Alle origini del fallimento europeo e dell'eccezionalità americana

La lezione di Tocqueville

di Jeffrey Bergner - l'Occidentale 29 Maggio 2010

Mentre l’Europa è scossa dalla crisi finanziaria della Grecia, che sembra finirà probabilmente per colpire anche altri stati europei, potrebbe valere la pena di chiedersi perché tutti vedono nella politica europea un modello per gli Stati Uniti. In effetti questa è proprio la posizione dell’ala politica di sinistra in America, che guarda con ammirazione il sistema della sanità europea in grado di garantire l’assistenza a tutti i cittadini. Inoltre, ora che la riforma voluta da Obama è stata approvata, alcune voci progressiste stanno già chiedendo una tassa dal valore aggiunto (VAT) sullo stile di quella europea, per sostenerne le spese, insieme a quelle di altri programmi voluti da Washington. La sinistra continua a premere affinchè l’America assomigli sempre di più a uno stato sociale europeo, con un’amministrazione centrale del welfare.

La maggior parte degli americani – non solo i conservatori – non sono favorevoli al modello europeo. Non si tratta solamente di una questione di orgoglio nazionale o di sciovinismo fuori luogo. C’è qualcosa nel modello europeo che non convince gran parte degli americani, sebbene non sia facile definire esattamente di cosa si tratti. Le ragioni vanno ricercate nelle lontane radici della storia americana.

L’eccezionalità americana.

I coloni americani hanno conservato molti aspetti dei loro paesi di origine europei. La lingua, i costumi, i modi, le arti e l’architettura, e i concetti filosofici di tolleranza e libertà sono stati tutti importati dall’Europa. Era molto difficile trovare un qualche settore della vita che non fosse strettamente collegato a fonti europee. Tranne uno: la politica. L’America è stata fondata per distinguersi dall’Europa. I primi coloni sono giunti in America per fuggire dalle persecuzioni politiche europee e per realizzare le proprie ambizioni, che non potevano essere perseguite in Europa. Anche quando riproducevano i costumi europei nei propri stati e comuni, non lo facevano mai in modo servile, bensì sempre con un’inclinazione chiaramente americana. E quando i Padri scrissero la Costituzione per dare forma al paese da poco indipendente, cercarono volutamente di creare un sistema politico che fosse decisamente diverso da quello europeo. Gli americani hanno raggiunto un loro caratteristico sistema politico, considerando la politica europea più come un qualcosa da compatire che da invidiare. Questo strappo si è rivelato talmente profondo che per l’intero secolo a venire non è mai venuto in mente a nessun americano serio di adottare le politiche dell’Europa.

Ma cos’è che i Padri Fondatori hanno ritenuto tanto discutibile nella politica europea? Cosa stavano cercando di evitare con la creazione del loro “esperimento” di governo? La loro prima innovazione -  che ha spinto la Convenzione Costituzionale – è stata la creazione di un’unione americana. I Padri sostenevano che la convivenza di stati sovrani europei fianco a fianco fosse causa di guerre ricorrenti. Il rimedio che proponevano – la soluzione alla frequente tentazione di ricorrere alla guerra tra stati sovrani rivali – era un’unione di stati. Attraverso questa innovazione, i Padri della Costituzione miravano a minimizzare il rischio di guerre tra gli stati. Inoltre ritenevano che l’unione avrebbe impedito alle nazioni europee di incoraggiare rivalità tra gli stati americani (una visione la cui validità sarebbe stata poi confermata dal sostegno dell’Inghilterra alla Confederazione durante la Guerra Civile). Parecchi decenni più tardi, quando gli Stati Uniti divennero più forti, iniziarono a manifestare la loro ostilità all’importazione della politica europea in tutto l’emisfero occidentale. La Dottrina Monroe ebbe fortuna sulla linea della promessa di Alexander Hamilton di “insegnare la moderazione a questa presuntuosa sorella.”    

L’unione, tuttavia, non rappresentava solamente il fine in sé stessa, bensì il mezzo per raggiungere un altro scopo americano, ancor più profondo: la protezione delle libertà dell’individuo sopra e contro il governo. L’Europa sapeva sin troppo bene come i governi potessero controllare la gente: il compito dei Padri Fondatori era quello di “obbligare il governo a controllare sé stesso”, come osservato da Madison. La possibilità costante di guerre ha condotto i regimi europei a creare eserciti permanenti e a centralizzare il potere politico. Un simile potere centralizzato finiva col distruggere proprio tutte quelle libertà che, nel pensiero dei Padri, il governo avrebbe dovuto proteggere. Il fatto di essere un’isola ha concesso all’Inghilterra lo spazio necessario entro il quale potesse sopravvivere un parziale sistema di libertà. L’intenzione dei Padri Fondatori era quella di estendere questa protezione in modo tale da creare uno spazio ben più ampio all’interno del quale la libertà potesse prosperare. Entro quest’area, è stata escogitata una pratica di certo non europea – in realtà una pratica anti-europea, la separazione dei poteri del governo centrale – al fine di obbligare il governo a controllare sé stesso.

Alexis de Tocqueville ha parlato chiaramente della priorità della libertà nel caso americano:

«In America la libertà ha radici profonde nella storia, e l’uguaglianza in confronto è una conquista nuova. Vale il contrario per l’Europa, dove l’uguaglianza è stata introdotta dal potere assoluto dei re e sotto il loro controllo è penetrata nelle abitudini delle persone, molto tempo prima che l’idea della libertà sfiorasse i loro pensieri». 

Come può dire una cosa del genere? Le nazioni e i principati europei non erano ovunque caratterizzati da famiglia reale ed aristocrazia, con un sistema di classi a strati? Non erano forse proprio queste marcate distinzioni sociali che i Padri Fondatori volevano evitare, proibendo esplicitamente i titoli nobiliari nel primo articolo della Costituzione?

Non c’è alcun dubbio sul fatto che l’uguaglianza fosse un concetto di grande importanza nei pensieri dei Padri, sebbene avessero opinioni differenti al riguardo. Charles Pinckney, ad esempio, sosteneva che gli americani godessero di “un’uguaglianza di condizioni” che non esisteva in Europa. Hamilton non era d’accordo, poiché riteneva che in America esistesse l’ineguaglianza, e che fosse destinata ad aumentare, senza peraltro che tale crescita fosse problematica. Madison, come accadeva spesso, offriva la risposta più profonda, all’interno della quale era contenuta la terza maggiore innovazione della politica americana: l’importanza della diversità. Ebbene sì, affermava Madison, in America esisteva una sorta di uguaglianza – non, tuttavia, di omogeneità, ma di diversità. Ed era proprio questa forte diversità che avrebbe protetto l’unione e che a sua volta sarebbe stata protetta dall’unione stessa. E ancora la diversità sarebbe stata utile a ridurre le possibilità della maggioranza di limitare la libertà delle minoranze. In effetti, Madison ha sostenuto che l’uguaglianza degli americani stia essenzialmente nella uniforme libertà di cui godono, e non nelle loro caratteristiche sociali. In questo modo, le innovazioni americane di unione, libertà e diversità dovrebbero servire tutte a rinforzarsi l’un l’altra, in un nuovo sistema politico rappresentato da un governo con poteri limitati.

L’esperienza europea

Tocqueville era ovviamente ben conscio del fatto che l’aristocrazia e la stratificazione sociale fossero ancora presenti in Europa all’inizio del Diciannovesimo secolo. Ma riteneva che la battaglia sociale e intellettuale per il futuro fosse già stata vinta: l’ideale dell’uguaglianza ne era il vincitore. Anche in questo caso, come sempre, aveva fatto una giusta predizione. Era convinto che gli europei fossero abituati ad essere controllati dai loro governi, come avveniva da secoli. Quando l’ideale dell’uguaglianza scacciò monarchie e aristocrazie, a quella forma di governo centralizzato se ne sostituì un’altra. Le monarchie e i principati lasciarono il posto ad uno stato amministrato dal centro.

L’ideale dell’uguaglianza non si è mai confrontato con l’esperienza della libertà in Europa, come è avvenuto in America. Il controllo da parte di un centro politico sembrava naturale agli europei, che erano passati da una condizione di amministrazione centralizzata ad un’altra. Non c’erano più duchi e re, ma c’erano primi ministri e cancellieri. E quindi gli Europei non vedevano alcuna ragione, al contrario dei Padri Fondatori, di addossare ai propri governi complicati sistemi di separazione dei poteri e garanzie costituzionali. L’Europa si è rivolta quasi naturalmente verso i sistemi parlamentari, in cui il partito al governo possiede contemporaneamente sia il potere legislativo che quello esecutivo e può assicurarsi che la sua agenda venga applicata in concreto.

Il potere centralizzato del governo in Europa, come avevano compreso i Padri americani, veniva rafforzato dall’esistenza di nazioni sovrane che vivevano fianco a fianco. Considerato come un unico insieme, l’Europa era contraddistinta dalla diversità; ma ciascuno stato europeo era relativamente omogeneo all’interno dei propri confini, e proprio tale omogeneità lo poneva in contrasto con tutti gli altri. Il risultato era prevedibile. Mentre l’unione americana è stata messa alla prova solo in occasione della sanguinosa guerra civile – dalla quale è uscita con una decisa riaffermazione – gli stati europei hanno continuato a farsi la guerra tra di loro.

Per evidenziare solo alcuni dei conflitti, gli stati dell’Europa erano in guerra tra loro nel 1796-1814, 1821, 1823, 1830, 1848, 1866, 1870, 1875-1878, 1914-1918, e 1939-1945. E se la forte leadership americana, che si era stancata di essere coinvolta in queste lotte, non fosse intervenuta per spingere verso l’unità europea, l’Europa potrebbe essere afflitta ancora oggi da guerre interne. 

L’Europa ha gestito la questione della diversità in modo molto diverso rispetto all’America. Stati-nazione relativamente omogenei hanno affrontato i propri affari interni affidandosi a un potere amministrativo centralizzato. Ma il problema della diversità tra i vari stati-nazione non è mai stato risolto, causando uno stato di guerra ricorrente. Le questioni intrecciate di unione, libertà e uguaglianza, e diversità sono state trattate in modi completamente differenti in Europa e in America. Considerando queste enormi differenze, agli americani è sembrato che non valesse la pena prendere esempio dall’Europa. Per quanto possano aver replicato altri aspetti del modello europeo durante il primo secolo di vita della repubblica americana, di certo hanno sempre respinto l’esempio del sistema politico. 

L’Europa di oggi è un modello? 

Per quale motivo allora l’Europa di oggi dovrebbe essere un modello per la politica americana? Riguardo il concetto di unione, l’Europa sta finalmente cambiando, sebbene in maniera cauta. Si trova infatti nella fase di ricerca di una soluzione ai  problemi dell’unione, che i Padri americani avevano già affrontato e risolto nel 1787. I passi politici mossi dall’Europa a partire dal 1946 rendono sempre meno probabile l’ipotesi di una guerra tra gli stati-nazione europei, ancora relativamente omogenei. Di conseguenza, come avevano giustamente previsto i Padri americani, gli eserciti europei permanenti sono stati ridotti. 

I primi semplici passi intrapresi verso l’Unione Europea sono stati molti. Ne rimangono ancora pochi altri, ma più difficoltosi. Quanto potere dovrebbe essere ceduto al centro europeo? Ai cittadini degli stati più grandi e abbienti sarà richiesto di aiutare quelli dei paesi più poveri? Le nazioni europee oggi si trovano nel bel mezzo di questo dilemma: per farla breve, la Germania dovrebbe salvare la Grecia? Considerando l’esistenza di una moneta unica, esistono forti pressioni perchè ciò avvenga. Ma la decisione finale spetta comunque alla Germania. E i tedeschi desiderano realmente far parte di un’unione europea in cui simili decisioni vengano prese da greci e altri ancora, al di fuori del governo di Berlino?

Lo stesso vale anche in tema di difesa. Le nazioni europee saranno felici di far partecipare le proprie forze armate ad operazioni decise dal ministro degli esteri o dal presidente europeo, piuttosto che dai propri governi nazionali? Ecco un chiaro esempio dell’attuale esitazione europea su questo punto: quando gli Stati Uniti hanno scelto il loro primo presidente, hanno trovato in George Washington il loro leader più forte e più rispettato; quando l’Europa si è indirizzata verso un governo centralizzato, è sembrato che cercasse il candidato meno autoritario e di minor effetto possibile.   

Ad oggi l’Europa sta cercando di ridurre temi prettamente politici dell’unione a mere questioni amministrative. Questo è tipico dell’Europa: sa perfettamente come farlo. I prossimi passi verso l’unione saranno ben più difficili rispetto a quelli mossi fino ad ora, come testimonia il fatto che l’Europa stia incontrando questioni chiaramente politiche, non semplici sottigliezze amministrative. Potrebbe certamente verificarsi un “vuoto democratico”, ma non si tratta di una novità che scaturisce dal tentativo di formare l’unione. Si tratta piuttosto di un qualcosa che esiste da tempo, in tutte le capitali amministrative centralizzate europee. Più l’Europa avanza verso l’unione, più deve confrontarsi con la sua diversità, e la lentezza del processo in atto è un chiaro indice di quanto ciò risulti complicato. L’Europa non è stata in grado di creare un’unione attraverso un decreto amministrativo perchè non ha ancora risolto le fondamentali questioni politiche implicite nell’unione, ed ancor meno l’ha seriamente messa alla prova. In tutto questo, che cosa dovrebbero emulare gli Stati Uniti? In realtà, forse è proprio l’America il modello migliore.

Inoltre, la predominanza dell’uguaglianza sulla libertà in Europa ha prodotto un altro prevedibile risultato: i governi centrali europei non agiscono per preservare la libertà, bensì per dare ordini ai loro cittadini. Il ruolo del governo europeo non è quello di preservare la libertà attraverso il bilanciamento dei propri poteri, ma di agire per imporre l’uguaglianza. Lo stato amministrativo europeo è sgombro del tipo di restrizioni che limitano il governo americano. Non esistono settori della vita in cui non dovrebbe intromettersi; non è necessario che le sue azioni vengano “rallentate” dalle limitazioni di regole e procedure precedenti o complicate; non è necessario che venga contenuto dalla servile osservanza di un documento pseudo-sacro scritto in un lontano passato; e non esiste alcuna ragione per non tentare di imporre l’uguaglianza fondamentale attraverso norme amministrative, in contrapposizione a un pieno dibattito politico.  

Così oggi siamo di fronte alle ovvie conseguenza. I partiti di maggioranza provvederanno ad assicurarsi una serie crescente di diritti. E quale ragione si potrebbe trovare per contrastarli? In mancanza dell’effetto moderatore della libertà, che insegna ai governi la prudenza su quali scelte fare e quali evitare, l’enorme spesa per i diritti non fa che aumentare. E coloro che richiedono tali diritti non si preoccupano molto di chi pagherà il conto. Le maggioranze democratiche – in contrapposizione ai cittadini amanti della libertà – definiscono da sè i propri diritti. Quando i soldi per tali diritti finiscono, come accade inevitabilmente, esiste un solo modo per rinvenire nuovi fondi: prenderli in prestito dalla nuova generazione, per la  quale ci si preoccupa ben poco. 

L’Europa è in largo vantaggio rispetto agli Stati Uniti nel percorso dell’auto-creazione di diritti (sebbene noi abbiamo guadagnato terreno negli ultimi 18 mesi). Ogni qualvolta viene stabilito un nuovo diritto, vengono sempre imposte più tasse; questo fa diminuire la produttività e la creatività della gente; gli obiettivi e gli scopi delle persone diventano sempre più limitati, fino a quando persino tirare su una generazione di ricambio è un fardello troppo pesante, che minaccia la tranquillità di tutti; e si cerca di prendere in prestito sempre più soldi, ma sempre meno si trova chi possa prestarli. Questa situazione è insostenibile, ed il fatto che ancora non sia giunta ad una spiacevole conclusione non è un motivo valido per imitarla. La politica europea è un lento motore di auto-distruzione. La domanda non è se, bensì quando collasserà? E quando lo farà, la conseguenza sarà probabilmente un dispotismo più rigido e severo rispetto a quello attuale. 

Tocqueville descrive il problema in modo eloquente:

«Solo gli uomini perspicaci e di larghe vedute riescono a vedere i pericoli e le minacce poste dall’uguaglianza, e generalmente evitano di evidenziarli. Si rendono conto che i problemi da temere sono lontani e si consolano pensando che ricadranno sulle generazioni future, per le quali oggi ci si preoccupa ben poco. Gli aspetti positivi della libertà vengono percepiti solamente con il trascorrere del tempo, ed è facile non riconoscere quale sia effettivamente la fonte da cui scaturiscono. I vantaggi dell’uguaglianza vengono avvertiti immediatamente, ed ogni giorno è ben evidente da dove provengano».

L’unico elemento per correggere un eccessivo amore per l’uguaglianza è una giusta dose di libertà, che significa un certo grado di prudenza riguardo quello che il governo centrale dovrebbe fare o non fare. Il solo rimedio alla bancarotta, in mancanza di misure di razionamento decise a livello centrale, è una restrizione del ruolo del governo. In tutto questo, l’America sembra ancora una volta un modello migliore per l’Europa, e non vice-versa. 

Consideriamo, infine, in che modo l’Europa affronti la questione politica della diversità. E’ possibile che le popolazioni originarie d’Europa siano in declino, ma la popolazione islamica, che è migrata ampiamente nel continente nel corso degli ultimi quattro o cinque decenni, non lo è. E non lo sarà in futuro. In che modo l’Europa gestisce le varie questioni scaturenti da questa ondata di diversità, relativamente recente? Fino ad ora sembra che l’atteggiamento più diffuso sia quello del rifiuto. 

In generale, e senza dimenticare le notevoli eccezioni della schiavitù e degli indiani, si può dire che l’approccio dell’America sia stato quello di garantire la libertà, o lo spazio politico, in cui la diversità potesse esprimersi. Negli Stati Uniti dei primi anni, in complesso, diverse sette di cristiani praticavano apertamente i loro culti in modo serio. Anche gli Ebrei godevano della stessa libertà di esercizio della fede, come la maggior parte delle altre sette e, negli ultimi decenni, anche la popolazione musulmana, relativamente piccola ma in continua crescita.  L’ordine politico americano ha stabilito uno spazio politico in cui la diversità religiosa potesse prosperare.

 L’Europa ha trattato la diversità religiosa in modo molto diverso: ha infatti tentato, prevedibilmente, di subordinare le confessioni religiose all’autorità politica centrale. Ad oggi esistono diversi culti, ma solo pochi fioriscono. E vengono tollerati perchè sono sotto la registrazione, l’affiliazione, il sostegno ed il potere del governo, che provvede a controllarli ed allinearli. L’Europa ha poca esperienza in quanto ad una reale libertà di espressione religiosa, distinta e non autorizzata dal governo centrale: L’Europa concilia libertà religiosa e uguaglianza subordinando la religione allo stato.

 Ma con l’Islam non sarà così facile. L’Europa ha emarginato le sue crescenti comunità musulmane, che sentono un debole legame politico con i paesi in cui sono emigrati e che non sono motivati a lasciare. E’ giusto domandarsi se qualche nazione abbia mai avuto un’esperienza positiva a lungo termine nell’integrare ampie popolazioni musulmane e cristiane, in condizioni di parità. E’ anche giusto domandarsi se esistano dei limiti al grado di diversità che un ordine politico può accogliere con successo. Ma nessuna azione intrapresa dall’Europa su questo fronte è incoraggiante. I liberi pensatori europei del XVII e del XVIII secolo canzonavano l’Islam perchè era troppo pericoloso deridere il Cristianesimo nella cultura politica della loro epoca. Oggi gli Europei che prendono in giro l’Islam mettono a rischio la propria vita. Sembra che le prospettive di un panorama religioso differente, ampio e serio, che includa l’Islam, in Europa siano alquanto scarse. La tolleranza dei culti religiosi in Europa è legata alla loro subordinazione, e non alla protezione della loro libertà di espressione. La risposta del governo francese ai veli musulmani è indicativa: proibisce tutti i vistosi abiti e simboli religiosi nelle scuole pubbliche. Questo approccio è inconcepibile negli Stati Uniti. La tendenza dell’Europa ad indirizzare la diversità etnica e religiosa attraverso la subordinazione sta accelerando una seria crisi che non tarderà a manifestarsi. Anche in questo caso, forse, l’America può insegnarci la lezione.  

L’eccezionalità americana rivisitata. 

L’Europa non ha risolto nessuna delle fondamentali questioni politiche che hanno animato la politica americana sin dall’inizio: l’unione;  il governo limitato come espressione di un equilibrio tra uguaglianza e libertà; e la diversità. Sarebbe pura follia per gli Stati Uniti emulare il modello politico dell’Europa. Se, come appare probabile, nessun uomo politico statunitense serio scambierebbe i problemi politici dell’America con quelli dell’Europa, perchè allora imitarne la politica? 

Su questo punto rimane una profonda tensione della cultura politica americana che è terribilmente indipendente. La nostra politica dovrebbe continuare a permettere che possa esprimersi. In numerosi quartieri permane un duro atteggiamento, pronto a dire “Non mi calpestare”.  Non c’è nulla di cui vergognarsi in questo, nulla che vada letto al di fuori della nostra politica; è piuttosto qualcosa che va difeso, qualcosa di cui andare persino fieri.  E’ proprio da qui che nasce la capacità dell’America di  contenere quelle notevoli forze che spingono verso un’uguaglianza di condizioni imposta dal governo. E questa è la base della lunga tradizione americana di prudenza, che ha evitato di chiedere al governo centrale di fare troppo. Ed è quindi anche la base su cui abbiamo preservato – almeno fino ad oggi – un certo grado di sanità fiscale.

Lo stesso vale per la nostra celebrazione della diversità. Il più rude americano con la pistola nel camion - e il membro del Congresso che mandato a Washington – hanno una mentalità davvero più indipendente rispetto all’artista più bizzarro che si possa trovare nel più strano palcoscenico d’Europa. Quando l’Europa incontra una reale diversità etnica, religiosa o culturale – i turchi in Germania, i musulmani algerini in Francia, i pachistani a Londra – si mostra esitante perchè non sa in che modo permettere alla diversità di fiorire. E’ proprio in questi incontri che l’Europa riprende forma  e cerca di uniformare le differenze sotto il potere dello stato. Laddove fallisce, non rimane che l’emarginazione.

L’ala politica della sinistra negli Stati Uniti si appiglia ad un unico filo nel complesso intreccio della politica americana – l’uguaglianza – e lo enfatizza per escludere tutti gli altri. Inoltre non mostra alcuna preoccupazione riguardo l’utilizzo del governo federale per imporre l’uguaglianza di condizioni; si preoccupa ancor meno della prudenza da mostrare nelle sue richieste al governo; e praticamente non si preoccupa affatto per la responsabilità fiscale e per il benessere delle generazioni future. Ma si lamenta per i limiti costituzionali e procedurali che ostacolano l’attuazione della sua agenda.  E cerca di soffocare la libera espressione di opinioni religiose e dissenzienti nelle piazze pubbliche.

La sinistra americana ha voltato le spalle alla tradizione politica, incomparabilmente ricca e sofisticata, che ci è stata tramandata. La storia della sinistra presenta una grande virtù tattica: è semplice, persino ingenua, nella sua concezione, priva della benché minima sfumatura. Forse questo giustifica la sua retorica singolarmente vuota; sotto i suoi attacchi ad personam, le false emozioni, i calcoli tattici, la sua architettura intellettuale non potrebbe reggere una piuma. 

L’America possiede una tradizione politica più sottile. Per ristabilirla sono necessarie nuove e migliori politiche attraverso le quali esprimere l’uguaglianza che Tocqueville definisce “la passione principale che spinge gli uomini ad agire”.  Le nostre politiche non possono e non devono opporsi all’uguaglianza, ma devono trovare dei modi di esprimerla compatibili con l’amore per la libertà e il rispetto della diversità che abbiamo ereditato. E’ difficile attuare politiche del genere in un momento in cui la maggioranza alle Camere del Congresso, il presidente, e i principali media sembrano tutti innamorati del welfare europeo, con il suo stato sociale e amministrativo. Ma è probabile che l’equilibrio europeo si inclini nuovamente, quando gli americani reagiranno istintivamente alla visione troppo ristretta della sinistra. La domanda è: quando il potere sarà ripristinato, i leader repubblicani saranno in possesso degli strumenti adeguati per ristabilire la nostra migliore tradizione?

La sinistra politica non scomparirà. Se non si verrà incontro alle reali speranze e alle insoddisfazioni del popolo americano con politiche in linea con la nostra tradizione più profonda, allora la sinistra le indirizzerà nuovamente secondo la sua ristretta via egalitaria. E’ ciò che è successo con la riforma sanitaria. Se i repubblicani avessero gestito i problemi relativamente risolvibili di competizione, trasportabilità, e condizioni preesistenti in maniera compatibile con la libertà e l’uguaglianza, il presidente Obama non avrebbe potuto muovere la sua accusa che l’intero sistema sanitario americano fosse “guasto”. Questa è una lezione adatta anche ad altre questioni che preoccupano gli americani, dall’immigrazione illegale, all’indipendenza energetica, ai diritti, e soprattutto ai deficit federali astronomici. Lasciamo che i repubblicani propongano delle politiche che affrontino tali preoccupazioni in linea con le nostre tradizioni più profonde. Se non lo faranno, lasceranno il campo libero alla sinistra, pronta a sostenere ancora una volta che solamente un maggiore ruolo federale può gestire queste “crisi”.

Se, ad esempio, non riduciamo profondamente, e in modo rapido, la spesa federale, dai livelli che sono stati raggiunti soltanto negli ultimi tempi, ci troveremo presto a dover affrontare una tassa VAT come quella europea. Abbiamo assistito a sorprendenti azioni illegali ed extra-costituzionali (come l’acquisizione federale dell’industria automobilistica) nate dalla recente crisi finanziaria. La sinistra conta sulle crisi, reali o forzate, per raggiungere i suoi scopi. Come diceva Tocqueville, “la paura del disordine e l’amore per il benessere conducono inconsciamente le democrazie ad accrescere le funzioni del governo centrale”. Per prevenire un uso improprio delle crisi, reali o percepite, i leader premurosi devono essere pronti a gestire le attuali preoccupazioni del popolo americano con programmi di buon senso.

L’eccezionalità americana non è, come sembra dalla caricatura che ne fa la sinistra, una sorta di diritto di prelazione per guidare il mondo. Al contrario, è la pratica di una politica che si occupa di problemi fondamentali in un modo specifico, vale a dire in un modo coerente con l’unione, con l’equilibrio tra libertà ed uguaglianza espresso attraverso un governo limitato, e con un adeguato rispetto per la diversità. Se esiste un’altra nazione che affronta le scelte fondamentali della politica in questo modo così intenso – in contrasto con il semplice egualitarismo maggioritario – io non la conosco. Il presidente Obama ha espresso il suo reale disprezzo per l’eccezionalità americana quando ha affermato: “Io credo nell’eccezionalità americana – proprio come ho il sospetto che i britannici credano nell’eccezionalità britannica ed i greci credano nell’eccezionalità greca.” Un’incomprensione dell’eccezionalità americana più superficiale e cinica di questa è difficile da immaginare.

L’eccezionalità americana, spiegata correttamente, può essere la fonte di potenti politiche in linea con le migliori tradizioni dell’America. Per avere successo tali pratiche possono, e devono, essere sviluppate in modo da guadagnare il sostegno popolare. Riuscire a sviluppare queste politiche rappresenta il compito più urgente che i nostri leader più attenti hanno di fronte.

© The Weekly Standard
Traduzione Benedetta Mangano

 

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