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Al G20 chiedete alla Cina giustizia per gli operai cinesi e per i tibetani

Samdhong Rinpoche, premier del governo tibetano in esilio, parla dei problemi del popolo tibetano e della Cina. Poca fiducia che il G20 affronti la questione dei diritti umani. Lo sviluppo economico del Tibet realizzato depredando le ricchezze naturali; quello della Cina sfruttando una manodopera senza diritti.

Samdhong Rinpoche - AsiaNews 25/6/2010

Dharamsala (AsiaNews) – Vari gruppi pro-Tibet e circa 133 parlamentari eletti in 30 differenti parlamenti del mondo hanno mandato una lettera al premier canadese Stepehen Harper, che da oggi a Toronto ospita l’incontro dei leader dei 20 maggiori Paesi industrializzati, a cui partecipa anche il presidente cinese Hu Jintao.

Matteo Mecacci, presidente del Gruppo internazionale dei parlamentari del Tibet, ha definito “essenziale che i leader del G 20 convincano la Cina che è necessario riprendere le negoziazioni con  i rappresentanti del Tibet”. Pechino aveva aperto i colloqui con il Tibet a seguito delle proteste internazionali per la repressione nel Paese del marzo 2008 e per il timore di un boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino dell’agosto 2008. Ma, finite le Olimpiadi, ha chiuso il dialogo con un nulla di fatto e non lo ha voluto riaprire.

Il professor Samdhong Rinpoche, premier (Kalon Tripa) del governo tibetano in esilio, interviene sulla questione.

L’incontro dei G 20 – dice Rinpoche – ha fini finanziari e in simili occasioni a diritti umani e libertà civili non è data molta attenzione, in questo periodo. E’ triste che nel 21° secolo diritti umani e dignità siano considerati come non rilevanti, mentre parte dell’umanità soffre per l’oppressione e lo sfruttamento da parte di regimi totalitari. Ma questa è oggi la realtà, l’attenzione si pone anzitutto su economia e commercio, si è riluttanti a sollevare problemi che sono scomodi e possono non essere utili per gli interessi economici.

Molti gruppi tibetani cercano di convincere i leader del G 20 a fare qualcosa, ma non ho molte speranze di un esito positivo.

La Cina dice sempre che ha aiutato lo sviluppo economico del Tibet. Noi non neghiamo che siano state sviluppate le infrastrutture, come edifici, strade, aeroporti, ferrovie e altre strutture realizzate dopo l’occupazione cinese del Tibet. Ma la propaganda cinese dissemina disinformazione circa questo sviluppo, con dati statistici che riportano le somme spese. Ma lo sviluppo del Tibet realizzato dalla Repubblica Popolare di Cina ha causato grandi danni. Circa il 20% della popolazione originaria tibetana è morta come esito diretto dell’occupazione,senza dimenticare la distruzione della nostra cultura, linguaggio, monumenti antichi, eredità e ambiente.

La Cina non parla mai al mondo dello sfruttamento delle ricchezze del Tibet, come oro, argento, rame, ferro, alluminio, calcio, petrolio, pietre preziose, lana, legno, uranio e altro. Secondo i nostri calcoli, quanto Pechino ha speso per lo sviluppo del Tibet non costituisce nemmeno una piccola percentuale di cosa ha portato via.

Soprattutto, chiediamoci chi ha ricevuto benefici dallo sviluppo della regione tibetana. Lo standard di vita della maggioranza della popolazione indigena non è migliorato, in molti casi è peggiorato. La percentuale di alfabetismo, impiego, salute e benessere economico della popolazione tibetana è molto inferiore rispetto ai nuovi immigrati, soprattutto i cinesi etnici Han. Il drastico cambiamento demografico che ha reso i tibetani una ristretta minoranza nella loro stessa terra è stata resa possibile dallo già detto sviluppo economico e delle infrastrutture.

Ciò nonostante, io ho grande fiducia per il futuro del Tibet. Dico soltanto che nel summit G 20 i leader discuteranno di commercio e di economia piuttosto che di diritti  umani e libertà civili. Ma, nell’insieme, c’è una grande ripresa dell’attenzione per il problema dei diritti umani, nel mondo, e noi siamo fiduciosi.

La Cina è un Paese comunista e chi soffre di più è la classe operaia. In nessun altro posto al mondo i lavoratori sono sfruttati come in Cina. Un recente libro di un economista cinese ha messo a confronto i salari e i diritti dei lavoratori cinesi con gli altri Paesi. E’ risultato che gli operai cinesi sono quelli pagati meno, più privati del salario, con orari di lavoro fino a oltre 12 ore quotidiane per 7 giorni settimanali, senza strutture sanitarie, in ambienti di lavoro insalubri. Solo grazie a questo sfruttamento la Cina può competere nel mercato mondiale e questo è noto a tutto il mondo. Ma pochi hanno il coraggio di sollevare il problema e chiedere cambiamenti. La popolazione cinese sono nostri fratelli e sorelle. In questo momento la popolazione della Cina e quella del Tibet sono uniti nel cercare una soluzione per i problemi dei diritti  umani e della dignità personale.

(Ha collaborato Nirmala Carvalho)

 

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