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I vescovi fanno di Israele il capro espiatorio. Un suicidio

Foglio 22/10/2010

Rabbino David Rosen

Roma. “C’è il dovere e l’obbligo di resistere a Israele”. Ha scandito molto bene il patriarca emerito di Gerusalemme, Michel Sabbah, ai microfoni di RaiNews 24. “Il popolo palestinese è sotto l’oppressione, c’è l’obbligo di resistere”, ha detto Sabbah. Il patriarca ha poi accusato Israele di pulizia etnica: “Israele vorrebbe avere tutta la Palestina senza palestinesi. Gerusalemme oggi vuole essere cambiata nella demografia, c’è sforzo per cambiare la presenza araba in giudaica. Gli arabi sono tolti dalle loro case e le abitano gli ebrei”. Ha avuto un tasso molto acceso di antisraelismo il Sinodo vaticano sul medio oriente. Monsignor Fouad Twal, nominato da Benedetto XVI patriarca di Gerusalemme, ha detto che invece di due stati, è meglio “un solo stato binazionale”, ignorando che profughi e tasso di natalità arabi spazzerebbero via gli ebrei. Twal ha detto che “al cento per cento” il motivo di fuga dei palestinesi dalla Cisgiordania è l’“occupazione israeliana”, dimenticando l’oppressione islamista che è la vera causa dell’esilio. “D’altro canto – ha proseguito Twal – l’Instrumentum laboris (il documento base della discussione del Sinodo, ndr) lo dice chiaramente: è la prima volta che un documento di questo tipo parla dell’occupazione israeliana”. Anche il relatore generale del Sinodo, l’arcivescovo egiziano Antonios Naguib, dopo aver messo sullo stesso piano “terrorismo e occupazione israeliana”, ha espresso “solidarietà ai palestinesi” e ha detto che la politica d’Israele “favorisce il fondamentalismo”. Twal ha infine affermato che “uno stato democratico non può essere ebraico: non possiamo mettere assieme democrazia e sionismo”. Durissimo anche Elias Chacour, arcivescovo cattolico di Galilea e Nazareth, che oltre a dire no a Israele “stato ebraico”, ha detto: “Dov’era Israele settant’anni fa? Com’è che ha iniziato a esistere all’improvviso? E’ stata fatta una vera e propria pulizia etnica dei palestinesi”.

Direttore del dipartimento per gli Affari interreligiosi dell’American Jewish Committee, il rabbino David Rosen è una vecchia conoscenza in Vaticano. Fu lui a guidare la delegazione israeliana che portò alla firma del trattato di mutuo riconoscimento fra Gerusalemme e la Santa Sede nel 1994. Il suo giudizio sull’attacco a Israele è durissimo. “Sabbah e Twal sono dei nazionalisti arabi, vescovi che parlano da militanti nazionalisti”, spiega Rosen al Foglio. “Twal ha proposto addirittura lo stato binazionale, un’idea molto ingenua. E sinonimo di violenza. Ufficialmente il Sinodo non ha mosso attacchi frontali a Israele, tra Israele e il Vaticano ci sono relazioni formali dal 1994. Il problema sono i vescovi radicalmente ostili a Israele. Lo stato ebraico è usato come capro espiatorio per i problemi dei cristiani. L’occupazione israeliana è una conseguenza del conflitto, la vera ‘radice’ del quale è proprio il fatto che il mondo arabo non riesce a tollerare uno stato sovrano non arabo al suo interno”.

Il custode di Terra Santa, padre Pizzaballa, al sinodo ha attaccato duramente il “sionismo cristiano”, il movimento che conta milioni di aderenti negli Stati Uniti e che ha prodotto una posizione netta e ideologica a favore d’Israele. “La maggioranza degli evangelici americani ama Israele, per questo non vedo perché la chiesa dovrebbe attaccarli in generale”, replica Rosen.

Il rabbino critica il relatore del sinodo: “Il vescovo Naguib non vuole capire la questione d’Israele come stato ebraico. Oggi in Israele tutti i cittadini sono uguali, c’è libertà religiosa per tutti, ebrei, musulmani e cristiani. E’ facilissimo per questi vescovi attaccare Israele come stato ebraico, perché non pagano mai pegno, mentre pagherebbero un prezzo altissimo se attaccassero direttamente l’islam radicale. Capisco il tatticismo usato finora dai cristiani, ma non ha giovato alle loro comunità”.

C’è solo un paese dove i cristiani sono cresciuti in numero in tutto il medio oriente: in Israele da 34 mila che erano nel 1949 sono diventati 163 mila, e saranno 187 mila nel 2020. Invece, nei paesi musulmani i cristiani diminuiscono, ma le cinquanta chiese ospitate al sinodo preferiscono dare addosso a Israele, dove godono di piena libertà di culto e di espressione. “Israele è l’unico stato mediorientale in cui i cristiani crescono demograficamente, socialmente ed economicamente”, conclude Rosen. “Parliamo di una crescita del cento per cento di cristiani in più negli ultimi vent’anni. Ma purtroppo il tatticismo li ha forse condannati al suicidio”.

 

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