La sindrome dell’«indifendibilità appresa». Una pandemia cubana

Carlos Carralero - Ragionpolitica 14/3/2011

La sindrome dell'«indifendibilità appresa» si verifica non solamente negli individui isolati, ma anche in gruppi di soggetti sottoposti a situazioni avverse (estremamente negative) dalle quali per circostanze particolari non riescono a uscire; alcuni vi riescono, quasi violentando loro stessi. La vittima ha la percezione (sbagliata) di essere totalmente impotente, di non essere in grado di farvi fronte, costretto eternamente in tale situazione stagnante. Quando giunge a questo livello, l'individuo non farà più nulla per vincere il suo stato di paralisi psicologica. Una persona che per un certo periodo di tempo ha vissuto una situazione molto traumatica, per gli abusi o la violenza subita, e che a dispetto dei suoi sforzi non riesce a progredire nel suo percorso di «fuga dall'inferno» in cui vive, va perdendo qualsiasi tipo di voglia per raggiungere il traguardo prefissato, fino al punto di convincersi che la sua vita è un totale insuccesso. La violenza di cui è stato oggetto lo ha privato dei suoi meccanismi di difesa personale e, per giustificare il proprio stato di inerzia, si auto-incolpa, consentendo a colui che l'opprime di proseguire ulteriormente.

La sindrome dell'indifendibilità comincia a prendere forma nel carattere dell'individuo in giovane età, ad esempio in bambini che crescono in un ambiente ostile. Questa «circostanza avversa» si trasforma in una trappola, dalla quale si é incapaci di fuggire, perdendo la capacità di lottare per superare questa barriera apparentemente insormontabile; ciò si traduce in una disperazione assoluta. Nelle società chiuse (soprattutto quelle ispirate al Socialismo Reale) il controllo scrupoloso del cittadino, tramite un costante bombardamento psicologico di messaggi subliminari (che si traducono in lodi al regime e dosi di minacce al singolo), si trasformano in una pratica quotidiana. Il risultato è una «massa» di individui, difficilmente distinguibili l'uno dall'altro: gli anticorpi (morali) si prostrano alla servitù e al terrore. Ciò si conclude con la paralisi assoluta degli stimoli; in pratica, nella disillusione.

Andiamo, dunque, a Cuba. Per spiegare questo fenomeno a Cuba, un gruppo di sacerdoti, originari della parte orientale dell'isola, ha condotto uno studio per dimostrare che il castro-comunismo ha applicato queste tecniche di psicologia sociale, mostrandone le conseguenze. Abbiamo capito qual è il trucco di questo sistema: creare la falsa percezione che la realtà totalitaria è inamovibile. La situazione (artificiale) di paralisi psicologica a Cuba viene spiegata dai summenzionati sacerdoti attraverso un esempio di psicologia sperimentale, teoria che già aveva trovato riscontro all'epoca dello scienziato russo Pablov e dei suoi studi (effettuati sui cani). La differenza è che a Cuba il castro-comunismo l'ha applicata su esseri umani, i cubani.

Il punto di partenza è il concetto d'«indifendibilità appresa» postulata dallo psicologo americano Martin Seligman che, per dimostrare la sua teoria, ha sottoposto a elettroshock due gruppi di cani, rinchiusi in gabbia separate. Uno dei due gruppi poteva innescare una leva con il naso, interrompendo la tortura, mentre l'altro no. La durata delle scariche elettriche era uguale per entrambi i gruppi. Ricevevano il «trattamento» nello stesso momento; quando il primo gruppo interrompeva le scariche elettrice, l'altro (che smetteva di riceverle nello stesso momento) presentava un comportamento dissimile dai suoi simili; mentre il primo si atteggiava normalmente e con animo usuale, l'altro rimaneva in uno stato di paura e immobilismo, da cui si dimostrava l'importanza della «sensazione di controllo» nello stato d'animo. Anche quando si invertivano i ruoli, il gruppo che nel primo esperimento non aveva il controllo delle scariche elettriche sembrava sempre atterrito; pur potendo ora interrompere la tortura, continuava passivamente a subirla, senza compiere alcun gesto per interromperla: ecco la prova dell' indifendibilità.

Lo stesso passa con gli esseri umani. Quando una persona o un gruppo di persone rimangono per un periodo determinato in una situazione, apparentemente senza via di fuga, si finisce nella paralisi psicologica. Nei paesi del Socialismo Reale, dove si mettono le radici per una dittatura scientifica, come nel caso cubano, questi meccanismi complessi di controllo psicologico funzionano grazie alla presenza di team di psicologi e sociologi altamente specializzati, preposti a ciò. Lì, l'unico «servizio» efficace è un complesso sistema di dimensioni sconcertanti, fatto di terrore e parallelamente di propaganda. Quello fin qui detto trova veridicità in varie pratiche (e le loro conseguenze) applicate ancor oggi.

In ogni quartiere o edificio, anche nei villaggi, funziona il Comitato di Difesa della Rivoluzione (il suo coordinatore a livello nazionale è membro del Comitato Centrale del PC), di fatto organizzazione di vicinato, il cui nome sofisticato non scalfisce la sua natura maligna di spionaggio e tradimento, in cui tutti devono essere controllati da tutti, denunciandosi vicendevolmente: a volte, sono i figli che denunciano i genitori, e viceversa, generando un vortice immorale. La capacità di inserimento sociale e l'educazione scolastica sono direttamente proporzionali all'integrazione politica: uno scienziato non può condurre le proprie ricerche se non è inserito a livello politico (alias, deve sottomettersi e accettare incondizionatamente i dettami del regime). A scuola i bambini devono obbedire all'indottrinamento, altrimenti per tutta la loro vita saranno perseguitati da questo «precedente registrato»: un dossier personale che viene conservato nell'archivio nazionale (controllato dai servizi segreti). Questo stato di terrore costante annulla le difese dei cubani contro l'orrore.

Al principio del trionfo castrista, la maggior parte dei cubani credette in una percezione sbagliata, frutto di un messaggio subliminale. Gli illuminati che videro la trappola si ribellarono, pagando con il carcere o l'esilio. Alla popolazione venne detto: questo è il castigo che viene inflitto a coloro che tradiscono la «Rivoluzione» (termine che con Castro assume una dimensione antropologica: è lui stesso). Molti (ingenui) abbiamo creduto a quello che ci veniva detto e per vari anni nell'isola ha regnato la tranquillità. Quando alcuni di noi hanno iniziato a dire che questo messaggio era falso, ci hanno mostrato nuovamente la violenza nella sua forma più crudele. La maggior parte ha iniziato a credere veramente che la situazione era monolitica. L'effetto? Una triste realtà. Più di mezzo secolo di totalitarismo: uno dei pochi paesi che in America Latina mostrava un'economia in continua espansione, oggi si trova in una totale miseria e vive una crisi di valori senza precedenti nella nostra storia continentale.

Concludo con due riflessioni:

1. La Cuba castrista (prima di Castro si diceva che questo era il paese più felice al mondo) presenta l'indice più alto di suicidi di tutto il continente americano;

2. Il cubano medio, invece di ribellarsi all'inferno nel quale vive e dedicare la propria vita a una causa più nobile (in una piazza protestando), preferisce consegnarla agli squali o al nulla. Scappando su una zattera o una tavola da surf. Più di 79 mila persone sono morte nello Stretto della Florida. Circa dieci giovani sono morti (ultimo atto di libertà) abbracciati al carrello di atterraggio di un aereo, uccisi dalle alte temperature o per la mancanza di ossigeno: un viaggio verso la libertà eterna.

L'antidoto: coloro che non hanno più paura devono protestare quotidianamente. Quando gli altri vedranno che è possibile superare le barriere dettate dalla paura, decideranno anche loro di curarsi da questa malattia. Sono inutili altre parole, così come lo è (inutile) il castrismo!

*Carlos Carallelo è Presidente dell'Unione per la Libertà a Cuba

La traduzione è a cura di Maria Chiara Albanese


 

 

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