Quando la vittoria militare diventa sconfitta mediatica

di Leonardo Tirabassi - Ragionpolitica 9/6/2010

«La ragione da sola non basta, bisogna saper vincere». Se si volesse utilizzare uno slogan capace di riassumere la situazione di Israele, questa frase rappresenterebbe l'estrema sintesi. Altrimenti - si potrebbe aggiungere - sarebbe sufficiente la morale, e così facendo verrebbero meno il ruolo e lo spazio della politica. Se si vuole capire qualcosa nei recenti fatti a largo di Gaza, tutto il dramma di Israele è racchiuso in questa grande difficoltà, nel non riuscire a venir fuori da una logica tutta giuridico-morale, che imposta il ragionamento su uno schema sillogistico implacabile, che non lascia scampo nel suo meccanicismo che parte da una premessa morale per giustificare l'utilizzo dello strumento della forza come metodo di risoluzione dei conflitti. Ossessionato a ragione dalla questione della sicurezza, il governo israeliano non riesce però ad uscire da una logica di risposta militare anche in campi che non mettono immediatamente in discussione la sicurezza dello Stato. La struttura del ragionamento è sempre e solo la seguente: «Se ho ragione, e la ho, se Israele è uno Stato sovrano, e lo è, la flottiglia dei pacifisti viola un blocco militare del tutto legittimo e quindi sta compiendo un'azione illegale a cui lo Stato, il paese di David, ha diritto di rispondere con la forza».

Ragionamento ineccepibile che però dimentica per strada una verità altrettanto fondamentale dei conflitti moderni, dove il campo di battaglia fuoriesce dallo spazio fisico coinvolto dallo scontro per coinvolgere lo spazio reale della pubblica opinione mondiale grazie alla velocità stratosferica dei media. Non è per citare le formule trite e ritrite del «villaggio globale» o delle guerre nell'epoca della CNN, ma un dato è certo. Nelle guerre asimmetriche, ibride, postmoderne o tra la gente, lo spazio della politica e quindi della comunicazione è forse più importante della forza fisica. E' sempre stato così, dai tempi della guerra d'Algeria, del Vietnam, quando lo scontro si decise non solo nella giungla o tra le strade della casbah, ma nelle piazze francesi e americane, nei cortili dei college, nell'assemblea dell'ONU, nelle aule dei tribunali. Eserciti invitti sul campo dovettero ritirarsi sconfitti da un'opinione pubblica mondiale avversa. Vincere, da quel momento in poi, non fu più sinonimo di battaglie campali, di scontri all'ultimo sangue in trincee fangose. La vittoria andò al contendente che aveva più pazienza, che sapeva utilizzare meglio i media, che riusciva a manipolare meglio l'opinione pubblica mondiale, fino a far dimenticare i propri massacri e a far credere che la propria lotta avesse un significato liberatorio universale.

Oggi che, rispetto a cinquant'anni fa, il ruolo dei media è aumentato in modo esponenziale, il terreno della comunicazione si trova ad essere fondamentale per uscire vittoriosi in un conflitto. Se Israele non vuole rimanere isolata nella sua battaglia, deve convincersi che non tutti gli scontri richiedono l'impiego della forza e che, comunque, la gestione della pubblica opinione mondiale è sempre essenziale specialmente nei conflitti combattuti «tra la gente». E da qui nasce la difficoltà di Gerusalemme. L'immagine dello Stato ebraico, erede dell'Olocausto e formatasi nello scontro con i paesi arabi, si è andata trasformando a partire della pace con l'Egitto, quando la questione israelo-palestinese ha preso il sopravvento: da quel momento la gestione del conflitto, seppur più facile da un punto di vista militare, è diventata una questione tra due popoli e le parti, per l'opinione pubblica mondiale, si sono invertite: a partire dall'invasione del Libano, il David del '48 è diventato il Golia che calpesta i diritti del popolo palestinese.

Certo che non è vero! Certo che hanno ucciso più palestinesi gli arabi che Israele, certo che gli omosessuali arabi scappano dai territori per andare a Gerusalemme, vero che i palestinesi fanno la fila per andare a farsi curare negli ospedali israeliani, certo che i pacifisti sulle navi appartengono ad organizzazioni filo-Hamas! Ma che importa se nessuno vuol vedere, se nessun vuol sapere? Sabra e Chatila, le due Intifade, la guerra di Gaza del 2008 sono state manipolate ad uso e consumo del politicamente corretto pronto a far leva sulla sensibilità morale delle democrazie incuranti della natura del nemico e della verità. A poco però servono le lamentele, questo è il nuovo campo di battaglia.

 

Indietro

Condividi questo articolo
Facebook! Twitter! Google! Segnala su OK Notizie Digg! Live! Yahoo!