E se il vento del Nord Africa arrivasse a Cuba?

di Maria Chiara Albanese - Ragionpolitica 19/2/2011

La folla che scende in piazza e reclama il diritto alla libertà, alla democrazia, alla rottura delle catene oppressive del regime. Questa scena descrive perfettamente quel fermento sociale e politico che, partendo dalla Tunisia, si sta diffondendo in tutto il Medio Oriente. I media proiettano, descrivono, immortalano in fotografie i colori e le voci delle tante piazze arabe.

In un Paese dell'America Latina, piccolo perno dell'equilibrio continentale, ciò appare come una notizia di quinta categoria. Poche parole, scarse immagini: la crisi del capitalismo e le differenze sociali hanno fatto scendere in piazza gli egiziani. Queste le parole del commentatore della televisione cubana nel lanciare un servizio (dalla durata di pochi secondi) sulle proteste del Cairo. Un accenno fugace alle trentennali primavere del regime, al cambiamento politico di un Paese che «misura in numeri da quattro cifre e ha lo spessore dei millenni», come brillantemente definito da Yoani Sánchez, autrice del celebre blog Generación Y.

Per il regime cubano meglio evitare il paragone tra Hosni Mubarak e Fidel Castro. Forse, secondo i media cubani, quelle provenienti dal Medio Oriente sono notizie troppo pericolose, potenzialmente insidiose per il castrismo, che in questo momento vive una fase critica della propria storia. Stretto tra bisogno di rinnovamento e timore della modernità (tecnologica e sociale), il regime dei fratelli Castro sta cercando di dare nuovo lustro alla propria immagine, sia all'interno come all'esterno del Paese. La liberazione di Hector Maseda e Ángel Moya, due prigionieri del Gruppo dei 75 condannati a 20 anni di reclusione durante il processo farsa del 2003, ha più il sapore dell'illusione che del cambiamento. Messi in libertà con una «licenza extrapenale» (e non con una amnistia, come richiesto da Amnesty International e le Damas de Blanco), la loro scarcerazione, avvenuta il 13 febbraio, è il frutto di un accordo tra il governo di Raul Castro e la Chiesa cattolica.

Ma per due liberati, ecco che le carceri «accolgono» altre due anime. Un gioco di compensazione, se vogliamo. Secondo le nostre fonti nell'isola, infatti, la mattina del 15 febbraio Ismari Salomon, reporter indipendente, e Sara Fonseca Quevedo, portavoce nazionale del movimento Resistenza Civica, sono state arrestate a L'Avana. Due figure scomode da tempo per il regime, soprattutto Sara Fonseca, incaricata dalle Damas de Blanco di organizzare la marcia pacifica prevista per il 23 febbraio, anniversario della morte di Orlando Zapata. Dopo due giorni di carcerazione, sono state rilasciate. Sempre secondo le nostre fonti, nei giorni scorsi una folla tra cui spiccavano volti della polizia, accorsa davanti alla casa di Sara Fonsec, ha condotto nove actos de repudio, una prassi sorta negli anni Ottanta a Cuba e che consiste in intimidazioni e violenze - anche fisiche - contro gli oppositori del regime da parte di un gruppo di persone.

Molti analisti si stanno interrogando sul futuro di Cuba, e soprattutto si chiedono se anche nell'isola si assisterà alle stesse proteste andate in scena in Egitto, Tunisia, Iran e altri Paesi arabi. È evidente - almeno in alcuni ambienti appare tale - che la posizione critica fino ad oggi assunta da Stati Uniti e Unione Europea in merito al regime dei Castro non abbia sortito gli effetti desiderati. È mancata, cioè, una pressione sostanziale sullo stesso governo castrista, aspettandosi forse che la transizione verso la democrazia parta da un'iniziativa assunta dal regime stesso. Alcuni sostengono che in realtà poco si sia fatto per porre fine alle persecuzioni e alle incarcerazioni per motivi politici. Il politically correctness di certi attori della comunità internazionale ha fatto sì che non si esercitasse su L'Avana la stessa pressione politica esercitata nei confronti di Mubarak, dittatore di un Paese in cui il popolo ha comunque goduto di alcune libertà che a Cuba nessuno si sognerebbe.

Alcuni esperti ritengono che internet possa essere la nuova frontiera di lotta ed emancipazione del popolo cubano. Il discorso del segretario di Stato americano, Hilary Clinton, tenuto pochi giorni fa alla George Washington University, rimarcava proprio la libertà e la democrazia del web come nuova frontiera e sfida politica del XXI secolo. Ma le difficoltà nell'accesso alla rete, a cui si sommano i tagli alla corrente e alla connessione chirurgicamente messi in atto dal regime castrista, costituiscono di fatto un impedimento strutturale alla diffusione di notizie e alla mobilitazione delle coscienze. Una realtà che i bloggers, non solo la Sanchez, conoscono bene, così come i molti esuli cubani emigrati nelle più disparate parti del mondo.

Secondo il Miami Herald, Cuba non è l'Egitto. Alcune forme di democrazia e di riconoscimento dei diritti poste in essere da Mubarak non sono state mai messe in atto da Fidel Castro, e tanto meno dal fratello Raul, che a lungo ha promesso un'apertura del regime, mai avvenuta. Ci si interroga, quindi, se in tali condizioni sussistano le premesse per una possibile «rivoluzione cubana» verso la democrazia.

Gordiano Lupi, in un articolo apparso su Telliusfolio il 15 febbraio, afferma che «i cubani non devono sopportare lo stesso grado di disperazione degli egiziani, perché bene o male risolvono il problema alimentare». Secondo il giornalista, «su un punto ha ragione Fidel Castro: il popolo non scende in piazza per i diritti umani, scende in piazza perché ha fame... A Cuba non è stato ancora raggiunto il punto di rottura che spinge a contestare un governo e a non temere la reazione di uno Stato di polizia». L'analisi di Lupi appare incompleta. Non sembra infatti cogliere la complessità delle rivoluzioni, non solo quelle odierne, ma anche quelle del passato. I processi sociali e politici vivono di una complessità ontologica, le cui conseguenze estreme, come le rivoluzioni, sono il frutto di una pluralità di fattori, tra cui certamente la disperazione popolare. Nondimeno questa non è riducibile alla sola fame, ma, come nel caso dei cubani, al vivere da più di cinquant'anni sotto la morsa di un regime tra i più duri mai conosciuti al mondo. L'intolleranza verso qualunque forma di dissenso, le retate della polizia castrista, la violenza quotidiana in tutte le sue forme sono i tratti salienti della dittatura dei Castro. Non appare quindi aleatoria l'ipotesi di un cambio politico verso la democrazia a Cuba. Certamente made in L'Avana. Non una «taroccatura» di quello che sta avvenendo nei Paesi arabi, ma il frutto di una maturazione politica e sociale che ha preso da lungo tempo piede nei cuori e nelle menti dei cubani. E, se Lupi non lo sapesse, anche nelle loro pance.


Commenti (1)

1. 20-02-2011 14:36

Perfetta analisi della situazione cubana. Il popolo cubano troverà la forza di reagire alla dittatura. Già all'indomani della rivoluzione persone come Chanes, che diede origine al movimento dei Plantados, si sono ribellate pagando il loro dissenso con anni di prigione, e così tantissimi altri in tutti questi 50 anni. La forza di questo popolo sta nel carattere, nella fermezza, nel fortissimo desiderio di Libertà. Ce la faranno. E anche presto.

Scritto da Silvana Gasparri

 

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