L’alleanza con l’Islam politico costa il sacrificio di Israele

Stefano Magni - Opinione 11/11/2010

A Giacarta, Indonesia, il presidente americano Barack Hussein Obama ha continuato nell’opera di riavvicinamento all’Islam iniziata al Cairo. Dopo una visita alla moschea Istiqlal, la più grande della capitale indonesiana, ha tenuto il suo discorso di fronte a un pubblico di 6000 persone all’Università dell’Indonesia. E ha rimarcato che gli Usa non sono in guerra con l’Islam.

Lo diceva, in continuazione anche il suo predecessore George W. Bush. Nei messaggi della precedente amministrazione repubblicana, l’America era in guerra contro il terrorismo, non contro la religione musulmana e nemmeno contro l’Islam politico. Per questo Bush era stato contestato da quanti (soprattutto i conservatori) avrebbero preferito dichiarazioni più chiare sulla necessità di combattere l’ideologia islamista, cioè la base ideale della Jihad. Obama vuol fare un passo in più. E fare anche concessioni strategiche al mondo musulmano politico, oltre che sottolineare l’assenza di conflitto contro una religione.

In Indonesia, nel Pacifico, parla di Israele, di una realtà a circa 8600 chilometri da Giacarta. Perché la causa pro-palestinese accomuna tutti i leader musulmani, più o meno radicali, per compattare le masse contro un nemico esterno. Questo Obama lo sa e sa anche che il suo consenso nel mondo islamico sta diminuendo proprio perché, nonostante gli scontri continui con il premier Benjamin Netanyahu, non ha compiuto quello strappo con lo Stato ebraico che tutti, inizialmente, si aspettavano da lui. Abdillah Toha, docente e scrittore islamico indonesiano, critica Barack Obama perchè non ha attuato le promesse del Cairo. “I musulmani – scrive Toha – si sentono traditi da lui per il silenzio tenuto a proposito dell’attacco israeliano contro la flottiglia turca, avvenuto alla fine di maggio”. Toha parla di “fallimento americano” nell’esercitare pressioni su Gerusalemme sulle questioni mediorientali. “Tutto questo – conclude – cancella le speranze fra i musulmani e fa pensare che Obama non sia serio nel voler mantenere le promesse del Cairo”.

Per “recuperare”, Obama, per due giorni di fila, pubblicamente, si è detto indignato della decisione presa da Netanyahu sulla costruzione di 1300 nuove unità abitative a Gerusalemme Est, considerato il motivo dello stallo nel nuovo processo di pace. Nel farlo, non si è accorto (o non ha voluto accorgersi) di confondere la parte orientale della capitale di Israele con i territori in Cisgiordania. E Netanyahu ha dovuto ricordarglielo, ieri: “Gerusalemme è la capitale dello Stato ebraico, non una colonia”. Dunque non si può applicare anche per la capitale lo stesso patto sul “congelamento” stipulato informalmente dalle due parti come precondizione al negoziato.

Obama ricucirà l’ennesimo strappo con Gerusalemme? Evidentemente, in questo periodo, gli interessa altro. Ha dipinto a tinte idilliache la democrazia musulmana indonesiana, paragonandola agli Stati Uniti quale esempio funzionante di coesistenza nella libertà. Dimenticando che, appena 11 anni fa, a Timor Est si compiva un massacro di cristiani. Il terzo in 25 anni. E che tuttora le minoranze religiose, in Indonesia, sono discriminate, in molti casi perseguitati.

Infine è arrivato al punto: “Tutti noi dobbiamo lavorare per sconfiggere Al Qaeda e i suoi affiliati, che non hanno alcun diritto a definirsi leader di alcuna religione al mondo e certamente non di una grande religione mondiale quale è l’Islam. Coloro che vogliono costruire, non possono cedere terreno al terrorismo che vuole distruggere. Questa non è una battaglia che l’America può combattere da sola”. Il suo scopo è proprio questo: cercare di cooptare il mondo musulmano nella lotta contro Al Qaeda. Ma partendo dal presupposto teorico, tutt’altro che dimostrato, che quest’ultima sia un’organizzazione che nulla ha a che vedere con l’Islam religioso, politico e ideologico.

La cooptazione di un mondo sempre più ideologizzato e anti-occidentale in una lotta comune contro un terrorismo nato dalle sue stesse fila, richiederà ancora un gran lavoro di persuasione e relazioni pubbliche, ma anche tanti sacrifici. Il sacrificio dell’alleanza con Israele, prima di tutto. A spese degli ebrei. E il sacrificio dei cristiani in Medio Oriente e nel mondo islamico, tutto a spese loro. I nuovi interlocutori chiedono a Obama questi sacrifici. Se non li farà, lo scetticismo nei suoi confronti sarà destinato a crescere e a maturare in una pericolosa delusione.

 

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