla scadenza del suo mandato, e ha assicurato che neanche suo figlio si presenterà alle urne. Successivamente ha proposto una riforma costituzionale in senso democratico il cui testo dovrebbe essere sottoposto a referendum popolare entro l'anno.

Per finire, l'11 marzo anche l'Arabia Saudita ha avuto la sua «giornata della collera» per chiedere l'avvento di una monarchia costituzionale e riforme. Ma le manifestazioni nella capitale Ryadh, dopo i disordini dei giorni precedenti nell'est del paese, durante i quali si erano avuti feriti e arresti, sono state soffocate da un deciso apparato di controllo che non ha lasciato spiragli. Come in Yemen e in Bahrein, anche in Arabia Saudita un ulteriore fattore di contrasto è dato dalla presenza di comunità sciite avverse alla dinastia sunnita regnante. Il governo il 7 marzo ha proibito categoricamente marce, sit-in e altre dimostrazioni di protesta, sostenuto in questo dal Consiglio degli studiosi islamici. Il giorno precedente infatti le 10 più autorevoli personalità religiose del paese hanno definito «non islamici» appelli e manifestazioni.

 

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