'Razzista bigotto'. I guai di Marty Peretz, guru di New Republic

Giulio Meotti - Foglio 16/9/2010

Roma. Marty Peretz è una gloria del giornalismo americano. E’ stato, infatti, il direttore e attualmente è il proprietario di The New Republic, il settimanale di analisi politica più longevo di Washington e che negli anni dell’Amministrazione Clinton si vantava di essere il giornale più letto sull’Air Force One. Peretz è un elettore democratico e vive a Cambridge, la città di Harvard, l’università più liberal d’America, dove ha insegnato a lungo. Fra i suoi allievi c’è anche Al Gore, ex vicepresidente e premio Nobel per la pace. Ma con l’ultima column sul sito di New Republic, Peretz ha scatenato contro di sé una poderosa campagna di delegittimazione, arrivata fino alle prestigiose pagine degli editoriali del New York Times. La colpa di Peretz è quella di aver scritto alcuni giorni fa che “i musulmani sono indifferenti alla vita umana, quindi non sono degni dei privilegi del primo emendamento”. Peretz ha anche detto che per i musulmani stessi “la vita dei musulmani non vale niente”.

Gli aggettivi non potevano che venire da soli: “antislamico”, “razzista”, “xenofobo”, “antiamericano”. L’editorialista del New York Times, Nicholas Kristof, ha dedicato una column contro Peretz: “Questa è l’America?”, si è domandato l’opinionista. “Un celebre commentatore americano, in un magazine a lungo associato alla tolleranza, si domanda se ai musulmani debbano essere accordate le libertà costituzionali”. Kristof ha paragonato il trattamento che Peretz ha riservato ai musulmani a quello dei giapponesi internati negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e agli ebrei perseguitati in Europa. “Questo tipo di estremismo indebolisce la nostra democrazia”, scrive Kristof. Peretz ha poi scritto un’“apology”, una formale lettera di scuse, per il modo in cui si è espresso sull’islam, ma ha anche rincarato la dose: “Kristof e io non vediamo il mondo e il ruolo dell’America allo stesso modo”.

Anche il mondo accademico si sta ritorcendo contro il guru di New Republic. Dalla Brandeis University, tempio dell’identità ebraica americana che annovera Peretz fra i propri cervelli, l’unione degli studenti ha chiesto le scuse del giornalista: “Inaccettabile e irresponsabile”, viene definito l’articolo. “Mr. Peretz, ci stai danneggiando”. Sulla blasonata rivista Foreign Policy il giornalista James Fallows auspica che il prossimo 25 settembre l’Università di Harvard, dove Peretz ha insegnato e dove una cattedra porta il suo nome (oggi insegna la studiosa di yiddish Ruth Wisse), cancelli l’invito a Peretz: “Davvero Harvard vuole intitolare un corso studi a chi ha simili idee odiose?”. Glenn Greenwald su Salon scrive che “la bigotteria di Peretz non è isolata, ma ha una lunga storia razzista”.

L’odio dell’ortodossia liberal contro Peretz ebbe inizio nel 1991, quando il giornalista trasformò il suo magazine in un bastione del filoisraelismo. James Wolcott su Vanity Fair coniò l’espressione “Peretzism” e su The Nation il veterano del giornalismo antagonista, Patrick Cockburn, iniziò a dargli del “razzista”.

Intanto Peretz annuncia che sta cercando un nuovo lavoro: “Insegnare inglese in un liceo di Tel Aviv”.

 

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