L’Eurasia, un caso di studio

Raffaele Iannuzzi

www.eurasia-rivista.org 18 gennaio 2010

www.ilpredellino.it 20 gennaio 2010

L’area euro-asiatica rappresenta un case study. Per un duplice ordine di ragioni.

In primo luogo, perché tale area, con tutte le sue risorse interne, definisce la portata e la stabilità dell’asset sistemico e “macroregionale” del mondo post-comunista, che anche oggi incorpora stratificazioni di ceti politici ed economici ereditati dal totalitarismo comunista. Come la sociologia della politica insegna, non si dà alcun ricambio reale nella storia, quel che accade – dopo la destrutturazione di complessi sistemi di potere, a forte valenza ideologico-simbolica – è la “partita di giro” tra vecchie élites e “nuove” élites patrocinate dal vecchio establishment. La Russia è l’effetto sintomatico di questa verità sociologica, con in più l’aggregato denso e oscuro di una criminalità mafiosa inserita nelle “stanze dei bottoni” ed attiva nella società. Il capitalismo mondiale è già di per sé spesso ostaggio di zone d’ombra di questa natura, non può non esserlo in un territorio vasto e privo di società civile responsabile e proattiva come la Russia. La Russia è un significativo caso di studio da affrontare con strumentazione aperta e non dogmatica.

In secondo luogo, osserviamo che il capitalismo globalizzato si ristruttura seguendo il corso della destrutturazione del post-comunismo e il parallelo corso delle élites e dei poteri dominanti in questa area. Prova ne sia il ruolo della Russia sul piano degli equilibri energetici mondiali, dato che solo in pochi hanno osservato, tra i quali il ministro dell’economia Giulio Tremonti ed Edward Luttwak. L’attuale politica estera italiana rispecchia questo potenziale di potere accumulato nell’area euroasiatica e, con ciò, rideclina una posizione aperta nei confronti del Mediterraneo. Ciò garantisce la tenuta del corso politico italiano, da un lato, e, dall’altro, riapre la partita con il mondo occidentale, non più confinato al legame a doppio filo con gli Stati Uniti. La politica estera di Silvio Berlusconi è, per certi versi, omogenea e speculare a quella di Benito Mussolini e si fonda sulla ridefinizione del ruolo dell’Italia in relazione diretta a due fattori: da un lato, la mancanza di materie prime dell’Italia e della necessità di avere un partner come la Russia per agevolare l’approvvigionamento di gas e petrolio (questo dato differenzia Berlusconi da Mussolini); dall’altro, il rapporto con Gheddafi riequilibra lo sbilanciamento mondiale a favore dell’Atlantico e preserva il futuro dell’Italia nell’area mediterranea, in un ruolo di mediazione di alto profilo, pur senza leadership riconosciuta universalmente. Questa è la novità italiana nel contesto della crisi finanziaria mondiale. L’Europa gioca una partita a scacchiera aperta e con differenziazioni interne marcate, tanto che, per quest’area macroregionale si può parlare di una sorta di logica dei frattali, che scandisce i momenti della decisione politica a seconda dei singoli punti di vista e della percezione prospettiva. La prospettiva regionale è tornata a padroneggiare nel contesto macroregionale europeo.

La deriva degli USA è l’altro fattore che costituisce la cartina di tornasole dell’ipotesi dell’”Eurasia” come case study. Gli USA di Barack Obama, a causa della crisi finanziaria e della carenza infrastrutturale, sono alla mercè della Cina, che, grazie alla formidabile progressione di crescita economica ed all’asset infrastrutturale poderoso, dispongono di gigantesca liquidità di cui devono “liberarsi” per assicurare al corso mondiale di cui fanno parte la giusta fluidità. La Bank of China ha nelle sue casse i buoni del tesoro americani e paga i debiti americani. Gli USA stanno perdendo dinamismo nell’ambito del corso mondiale, costituito più che altro dalla forza delle infrastrutture e dall’assetto interno della società. Negli anni ’90, il corso clintoniano ha pensato di potersi sbarazzare della funzione stabilizzatrice e proattiva del Government – come documenta il lungo Rapporto sullo Stato dell’Unione di Bill Clinton del 1996 -, per fare spazio alla finanziarizzazione dell’economia, con una Wall Street che diventava, così, la sostanziale regolatrice della politica economica; ebbene, questa politica “economica” ha mostrato tutti i suoi limiti già nel biennio 1999-2000, con la prima grande crisi della “New Economy”. In seguito, nel 2001, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, il contesto si è acclarato per quel che era nell’oggettiva dimensione storica. Ma il trend ha origini clintoniane, dunque progressiste-mondialiste, non neoliberiste. Ma ciò sia detto a latere di un ragionamento che intende affrontare lo snodo dinamico e cruciale del ruolo degli USA. Un ruolo che vede non tanto e/o soltanto una oggettiva diminutio del suo peso storico, ma un affanno strutturale complessivo a fronte di una ripresa finanziaria che non fa altro che dilatare lo spazio delle contraddizioni rispetto alla crescita esponenziale della disoccupazione, giunta ormai a livelli epocali, il 10%. Questa ristrutturazione del peso dell’American Empire – ben al di là del “Secolo Americano” e dell’ideologia mondialista immanente alla sua forma e comunicazione culturale e politica – si colloca nel dominio analitico e storico – direi logico-storico, nei termini di critica dell’economia politica di Marx – della rinascita del blocco euro-asiatico. La crisi finanziaria mondiale non fa altro che rilanciare l’asse Russia-Cina-India e, con segmentazioni affini, l’Italia che, nella sua debolezza, rappresenta tuttavia un punto cruciale e strategico del Mediterraneo. Ma questo complesso di movimenti interni alla natura stessa di una globalizzazione organizzata per fattori macroregionali – con buona pace dell’ideologia mondialista e omologatrice – richiama ad elementi in qualche misura “antichi” che la storia politica ha variamente còlto, in una grande ricchezza di sfumature. Intanto, nella globalizzazione macroregionale vince chi ha più cultura, flessibilità, coesione sociale e potenza infrastrutturale. Chi è carente di tutto ciò è destinato a soccombere o, perlomeno, a cedere di fronte alla competizione mondiale. Competizione, poi, che si pone fino ad un certo punto, perché è universalmente acclarato il fatto che la Cina non può essere un competitor dell’Italia e neanche dell’Europa nel suo complesso, e viceversa evidentemente, per la semplice ragione che non c’è partita. La Cina ha trovato nel fondo – anche oscuro – della sua cultura nazionale un deposito infrastrutturale dovuto alla costruzione di un impero marxista a fondamento partitico-statolatrico; a ciò ha unito la “scoperta” del mercato, sempre mantenendo una regolazione statuale pesante, mostrando come il capitalismo sia sempre un “modo di produzione” (Produktionsweise, nel lessico della critica dell’economia politica marxiana) e raramente una metafisica astratta.

L’insieme di queste riflessioni non intende rafforzare la tesi sul “crollo” dell’impero americano. La realtà geopolitica ci mostra altri dati sui quali riflettere. L’Eurasia è la cartina di tornasole di alcune “antiche” novità.

* Raffaele Iannuzzi, giornalista de “Il Secolo d’Italia”, è autore de Il Dio cercato (Genova-Milano 2003), Il suicidio della modernità (Siena 2008) e co-autore (con don Gianni Baget Bozzo) de Tra nichilismo e Islam. L’Europa come colpa (Milano 2006).

 

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