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Gli 'avvocati' dei diritti umani che parlano come Ahmadinejad

E attaccano Israele. Commento di Giorgio Israel

Informazione Corretta 24/10/2010

Di recente, il presidente iraniano Ahmadinejad ha dato la seguente definizione dello stato di Israele: «cane randagio dell’Occidente». Ed ha aggiunto, per spiegare il concetto, che si tratta di un cane randagio che l’Occidente ha buttato tra i piedi dell’islam. Quasi contemporaneamente Frank Johansson, direttore di Amnesty International a Helsinki ha definito Israele come uno «stato feccia». «Cane randagio» e «feccia»: il parallelismo tra questi due termini è a dir poco sorprendente. Da un lato siamo abituati al linguaggio truculento del presidente iraniano, in pieno stile hitleriano. Ma che un direttore di Amnesty International, un organismo che si presenta come paladino dei diritti umani, si comporti come l’eco di un dittatore che tortura e assassina gli oppositori, sconfina nel surreale. Ancor più surreale è il fatto che, malgrado le proteste anche provenienti da personalità di prestigio, il commento ufficiale di Amnesty sia stato: «Non pensiamo che quest’affermazione metta in discussione l’integrità di Amnesty e il suo impegno per la promozione dei diritti umani». È vero la non mette in discussione perché non c’è più nulla da discutere circa la rispettabilità di un’organizzazione che, per dirla con Salman Rushdie, è in piena «bancarotta morale».

Quale credibilità può avere un’organizzazione che non ha mai chiesto la liberazione dei soldati israeliani rapiti da Hezbollah e da Hamas, “rapiti” – si badi bene – e non presi prigionieri in un’azione bellica? Non solo: il primo dei due è stato trucidato, e il secondo – Gilad Shalit – da quattro anni è prigioniero dei fondamentalisti islamici di Gaza, non si sa dove, né in quali condizioni. Anche se fosse un prigioniero di guerra, la convenzione di Ginevra impone delle regole, tra cui la possibilità di visitarlo e verificare le sue condizioni e il trattamento cui è sottoposto. Ma Amnesty se ne infischia altamente, come del resto quell’altra ineffabile organizzazione che è la Croce Rossa Internazionale, ed ha pure la faccia di bronzo di definire «feccia» uno stato minacciato di distruzione da chi calpesta i diritti umani ogni minuto.

A Roma, si è tenuta il 7 ottobre una grande manifestazione internazionale “Per Israele, per la verità” – con la partecipazione di personalità come l’ex-premier spagnolo Aznar, il ministro Frattini, tanti parlamentari, giornalisti e intellettuali italiani e stranieri, dissidenti iraniani e siriani – per denunciare la inaudita demonizzazione di Israele che è in corso. Non si è trattato di discutere la politica dei governi israeliani o palestinesi – questa è una problematica ulteriore su cui ci si può dividere – ma di denunciare lo scandalo del silenzio di fronte alle innumerevoli violazioni dei diritti umani in corso nel mondo mentre l’unico a essere messo sul banco degli accusati è sempre e soltanto Israele, qualsiasi cosa faccia.

Di recente, nel corso di un viaggio in SudAfrica, mentre passeggiavo su una delle tante splendide e interminabili spiagge di sabbia bianca, mi spiegavano che un tempo tutte quelle persone di colore che ora vi si affollano allegramente non potevano mettervi piede. Pensavo alla spiaggia di Tel Aviv in cui puoi incontrare chiunque, anche donne musulmane velate, senza problemi di sorta. Nel parlamento israeliano siedono deputati arabi che sono liberi di criticare con violenza il governo. Eppure c’è qualcuno – tra questi il vescovo sudafricano Desmond Tutu – che in spregio totale della verità ha parlato di Israele come di uno stato di “apartheid”. Bisognerebbe chiedere a Nelson Mandela di denunciare, dall’alto del suo prestigio morale, l’ignominia di una falsità che disonora chi ha la sfrontatezza di pronunciarla.

 

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