La verità è che la convivenza è di fatto impossibile

Angelo Pezzana - Libero 30/10/2010

Che il problema della pace in Medio Oriente sia in una fase di stallo e che all'orizzonte non ci sia nessuna prospettiva credibile, l'ha dichiarato persino Silvio Berlusconi, ieri a Bruxelles durante i lavori del Consiglio europeo. Sul suo abituale ottimismo ha dunque prevalso un cauto realismo. E non poteva esprimersi diversamente, a giudicare, insieme ad altre valutazioni, il fallimento, anche lì, della mediazione Obama. Che adesso, secondo un giornale arabo, si sarebbe inventato un progetto che sa di bufala,  di quelle colossali, di una proposta di affitto per 99 anni dei territori palestinesi da parte di Israele. Cosa che potrebbe essere più che accettabile dai palestinesi, che con la cittadinanza israeliana si sono trovati sempre bene, tanto da rifiutare di diventare cittadini del nuovo stato, nel caso venisse proclamato.

A Israele questo leasing non interessa per niente, perchè non  risolve quella separazione indispensabile perchè lo Stato ebraico continui ad essere tale, cioè a maggioranza ebraica e democratica. Se, in qualunque maniera, la separazione fra ebrei e arabi non risultasse possibile, gli unici ad trarne profitto sarebbero, non sembri paradossale, proprio i palestinesi. Perchè, per capire la politica di Abu Mazen, identica a quella che fu di Yasser Arafat, è fondamentale mettere in chiaro il vero obiettivo che non solo i palestinesi, ma l'intero mondo arabo, ha sempre perseguito, ma che non è mai stato giudicato prudente affermare a voce alta, nel timore di perdere il consenso del mondo occidentale, sensibile e schierato finchè i palestinesi continuano a rivestire i panni del popolo occupato e oppresso, una condizione che finirebbe drasticamente se avessero uno stato loro. Un consenso che sarebbe, quindi,  scemato di fronte all'ipotesi di uno Stato binazionale, perchè anche un cieco si sarebbe accorto che quello è il nome sostitutivo di Israele, decretandone, se proclamato, la scomparsa.

Non essendo mai riusciti a sconfiggerlo, nè con le guerre scatenate dal 1948 in poi, nè con il terrorismo, l'ultima chance sta nel superamento demografico. Che però è possibile solo se la famosa parola magica 'due stati per due popoli'” rimane nel libro dei sogni, anche se tanto Abu Mazen quanto Salam Fayyad la sbandierano in tutte le interviste, accusando Israele di sabotare i colloqui di pace. Una bella faccia tosta, che però i nostri media tendono a ignorare, omettendo un particolare che, da solo, aiuterebbe i lettori a capire i bizantinismi della polica palestinese. Abu Mazen chiese, e ottenne dal governo Netanyahu, il congelamento delle costruzioni dal dicembre 2009 al settembre 2010, un periodo di dieci mesi che sarebbe stato più che sufficiente per iniziare un percorso di dialogo per arrivare ad un trattato di pace. Ma Abu Mazen l'ha tirata per le lunghe, fino ad arrivare alla scadenza del 26 sttemebre scorso, in tempo per dichiarare, nuovamente, che se non veniva riconfermato il congelamento i colloqui non li avrebbe neppure iniziati.

Stando così i fatti, come non dubitare della buona fede della parte palestinese ? Ogni pretesto è buono per rinviare alle calende greche una opzione che ormai ha una sola interpretazione: andiamo avanti così, e qui si spiega la bufala dei 99 anni, dopodichè la regione avrà un solo stato, e a maggioranza araba. La politica del chiagna e fotti funziona anche da quelle parti, i buoni contro i cattivi, i poveri contro i ricchi, peccato che la realtà mediorientale sia ben diversa da come ci viene raccontata. Che a molti riesca intollerabile che gli ebrei abbiano uno Stato, non è una novità. La maggior parte degli stati arabi non ha mai riconosciuto Israele, anche il Vaticano ha impiegato 58 anni prima di prenderne atto.

Ma Israele non è solo nella sua lotta contro la delegittimazione, gran parte del mondo cristiano ne condivide le ragioni, anche se l'antigiudaismo di marca religiosa è tutt'altro che scomparso. Israele, paese mediterraneo, affronta oggi problemi che saranno i nostri fra non molto tempo, in una Europa che ancora non si rende conto che fra qualche decennio, entro i suoi confini, il nome più diffuso sarà Mohammed.

 

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