Sakineh ha i giorni contati e il presidente Obama continua a tacere

Gli effetti del realismo

di Alma Pantaleo - l'Occidentale 8/9/2010
 

La situazione della signora Mohammadi-Ashtiani è ancora sotto esame. Alcuni dirigenti occidentali, compresi i ministri degli Esteri di Francia e Italia, si sono lasciati coinvolgere nel caso, ma purtroppo sulla base di informazioni sbagliate”. La giustizia iraniana, a detta del portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Ramin Mehmanparast, starebbe proseguendo l'esame del ‘caso Sakineh’, la donna condannata alla lapidazione con l’accusa di adulterio e di concorso in omicidio, che ha riportato sotto gli occhi di mezzo mondo la delicata questione dei diritti umani in Iran.

La mobilitazione internazionale di queste settimane, che ha avuto finora l'effetto di ritardare l'esecuzione, è stata massiccia. Dal Vaticano – attento a seguire con estrema attenzione il caso – all’Ue, dalla Francia – con la clamorosa presa di posizione della premiére dame Carla Bruni – all’Italia, tutti hanno fatto appello di clemenza al regime e, allo stesso tempo, ne hanno aspramente criticato le pratiche. Sui quotidiani di mezza Europa, su blog e siti internet si sono susseguite iniziative e raccolte di firme per tentare di salvare la donna: i francesi Le Monde e Le Nouvel Observateur, la nostra Repubblica – su cui è stata pubblicata una lettera di intellettuali francesi, tra cui il sociologo Edgar Morin, gli storici Elisabeth Roudinesco e Max Gallo, lo scrittore Marek Halter, i filosofi Daniel Schiffer e Michel Serres, che chiedono a Teheran di "mettere fine a questo genere di metodi”-, il quotidiano belga in lingua francese Le Soir, lo spagnolo El País e il lussemburghese Tageblatt.

Mentre il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner – che ha affermato di aver preso la vicenda come un “caso personale”–, si è detto pronto ad andare a Teheran per cercare di far liberare la donna, il nostro Paese si è schierato da subito in prima linea negli sforzi per evitare la condanna a morte di Sakineh. “L'Italia e gli italiani sono dalla parte della vita e dei diritti umani, non possono tollerare che questi vengano calpestati in alcun luogo del mondo e che, di conseguenza, una donna possa essere lapidata”, hanno dichiarano i ministri Mara Carfagna e Franco Frattini. Persino l’Ue ha alzato la voce contro “questa barbarie indicibile”. “Per l'Europa – ha affermato ieri il presidente della Commissione Europea, Josè Manuel Barroso – essere un 'global player' significa lottare per i nostri valori. E i diritti umani non sono negoziabili. Sono disgustato quando sento che Sakineh Mohammadi Ashtiani è stata condannata a morte per lapidazione”.

Fiaccolate, cortei, manifestazioni di ogni tipo, mentre voci insistenti danno l’esecuzione sempre più vicina. E Obama? Dal presidente degli Stati Uniti non una dichiarazione, non un appello, non una presa di posizione rispetto alla vicenda. Il silenzio del più rappresentativo portavoce della democrazia occidentale pesa, fa riflettere e quasi inquieta. Quali le motivazioni alla base di questo atteggiamento? Una potrebbe essere ricollegata al recente ritiro delle truppe statunitensi dall'Iraq, mossa che segna la fine della missione da combattimento degli Stati Uniti in questo Paese. Un’altra ai negoziati israelo-palestinesi che si sono inaugurati una settimana fa, sfida in cui Obama ci mette, oltre all’ottimismo, anche la faccia. Non è un mistero che Teheran abbia finanziato e addestrato gruppi terroristici che hanno avuto come obiettivo l’Iraq, così come sappiamo da tempo dell’influenza che il regime iraniano esercita sull’organizzazione fondamentalista Hamas a Gaza e sul movimento libanese degli Hezbollah. Il minimo comune denominatore di queste due delicate questioni, per Obama, è il mantenimento degli equilibri che, in caso di affermazioni scomode al regime di Ahmadinejad, potrebbero facilmente rompersi e mandare in rotoli sforzi politici e diplomatici.

Nonostante l’appello che Mohammed Mostafei – avvocato di Sakineh, costretto a scappare in Norvegia e che ne ha fatto conoscere al mondo la vicenda –  ha rivolto a Obama qualche mese fa in un’intervista concessa a Bernard-Henri Levy, il presidente americano non ha battuto ciglio e ha lasciato risuonare nel vuoto quella richiesta di aiuto. Ancora una volta dobbiamo chiederci: quanto paga il realismo di Obama?

Commenti

Anonimo
08/09/10 10:32
l'internazionale obamista
Realismo o cinismo? Forse che "realismo" sia una piatta adesione alle circostanze piuttosto che l'individuazione delle opportunità che la "realtà" ti offre onde migliorarne le condizioni? E' difficile individuare il minimo comun denominatore della politica internazionale di Obama, che sembra votata al raggiungimento di obiettivi estremamente eclatanti(fine della guerra israelo-palestinese)e non importa il prezzo da pagare, come, ad esempio la rinuncia, da parte della nazione americana, a svolgere il ruolo di "faro della democrazia". Nessuno più dei dissidenti dei regimi iraniano e cinese conosce le amare conseguenze della "svolta" obamiana! Ma se gli obiettivi di Obama non sono dichiarati, perchè nascosti dietro ad un efficiente pragmatismo, le conseguenze della sua politica sembrano delinearsi nei termini di un livellamento dell'America sulla scena internazionale: rinunciando alla carica "ideale" delle scelte in politica internazionale, gli Stati Uniti vengono ridotti al rango di potenza tra le potenze, non legittimati a intervenire laddove i diritti umani sono palesemente e ferocemente disattesi. In questo senso sembra consequenziale la scelta di Obama di potenziare organismi sovranazionali come l'Onu. Come tutti i "sinistri" che si rispettino, anche Obama canta l'Internazionale (e vada a quel paese l'"eccezionalismo" americano!) Rosacriv

 

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