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Non c'è soltanto il caso di Sakineh

Christian Rocca - Sole24Ore 25/9/2010

Il mondo si commuove giustamente per Sakineh, la donna iraniana condannata alla lapidazione dal regime islamico di Teheran. Ma i casi di ordinaria crudeltà in nome dell'Islam non scuotono quasi mai le coscienze occidentali. Qualche settimana fa un giudice saudita ha chiesto a numerosi ospedali del regno se fossero in grado di menomare, danneggiare, spaccare il midollo spinale di un imputato condannato per aver attaccato un altro uomo, paralizzandolo. La pena comminata dal giudice saudita è stata l'occhio per occhio. La fonte di tale barbarie è la legge islamica, la sharia. Uno degli ospedali sauditi, a Tabuk, ha detto di sì, ma il giudice compassionevole sta ancora cercando «una struttura più specializzata per condurre l'operazione».

Thomas Friedman ha scritto sul New York Times di "A precious life", un documentario di un giornalista israeliano che racconta l'incredibile storia di Mohammed Abu Mustafa, un bambino palestinese di 4 mesi affetto da una rarissima malattia. Il giornalista aveva lanciato un appello alla tv israeliana per raccogliere i 55mila dollari necessari al trapianto di midollo osseo del neonato di Gaza. Un cittadino israeliano, il cui figlio è stato ucciso nella guerra contro gli arabi, ha donato la somma e il bambino è stato curato da un chirurgo che a un certo punto ha dovuto lasciare l'ospedale per andare in guerra proprio a Gaza. Raida, la madre del bambino, è stata criticata e insultata dai suoi vicini per aver accettato le cure in Israele. Invece di ignorare le ingiurie, la mamma del bimbo ha detto al documentarista di sperare che suo figlio diventi un martire, un uomo bomba, un assassino che muore suicida per conquistare Gerusalemme.

Alle Nazioni Unite Barack Obama invita al dialogo, mostra la faccia buona dell'Occidente, tende la mano al mondo musulmano, ma finora dagli ayatollah iraniani ha ricevuto un pugno serrato. Nel suo nuovo libro "Faith and Power", appena uscito in America, Bernard Lewis è meno ottimista del presidente. Il 94enne Lewis è il più importante studioso occidentale di Islam, professore onorario a Princeton e autore di numerosi saggi sull'argomento. Il nuovo libro spiega l'intreccio tra fede e potere, tra religione e politica, in Medio Oriente e nel mondo islamico. Il concetto di separazione tra stato e chiesa nell'Islam non esiste, scrive Lewis. «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» è il principio chiave del pensiero e della pratica cristiana.

Nel Cristianesimo ci sono due autorità, Dio e Cesare, la Chiesa e lo Stato. Nell'Islam fino a poco tempo fa non c'era distinzione tra le due istituzioni. In arabo non esistono le parole "laico" ed "ecclesiastico", "sacro" e "profano", "spirituale" e "temporale" perché, spiega Lewis, la dicotomia che esprimono, profondamente radicata nel pensiero cristiano, è rimasta sconosciuta fino a tempi relativamente recenti e ci è arrivata come prodotto di un'influenza esterna.

L'ebraismo si fonda su Mosè che ha liberato il suo popolo, ma il profeta non è riuscito a entrare nella Terra promessa. Cristo è morto sulla Croce e i suoi seguaci sono stati perseguitati per secoli fino alla conversione di un imperatore romano. Maometto, invece, profeta e fondatore dell'Islam, è morto da generale vittorioso e da capo di uno stato che in poco tempo si è trasformato in un impero. Da comandante in capo del mondo islamico, Maometto guidava eserciti, dichiarava le guerre e siglava la pace, imponeva le tasse e raccoglieva le imposte, stabiliva le leggi e le faceva applicare. Nella tradizione islamica, religione e stato sono la stessa identica cosa. Potere e fede non sono scindibili, a differenza delle altre religioni abramitiche.

Il Cristianesimo è cresciuto nel momento del crollo di un impero. La Chiesa ha dovuto creare le sue istituzioni per far fronte al declino di Roma. L'Islam, invece, è prosperato come collante e base di un vasto impero fondato sui suoi principi. Nel mondo cristiano il potere di governo proviene dal popolo o, nel caso delle monarchie, dal legame dinastico. Nell'Islam arriva direttamente da Dio. Il capo di governo nel mondo islamico è anche l'autorità religiosa. Le leggi sono volontà di Dio. Rispettarle diventa un obbligo religioso. La disobbedienza è un peccato, non solo un crimine.

I fondamentalisti islamici non esistono, spiega Lewis. Il concetto di fondamentalismo è cristiano. È un concetto nato negli Stati Uniti per definire le chiese che si differenziavano dal mainstream protestante per una maggiore obbedienza alla letteralità dei testi sacri, senza la mediazione di una casta ecclesiastica. Nell'Islam su questo non c'è discussione: tutti, moderati ed estremisti, credono, praticano e accettano la divinità del testo coranico. Il Corano è la parola di Dio, è stato scritto direttamente da Maometto su dettatura di Allah. In alcuni stati islamici, come Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain, Yemen e Emirati, la sharia è la fonte primaria delle leggi. In altri paesi musulmani è vietato approvare leggi contrarie ai principi fondamentali dell'Islam. In Iran, una bambina di 9 anni può essere data in sposa. Nove anni. Non è stupro, perché è l'età di Aisha quando sposò il cinquantenne Maometto.

Il paradosso è che tra tutte le civiltà non occidentali, dice Lewis, il mondo musulmano è quello che offre le migliori prospettive per l'affermazione di una società libera e democratica di modello occidentale. Storicamente, culturalmente e religiosamente, scrive lo studioso, l'Islam condivide molti elementi con la tradizione giudaico-cristiana e greco-romana alla base della civiltà occidentale. Ma dal punto di visto politico, le prospettive liberaldemocratiche non sono incoraggianti, visto che dei 47 paesi della Conferenza islamica internazionale soltanto la Turchia, a fatica, può essere definita una democrazia di tipo occidentale. «O gli portiamo la libertà o ci distruggeranno», conclude Bernard Lewis.

 

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