Meno male che Gitmo c'è

Mattia Ferraresi - Il Foglio 17/2/2011

Se il popolo che chiede con cori di giubilo la chiusura di Guantanamo è stato sedotto e abbandonato da Barack Obama, l’altro popolo meno ciarliero e più realista che per i terroristi vuole processi militari come prima, più di prima, è stato abbandonato e poi sedotto. Sul carcere speciale nella base americana a Cuba l’Amministrazione Obama sta facendo la parte dell’amante civettuola che ammicca all’amico solo per riaccendere l’interesse della preda distratta: con l’ordine esecutivo di chiusura firmato due giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, Obama ha flirtato con i liberal adoranti che volevano uscire dall’era Bush, chiudersi la porta alle spalle e buttare la chiave in mare. Ma nel tempo ha dovuto ritrattare le promesse di un’avventura amorosa senza fine per tornare all’efficacia ordinaria delle commissioni militari volute dal suo predecessore.

Negli oltre due anni di governo democratico, il dipartimento di Giustizia del procuratore generale Eric Holder ha vagliato decine di alternative al carcere speciale, ha trasferito terroristi a paesi terzi, i suoi uomini hanno lavorato come filologi per trovare le intersezioni fra la giustizia militare e quella civile, con l’obiettivo di trasferire i prigionieri sul suolo americano e lì esporli al giudizio equo di una corte federale, con l’habeas corpus e la Convenzione di Ginevra a fare da guardiani morali delle rivoluzioni legali del presidente. L’attentatore delle ambasciate americane in Kenya e Tanzania (anno 1998 dell’era pre 11 settembre) Ahmed Ghailani è stato processato a New York, in un’aula non lontana dagli isolati dove erano appoggiate le Torri Gemelle. E’ stato usato come lo sdoganatore della narrativa dei processi civili in opposizione alla giustizia militare voluta da Bush per i terroristi non inquadrabili nelle categorie della legge ordinaria, ma il giudice lo ha dichiarato colpevole soltanto di uno dei 280 capi d’imputazione (Ghailani ha ucciso 223 persone e ne ha ferite oltre quattromila) e rischia una pena che va dai vent’anni di reclusione al carcere a vita.

La corte speciale lo aveva riconosciuto colpevole, fra gli altri, di sei capi d’accusa che avrebbero potuto portare, se confermati, alla pena di morte. Nel grande progetto obamiano, il modello Ghailani è la prima delle due vie per arrivare alla chiusura di Guantanamo, ma le complicazioni sono molte, troppe, non ultima quella che prevede per gli imputati di fare ricorso per il periodo di detenzione nella zona grigia di Guantanamo o nei “black sites”, le prigioni segrete della Cia. E’ il rischio che si corre a mischiare ciò che avviene nel sottosuolo con gli eventi in superficie, e per evitare ricorsi imbarazzanti i legali del dipartimento di Giustizia hanno cucito apposite pezze legali per cancellare la storia di detenzione sotto la giurisdizione militare. Un elaborato arzigogolo della giurisprudenza per dire: sì, noi ti garantiamo i diritti che i padri fondatori hanno vergato a lettere di fuoco sulla Costituzione, però tutto quello che c’è stato prima non è mai esistito, scurdammoce o’ passato e se accetti questo piccolo compromesso vedrai quanto la nuova America ha a cuore la vera giustizia. Dovevano essere le prove generali per il processo a Khalid Sheikh Mohammed, la mente dell’11 settembre, dell’attentato al World Trade Center, delle bombe a Bali, del quadruplice “attacco del millennio” che avrebbe dovuto colpire quattro obiettivi in diverse parti del mondo la mattina del 1 gennaio 2000, il detenuto più importante del Camp 7, la dépendance segreta di Guantanamo dove stanno i pezzi grossi del terrore. Una corte militare lo ha già imputato; poi il processo è stato fermato perché dalla Casa Bianca è arrivato l’ordine (vagliato da dipartimento di Giustizia e Pentagono) di valutare le condizioni per processarlo a New York, una specie di riedizione simbolica del processo Eichmann a Gerusalemme aggiornata alla guerra al terrore. L’appuntamento con la storia è stato rimandato ad libitum per campo legale impraticabile e così sarà a prescindere dalle intenzioni pulite e legaliste del professore di legge ad Harvard diventato presidente degli Stati Uniti.

La seconda via per chiudere il carcere di Guantanamo è il trasferimento dei detenuti a paesi terzi, perché subiscano lì un giusto processo. Oltre che inapplicabile a tutti i 172 detenuti attualmente rinchiusi a Guantanamo (almeno una quarantina di casi non ha le caratteristiche legali per risultare in una rendition, premessa per quella che qui chiamano “detenzione a tempo indeterminato”), la misura è molto pubblicizzata ma poco praticata da Obama. Nel 2010 hanno lasciato Guantanamo 24 detenuti e nel 2009 ne sono stati trasferiti 51; se si aggiunge l’unico per ora accolto da un governo straniero nel 2011 il conto fa 76, cioè meno dei 100 che il dipartimento della Difesa di Bush ha trasferito nel 2007.

Nel budget della difesa approvato da Obama sono stati eliminati i fondi per il trasferimento dei detenuti, mentre il regime di austerity non ha toccato i soldi per le corti militari. In due anni e tre mesi, il presidente non soltanto non ha mantenuto l’altissima promessa di chiusura, ma ha deluso anche chi sperava in un decente navigatore di cabotaggio. La strategia dell’Amministrazione è cambiata di conseguenza e ora il motto è: parlarne poco e processare molto. Con le corti militari, s’intende.

Martedì è iniziata l’ultima fase del processo militare di Noor Uthman Mohammed, l’addestratore sudanese che nel campo di Khalden, in Afghanistan, ha insegnato ai boss di al Qaida un sacco di cose su esplosivi, razzi e artiglieria varia. Noor è uno dei cinque casi su cui il dipartimento di Giustizia ha emesso un comandamento nuovo: il detenuto numero 707 non avrà altro processo al di fuori di quello militare. Come la maggior parte dei detenuti, Noor è un operativo di medio livello nell’organigramma del terrorismo e un personaggio ombroso di cui si conoscono soltanto alcuni squarci nelle intercapedini delle vicende più altisonanti del dopo 11 settembre. Non ha età precisa, non è mai stato fotografato, non si sa esattamente in quale sezione della base americana sia rinchiuso.

Di sicuro di fronte al giudice Moira Modzelewski – capitano della marina – non si è presentato con la tuta arancione, la divisa dei detenuti “di alto valore” che nell’immaginario collettivo è associata all’intera popolazione di Guantanamo ma è in realtà appannaggio esclusivo di un numero limitatissimo di detenuti. E’ entrato in aula con pantaloni e maglietta di cotone bianco, tenuta simile a quella che indossano i meno pericolosi, con una larga vestaglia blu lunga fino alle ginocchia (probabilmente per difendersi dall’aria condizionata: gli americani hanno riprodotto sul suolo cubano anche i loro tic). Si è seduto all’estremità della fila riservata agli avvocati della difesa, tre militari e un legale civile che lo difende pro bono, Howard Cabot. Dall’altra parte si sono seduti i sette procuratori, due marine, uno dell’aeronautica, uno della marina, uno dell’esercito e due avvocati dello stato. Lungo i muri stavano piazzate le uniformi a tinte marroni della marina e quelle verdastre dell’esercito a gambe divaricate. Tutti gli altri – giornalisti, osservatori civili e capi della procura militare – in fondo all’aula, separati dal processo da un triplo vetro “a prova di uragano”, come spiega un riservista della guardia costiera dall’aria bonaria ma non innocua. L’imputato ha ascoltato le accuse a suo carico: sostegno materiale al terrorismo e cospirazione contro gli Stati Uniti e i suoi alleati.

Dopo essere stato formato all’attività terroristica nel campo di Khalden, Noor vi si è stabilito nel 1996 per proseguire la carriera come addestratore; in quattro anni ha fatto la sua scalata sociale, diventando il secondo nella catena di comando. Quando l’emiro era impegnato a cospirare altrove, lui tirava avanti la baracca e fra gli uomini a cui ha offerto consiglio c’erano tre attentatori dell’11 settembre. Khalden era la Harvard di al Qaida, e l’emiro che la guidava era Ibn al Shaykh al Libi, esponente dell’establishment jihadista catturato alla fine del 2001 e interrogato da americani ed egiziani in diverse località segrete per poi essere trasferito a Guantanamo e infine reso alla Libia, dove si è impiccato nel 2009. E’ lui che ha parlato per primo delle connessioni tra Saddam Hussein e al Qaida, un racconto smentito mille volte e altrettante confermato prima e dopo l’ingresso dei soldati americani a Baghdad. Connessioni che certo si sono consolidate con il passare del tempo, come ha confermato anche il generale iracheno Qasim Atta in un’intervista a Daniele Raineri su questo giornale. Noor era il rettore designato per questa prestigiosa università del settore e lo stesso al Libi lo ha introdotto nel 2000 nei salotti buoni di Kabul. Il nuovo incarico di Noor è durato fino al 28 marzo del 2002, quando un commando americano ha fatto irruzione in un appartamento di Faisalabad, in Pakistan, dove il sudanese era rifugiato assieme ad Abu Zubaydah, il “capo operativo di al Qaida” secondo George W. Bush, uno dei reggenti di Khalden talmente vicino a Bin Laden da essere percepito dallo stesso capo di al Qaida come una minaccia al suo prestigio principesco. Il fatto che Zubaydah avallasse una gestione autonoma di Khalden ha fatto infuriare Bin Laden, che prima del 2001 ha chiesto più volte che il campo venisse definitivamente chiuso. Cosa che Noor ha confermato in aula.

Poi è arrivato l’11 settembre, il formicaio di al Qaida si è disperso in ogni dove e Zubaydah si è rifugiato in Pakistan indossando un burqa femminile; al Libi era nelle mani degli americani, ma il silenzioso Noor, l’erede designato, era ancora operativo, e nei piani di Zubaydah sarebbe stato un uomo utile nella geografia della nuova leadership. Ora il terrorista saudita è uno dei detenuti di Camp 7, mentre il compare sudanese è arrivato alla fase del processo.

Noor Uthman incarna tutti i motivi per cui Obama non può chiudere il carcere di Guantanamo. A suo carico non ci sono prove circostanziate che lo incastrano per un singolo atto terroristico ma allo stesso tempo è invece provato che a Khalden non c’era la ruota panoramica e lo zucchero filato; e il sudanese non passava di lì per caso. Ci sono prove delle sue frequentazioni, della sua attività, di una consuetudine generica con al Qaida che non precipita mai in un perimetro criminale facilmente tracciabile. Se fosse processato da una corte federale americana, rischierebbe di essere dimesso per insufficienza di prove o potrebbe – con l’aiuto di un buon avvocato – trovare rifugio grazie alle migliaia di appigli legali che il suo caso offre. Obama vuole chiudere Guantanamo, ma è pur sempre il commander-in-chief degli Stati Uniti, non può svendere la sicurezza nazionale. Per quelli come Noor la sua ricetta prevede processi militari alla vecchia maniera e poche storie. Il capo dei procuratori militari, il comandante della marina John Murphy, dice al Foglio che “i processi militari riflettono la natura stessa del terrorismo”, fatto di detenzioni preventive, raccolta di informazioni vitali e casi estremi che la giustizia ordinaria non può maneggiare se non mettendo a rischio ciò che nemmeno il più democratico dei presidenti può permettersi di scambiare con quote di effimero consenso politico.

Murphy dice che ci sono “almeno 66 detenuti che potrebbero essere processati sotto una corte militare” e da quando è stato nominato a capo delle commissioni, nel 2009, “ne sono stati già celebrati sei, tutti conclusi con una condanna, e soltanto in due casi gli imputati si sono dichiarati innocenti”. La Casa Bianca ne ha passati altri tre sulla scrivania del segretario della Difesa, Bob Gates, e manca soltanto la sua firma per procedere. Nel conto è incluso anche Noor, che ha seguito il consiglio del suo avvocato e si è dichiarato colpevole di tutte le accuse, tranne quella di avere attaccato obiettivi civili in violazione delle convenzioni di guerra. Martedì ha fatto la sua comparsa nell’aula sul terrapieno che sovrasta Camp Justice per ripetere una trentina di volte la stessa parola: “N’am”, “Sì”.

Dopo che l’imputato si è dichiarato colpevole, la corte militare – che non è un consesso di ceffi che si trovano in uno scantinato con corde e cavi elettrici – è obbligata ad accertare al di là di ogni ragionevole dubbio che nessuno abbia obbligato il sospettato a dichiararsi colpevole e che questo non menta nella speranza di ottenere uno sconto della pena. Per due ore il giudice Modzelewski ha chiesto a Noor se la sua dichiarazione di colpevolezza era “cosciente, consapevole, libera”, se non aveva ricevuto minacce o false promesse da parte dei suoi avvocati, se gli era chiaro che dichiarandosi colpevole abbandonava il suo diritto – garantito anche sotto la corte militare – di fare ricorso contro gli Stati Uniti per averlo trasferito a Guantanamo e di essere protetto, nel caso di un trasferimento, dalla Convenzione di Ginevra. Con una faccia senza espressione e la barba appuntita, Noor si è limitato a confermare con uno stillicidio affermativo quello che era stabilito nella bozza di patteggiamento fra le parti, che rimarrà sigillata fino al pronunciamento del giudice. Dall’altra parte del vetro antiuragano venti paia d’occhi puntavano dritto su di lui e ascoltavano con 40 secondi di ritardo il dibattimento, differita necessaria perché i tecnici della Joint Task Force di Guantanamo possano tagliare il collegamento quando vengono rivelate informazioni riservate e ripristinarlo senza fuoriuscite.

L’addestratore dell’establishment di al Qaida rischia di trascorrere il resto della vita dove ha passato gli ultimi otto anni e mezzo, in una sezione imprecisata del carcere di Guantanamo, per via di una sentenza pronunciata da una commissione militare benedetta dal presidente che quel carcere sognava di chiuderlo per vendicare le malefatte di Bush. Ma Obama sa che a inventare le corti militari per giudicare gli angoli della storia inaccessibili alla common law non è stato George Bush, ma un altro George che di cognome faceva Washington.

 

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