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Tea Party - Cronache dal mondo conservatore

Con il ritiro dall'Iraq Obama dà il via libera al jihadismo nel mondo

di Marco Respinti - l'Occidentale 2/9/2010
 

Mentre l’ennesima verifica del termometro politico americano, stavolta condotta da Gallup, quota il Partito Democratico sotto di ben 10 punti rispetto ai Repubblicani, segnando il record storico in una vigilia di elezione nazionale, e mentre il popolo dei “Tea Party” dà prova della propria forza al governo scendendo in piazza, a Washington, sabato 28 agosto, con numeri ed enfasi mai visti prima (e Il Foglio del 1° settembre si affida al giudizio di alcuni commentatori italiani che mostrano di avere compreso poco sia l’attuale movimento di rivolta fiscale sia la Destra Usa in genere, soprattutto quando si arrampicano sui vetri per cercar di confutare quella nuda cronaca dei fatti che imperterrita resiste felice a tutti i “secondo me”), Barack Hussein Obama si accomoda nello Studio Ovale e in fretta si sfila in pubblico dall’Iraq, mentre già è in odore di ritiro pure l’Afghanistan.

I jihadisti hanno impiegato un secondo per intonare canti di vittoria, e la cosa ci sta tutta. Accade sempre così: quando uno si ritira e lascia il campo all’avversario, l’altro dice (un po’ meno forse crede) di avere vinto. Al termine di “Desert Storm”, quando l’avanzata del generale Norman Schwarzkopf venne fermata da un preciso ordine di Washington, Saddan Hussein (1937-2006) proclamò al mondo che aveva trionfato sugli invasori americani.

Ora, in nove lunghi e dolorosi anni la guerra al terrorismo internazionale combattuta negli scenari dell’Afghanistan e dell’Iraq ha conosciuto, soprattutto nel secondo caso, opposizioni contrapposte. L’ha cioè contestata pure una parte consistente del mondo conservatore americano. A molti piacerebbe peraltro descrivere la questione in modo manicheo: da una parte i guerrafondai neoconservatori (cioè una parte precisa e definita della Destra statunitense) che hanno spinto George W. Bush jr. al conflitto, dall’altra i conservatori “paleo”, più “classici” e “isolazionisti”, che vi si sono opposti con tutte le proprie forze come con tutte le proprie forze si oppongono sempre e comunque a qualsiasi guerra “imperialista” degli Stati Uniti. Ma la realtà è assai più articolata.

Certamente i famosi neocon hanno svolto un ruolo determinante nel plasmare la politica estera che la Casa Bianca dell’“era Bush jr.” ha scelto di seguire (almeno in parte, e per qualche tempo), ivi compresa la lotta armata al terrorismo di matrice islamica, e certamente i neocon sono una famiglia particolare e precisa del multiverso mondo della Destra americana, ma questo è vero in teoria. Nella pratica, il conservatore americano medio, persino il cittadino americano comune, è un insieme “fusionista” di pensiero neocon e di riflessione isolazionista. E dire che questo è solo il risultato di una espropriazione neocon della Destra americana è falso.

Per capirsi, occorre tenere presente che il conservatore americano, anzi il cittadino statunitense, ha iscritto nel DNA il sospetto per qualsiasi avventura politico-militare all’estero, tiene in odio il ficcanasare negli affari altrui e non ha la benché minima intenzione di atteggiarsi a gendarme del mondo. Basta ripassare il discorso di addio pronunciato nel 1796 dal padre della patria George Washington (1732-1799), un discorso che è da sempre e comunque la stella polare della politica estera americana, per sincerarsene. L’unica eccezione la fa la guerra di autodifesa, l’unica guerra ritenuta legittima e giusta dagli americani, in specie dai conservatori. E, in termini politologici più consueti, l’autodifesa viene detta “interesse nazionale”.

La Guerra d’indipendenza (1775-1783) dalla Gran Bretagna percepita come tirannica è per gli americani un guerra legittima e giusta di autodifesa e di conservazione, idem dicasi, in casa “sudista”, per la Guerra di Secessione (1861-1865) che gli Stati Confederati d’America combatterono (o vollero combattere, o dissero di combattere) per gli stessi identici motivi dopo che il governo federale di Washington aveva preso (questa la percezione “sudista”) a comportarsi come un tempo faceva quella Londra che appunto la pagò cara. Anzi, i “sudisti” affermano da sempre che la Guerra di Secessione fu solo la seconda fase della Guerra d’indipendenza.

Ogni e qualsiasi governo statunitense ha dunque sempre cercato di vendere al popolo americano ogni e qualsiasi guerra in cui sia mai entrato come d’“interesse nazionale”. Quando è riuscito convincente, il popolo lo ha seguito: quando no, ne è stato sonoramente contestato. Accadde per la Prima guerra mondiale (1914-1918), successe per la Seconda guerra mondiale (1939-1945), è avvenuto per la cosiddetta “terza guerra mondiale” ovvero la cosiddetta “Guerra fredda” (1945-1989), momenti forti della quale – dal punto di vista del dibattito pubblico qui in oggetto – sono stati la Guerra di Corea (1950-1953) e la Guerra del Vietnam (1960-1975). Soprattutto la seconda è stata infatti appoggiata come sforzo patriottico “a distanza” contro il diffondersi di quel comunismo che minacciava (anche) l’interesse nazionale degli Stati Uniti da una parte della Destra americana che ha ragionato in forza di un criterio geopolitico “largo” così come un’altra parte della stessa Destra ha invece giudicato inutile quel conflitto in base a un secondo criterio geopolitico “stretto”.

Insomma, dire che negli Stati Uniti l’essere di destra o di sinistra dipendeva dall’appoggio accordato o meno alle guerra contro il comunismo è un errore rozzo soprattutto di prospettiva e uno strafalcione culturale dei più gravi, esattamente come risibile è applicare lo stesso criterio oggi alla guerra americana contro il terrorismo internazionale. Ma talora è persino più grave dire che la guerra in Afghanistan - e soprattutto in Iraq - distingue i neocon della Destra giudicata spuria dai paleo del conservatorismo voluto più puro. Giacché di mezzo c’è la ridiscussione di quel benedetto interesse nazionale che per gli americani è il solo a legittimare e giustificare una guerra all’estero, anche a parecchie miglia di distanza, in un mondo che proprio il terrorismo internazionale ha cambiato in maniera repentina, radicale e incontrovertibile.

Il terrorismo internazionale combatte infatti per definizione una guerra asimmetrica su confini “invisibili”, ovvero frontiere che possono persino correre framezzo ai “buoni”, dove dire “dietro le linee nemiche” è frequentemente privo di senso poiché i tracciati non ci sono o stanno dietro le spalle e in cui accade frequentemente di cadere per fuoco creduto amico. In questo quadro, dunque, le argomentazioni messe ieri a torto o a ragione in campo da chi da destra (americana) criticava il coinvolgimento degli Stati Uniti in guerre anticomuniste combattute su terreni stranieri perché giudicava inesistente, o remoto e vago, l’interesse nazionale in gioco in quei frangenti salta per aria assieme al manicheismo di alcune valutazioni raffazzonate.

L’apparire sul terreno dell’“esercito ninja” del terrorismo internazionale rimescola cioè le carte e svelle gli steccati. Il conservatore americano, e attorno a lui il cittadino statunitense medio, vuole ancora oggi godere dell’arcadia del proprio proverbiale e storico “isolazionismo”, e per farlo incita le truppe a vegliare i check-point. Paradossale, strano, spesso incomprensibile, ma ben oltre le divisione di scuola fra “neoconservatori” e “conservatori classici” (non ignobili, per carità, anzi altamente utili per gli studiosi a patto di non farne uno schema ideologico entro il quale costringere feticcisticamente a forza una realtà fattuale più ricca e diversificata) il popolo della Destra americana persiste nel vociare contro le “guerre estere” che aborrisce senza mai smettere di plaudere ai soldati che ne preservano lo stile di vita. Come si spiegano infatti i manichei quella lunga guerra al terrorismo piratesco islamico combattuta tra 1801 e 1805 per mari stranieri e a distanze enormi (nel Mediterraneo) dal maestro dello spirito “isolazionista” americano – accanto al Regno delle Due Sicilie –, quel presidente Thomas Jefferson (1743-1826) che agì unilateralmente senza sentire il Congresso, che si usò basi militari in territori stranieri, che impiegò commando composti anche di genti locali e che si lanciò in un vittorioso regime-change?

Cose, queste, che i nostrani “cacciatori di neocon” non riusciranno mai a capire, cose con cui i Democratici di Obama debbono fare bene i conti nei 2 mesi che mancano alle elezioni di medio termine, cose che adesso che Washington ha dato un calcio all’interesse nazionale di un Paese sanguinosamente ferito dalla nuova guerra sporca per la quale non valgono più le vecchie divisioni fra interventisti e pacifisti gettano un’ombra pesantissima sul mondo intero. Giacché, qualora lo si fosse dimenticato, fino al momento della decisione presa da Obama, gli Stati Uniti sono stati l’unico Paese del mondo ad avere dichiarato la grande guerra di liberazione patriottica contro lo jihadismo.

*Marco Respinti è direttore del Centro Studi Russell Kirk e presidente del Columbia Institute

 

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