Le conseguenze economiche delle elezioni americane

di Michael Boskin – Sole24Ore 17/11/2010

STANFORD – Le elezioni americane di metà mandato sono state un duro attacco alla vasta espansione di spesa pubblica, disavanzi e debito, messa in atto dal governo. Eletto nel pieno della crisi finanziaria nell’autunno del 2008, il Presidente Barack Obama e la leadership democratica del Congresso sono sembrati sorpresi di fronte al secco no degli elettori agli stimoli fiscali, alla riforma sanitaria e alle politiche energetiche.

Naturalmente, alcuni incrementi sul fronte della spesa e del debito sono il risultato della recessione, nonché del livello di spesa per la difesa e di altri retaggi lasciati dal Presidente George W. Bush. Invece di trovare sicurezza e salvezza dalla recessione in una nuova era di fiducia nel governo, la maggior parte degli elettori si è però rivelata contrariata dal fatto che tali politiche non siano apparentemente riuscite a fare molto per rilanciare l’economia.

Di conseguenza, i risultati delle elezioni non dovrebbero essere visti principalmente come un’approvazione dei repubblicani, bensì come una critica all’agenda dei democratici, che secondo gli elettori non era in sintonia con le loro preoccupazioni, i loro interessi e valori.

I repubblicani hanno preso il controllo della Camera, strappando oltre 60 seggi (non succedeva da 70 anni), e hanno guadagnato sei seggi al Senato. Hanno conquistato collegi in ogni parte del paese, ma in particolare nella zona industriale compresa tra la Pennsylvania e il Wisconsin, oltre ad aggiudicarsi una serie di governatorati e di assemblee legislative statali – che rivestiranno un ruolo cruciale il prossimo anno nel ridisegnare i distretti congressuali e legislativi sull’onda del censimento 2010.

Con un governo spaccato a metà, sono in molti ad aspettarsi una situazione di stallo sulle principali leggi. Ma c’è motivo di essere fiduciosi: secondo i dati storici, in America l’economia, il mercato del lavoro e il mercato azionario registrano risultati migliori negli anni in cui il governo è diviso.

Inoltre, la nuova struttura del Congresso sarà un terreno fertile per le leggi a favore del libero scambio. L’ala protezionista dei repubblicani è più piccola rispetto a quella dei democratici, che potrebbero eventualmente favorire accordi di libero scambio tra gli Stati Uniti e paesi quali la Corea del Sud e la Colombia, nonché una ripresa del moribondo Doha round sui negoziati di libero scambio globale.

In modo analogo, le tensioni prettamente economiche tra Cina e Usa dovrebbero essere facilmente gestibili. Ai fini del ribilanciamento globale i paesi in surplus come la Cina devono incentivare i consumi, mentre i paesi in deficit come gli Usa devono promuovere maggiormente i risparmi (vincolati a una netta riduzione del deficit di bilancio e a un incremento dei risparmi privati). Sarà più facile ascoltare con benevolenza il nuovo Congresso che non il Presidente, il quale, durante il secondo summit del G20, ha ricevuto aspre critiche per aver richiesto un aumento di spesa destinato al finanziamento del deficit.

Il nuovo Congresso non sosterrà gli ulteriori piani di stimolo di Obama, come la creazione di una banca nazionale per le infrastrutture. I repubblicani cercheranno di riformare il livello di spesa federale per le infrastrutture – già sostanzioso – invece di fare eventuali aggiunte. Il loro impegno è quello di riportare la spesa ai livelli del 2008. In poche parole, vogliono assicurarsi che l’esplosione di spesa sia, in effetti, temporanea e non parte di un programma di budget federale.

Ma il potere di veto di Obama è di grande ostacolo al ribaltamento delle politiche già approvate dal Presidente. Se da una parte i repubblicani saranno in grado di fare degli aggiustamenti per ridurre la spesa ed evitare rialzi delle tasse, dall’altra potranno tenere fede alla promessa di abrogare e sostituire la riforma sanitaria promossa da Obama solo se riusciranno a far eleggere un repubblicano alle presidenziali del 2012.

I repubblicani promettono battaglia anche sul fronte della riforma fiscale. La proposta, presentata da Obama nel primo anno, relativa a una pressione fiscale sugli acquisti di quote di capitale (una buona idea come parte integrante di una riforma permanente in tema di imposte sul reddito delle società) potrebbe essere inglobata in una più ampia legislazione fiscale. Ma l’oggetto del contendere saranno i tagli fiscali di Bush, varati nel 2001 e nel 2003, e ora in scadenza, che prevedono una riduzione della pressione fiscale su redditi, dividendi e capital gains.

Obama vuole far scadere i tagli fiscali alla fine di quest’anno, ma solo per i redditi individuali superiori a 250mila dollari. I repubblicani faranno forti pressioni per estendere i tagli fiscali a tutti, nonché per evitare che milioni di contribuenti siano colpiti dall’espansione della cosiddetta Alternative Minimum Tax (la tassa minima alternativa costituisce una tassa separata su alcuni tipi di redditi e deduzioni, che il contribuente è tenuto a pagare se essa risulta superiore alla tassa normale). In effetti, la riduzione del tasso marginale dovrebbe essere resa permanente, anche se accompagnata da un controllo sulla spesa, e seguita in un secondo momento da una riforma fiscale più ampia.

Un’altra importante caratteristica del nuovo Congresso sarà la maggiore polarizzazione. Il centro di gravità dei restanti democratici si è spostato a sinistra, perché la vasta maggioranza di democratici sconfitti provenivano da distretti moderati. In modo analogo, i repubblicani hanno eletto numerosi senatori conservatori e un numero considerevole di membri ultra conservatori alla Camera.

Tutto ciò renderà ancora più difficile il compromesso, nonché un posizionamento partisan nella campagna elettorale precedente alle elezioni presidenziali del 2012. Nel frattempo, la maggior parte degli analisti politici non si aspetta da Obama un ampio spostamento al centro come invece fece il Presidente Bill Clinton, quando i repubblicani presero il controllo del Congresso dopo le elezioni di metà mandato del 1994. Clinton allora lavorò a contatto con i repubblicani per bilanciare i conti pubblici e riformare il welfare, vincendo con facilità le elezioni del 1996. Obama parte, però, da una posizione maggiormente spostata a sinistra rispetto a Clinton, rendendo un eventuale spostamento al centro un percorso ancor più faticoso, se sarà questa la strada che sceglierà di intraprendere.

Si profila quindi un periodo di stallo legislativo su molti temi importanti. È probabile che assisteremo a un consolidamento della spesa, se pur a livelli inferiori rispetto alla Gran Bretagna e ad altri paesi europei. Si prevede altresì l’estensione temporanea di alcuni o di tutti i tagli fiscali dell’era Bush. E il libero scambio potrebbe essere un terreno di accordo tra Obama e il Congresso.

L’assenza di interventi in altri settori sarà una nota dolente per molti. Ma la sterzata dell’America verso un sistema di social welfare in stile europeo nei primi due anni di amministrazione Obama sembra aver subito una frenata, se non addirittura un arresto permanente o un annullamento. E questa è la nota positiva per gli Stati Uniti – e per l’economia globale.

Michael Boskin, attualmente professore di economia all’Università di Stanford e senior fellow della Hoover Institution, è stato a capo del Council of Economic Advisors durante il mandato di George H. W. Bush dal 1989 al 1993.

Copyright: Project Syndicate, 2010.www.project-syndicate.orgTraduzione di Simona Polverino

 

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