Dottor Obama e mister Bush

di Christian Rocca - Sole24Ore 15/2/2011

C'è da raccontare una seconda rivoluzione, oltre a quella egiziana, tunisina, mediorientale. Una rivoluzione altrettanto importante per gli equilibri mondiali e il futuro prossimo delle relazioni internazionali. Questa seconda rivoluzione (si veda Il Sole 24 Ore del 26 gennaio) è stata partorita nei corridoi angusti della West Wing della Casa Bianca, dove sembrava altamente improbabile che potesse nascere. Questa rivoluzione ideologica, dopo qualche esitazione iniziale e una battaglia intestina dentro l'amministrazione, si è affermata sulla scrivania dello studio ovale di Barack Obama.

L'inserto domenicale del New York Times l'ha definita senza giri di parole: «Il ritorno della promozione della democrazia». Non hanno gioito soltanto a piazza Tahrir, ha scritto il giornale dell'intellighenzia liberal, ma anche a Dallas, dove oggi risiede il predecessore di Obama. George W. Bush.
L'America di Obama ha improvvisamente cambiato politica, strategia, approccio sulle questioni mediorientali. Il presidente è stato eletto a fine 2008 col mandato di far dimenticare la politica estera liberatrice del Grande Medio Oriente di Bush (e di Tony Blair). Ma 740 giorni dopo l'insediamento alla Casa Bianca, Obama è tornato sui suoi passi, valutando in modo pragmatico l'evolversi della situazione sul terreno mediorientale. In gioco, questa volta, non c'erano soltanto le promesse elettorali e l'esigenza di difendere la sicurezza degli americani. La svolta non è stata sull'architettura giuridica contro il terrorismo né sulla continuazione delle guerre, estese anche al Pakistan, con lo stesso segretario alla Difesa, gli stessi generali, le stesse strategie militari del predecessore. Quelle sono state decisioni pragmatiche, di cui Obama non poteva fare a meno nell'esercizio delle sue funzioni di comandante in capo. Non c'entra nemmeno l'utilizzo delle contestatissime misure del passato, da Guantanamo alle rendition della Cia, dalla detenzione senza processo agli assassinii mirati, dai bombardamenti con i droni agli sconfinamenti delle forze speciali.

In questo caso, molto più semplicemente, Obama non poteva permettersi di stare dalla parte sbagliata della storia. Col sostegno intellettuale dei consiglieri Samantha Power, Denis McDonough e Ben Rhodes, Obama ha superato le resistenze del vicepresidente Joe Biden, del Dipartimento di stato di Hillary Clinton e del Pentagono, tutti impegnati a eseguire una politica estera attenta agli equilibri di potere e al mantenimento dello status quo. Obama ha fatto saltare il tavolo che lui stesso aveva apparecchiato, per abbracciare in extremis la rivolta popolare e impegnarsi per la transizione democratica egiziana, magari sul modello indonesiano elaborato nel 1989 dall'allora ambasciatore americano a Giacarta Paul Wolfowitz.
La differenza tra il discorso al Cairo del 2009 e quanto Obama ha detto dopo la destituzione di Hosni Mubarak misura il cambiamento della strategia americana. Al Cairo, rivolgendosi tra gli applausi dell'entourage di Mubarak ai regimi dispotici arabi e alle teocrazie islamiche, Obama aveva rassicurato l'Egitto e l'Iran che la sua America non avrebbe più tentato di abbattere i loro regimi né avrebbe promosso la democrazia in Medio Oriente. Non erano solo parole. Obama ha fatto seguire i fatti, offrendo un'ampia disponibilità al dialogo, peraltro rifiutata dagli interlocutori che semmai hanno intensificato la repressione, ma anche dimezzando gli aiuti alle opposizioni democratiche.
Il New York Times di ieri ha raccontato che i movimenti di protesta tunisini ed egiziani collaboravano da almeno due anni e che hanno iniziato a organizzarsi nel 2005, nel momento più alto della retorica pro-democracy della Casa Bianca di Bush. Il loro modello esplicito è stato quello delle battaglie non violente anti Milosevic di Otpor, il gruppo giovanile serbo sostenuto dagli Stati Uniti di Bill Clinton. Il modello Otpor, assieme ai dollari americani, negli anni di Bush è stato il manuale tecnico contro le dittature per i democratici in Ucraina, in Georgia, in Kirghizistan e anche in Libano, dove le rivolte popolari hanno scosso i regimi autocratici. Quelle rivolte non sono andate tutte a buon fine, anche a causa dell'abbandono della politica democratica negli ultimi due anni del secondo mandato di Bush. Ma è straordinario come questo modello d'ingerenza democratica (finanziamenti, addestramento e informazioni), considerato dagli scettici inadatto al mondo arabo e islamico, abbia avuto lo stesso effetto liberatorio in Medio Oriente, come dimostrano non solo le piazze tunisine ed egiziane, ma anche la mai sopita rivolta democratica in Iran.

La destituzione del dittatore egiziano ha riaperto il dibattito sulla dottrina Bush, sulla freedom agenda, sull'idea che soltanto il cambiamento dei regimi dispotici mediorientali, sostenuti per oltre sessant'anni da Stati Uniti e Occidente, avrebbe potuto aprire quelle società, liberare quei popoli e fornire un'alternativa alla cultura dell'odio islamista che ha portato 19 ragazzi arabi a dirottare quattro aerei, a farli schiantare sulle Torri Gemelle e sul Pentagono e a uccidere quasi tremila persone. L'approccio di Obama non è da ideologo, ma ora che ha scoperto come la politica più aderente agli interessi nazionali americani sia quella contro lo status quo dispotico, sarà difficile tornare indietro. Al Cairo, a Tunisi, a Teheran e a Dallas festeggiano.
Obama non ha avuto il coraggio di dire a Mubarak di abbattere quel Muro, come fece Ronald Reagan con Mikhail Gorbaciov realizzando le speranze dei dissidenti sovietici e perseguendo l'interesse americano dell'epoca. Si è limitato a ringraziare l'esercito e la piazza egiziana per aver fatto cadere quel Muro. Più semplice, ma non meno rivoluzionario.

 

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