Per vincere in Afghanistan occorre sciogliere i nodi irrisolti
di Matteo Gualdi - Ragionpolitica 19 maggio 2010

Sono rientrate  mercoledì mattina all’aeroporto militare di Ciampino le salme dei nostri soldati, il sergente Massimiliano Ramadù ed il caporalmaggiore Luigi Pascazio, caduti in Afghanistan in quello che il Ministro La Russa ha definito ieri, riferendo in Parlamento, un «vile attentato». Ma la commozione per la perdita di altri due militari non cancella, semmai rafforza, la consapevolezza dell’importanza del nostro ruolo nel teatro afghano, né tantomeno può mettere «in discussione il piano approvato dal Governo e dal Parlamento». Avanti dunque sulla strada del rafforzamento della missione, con l’invio di ulteriori mille uomini, come concordato alcuni mesi con gli alleati, in modo da raggiungere entro la fine dell’anno quota quattromila militari. D’altra parte la nostra presenza è troppo importante per la stabilizzazione del paese per poter essere messa in discussione, e chi pone interrogativi in merito all’utilità del nostro impegno non fa altro che rispolverare a fini politici interni polemiche inutili e strumentali, puro sciacallaggio sulla pelle dei nostri ragazzi. Piuttosto può essere utile analizzare la situazione sul campo, fare una riflessione sulla strategia fin qui adottata e, soprattutto, sui risultati ottenuti e su come raggiungere l’obiettivo finale: la restituzione agli afghani di un paese finalmente libero dai terroristi.

Quando a dicembre dello scorso anno dopo molti, troppi mesi di riflessione il presidente Obama aveva finalmente deciso di accettare (parzialmente) la richiesta dei suoi generali sul campo di un incremento delle truppe, un surge simile a quello che in Iraq aveva contribuito a sovvertire le sorti di una guerra che secondo lo stesso Obama, all’epoca senatore, era ormai persa, avevamo tutti creduto che si fosse ad una svolta. Finalmente, complice anche l’andamento della guerra in Iraq, gli Stati Uniti avevano deciso di incrementare i propri sforzi per vincere veramente la guerra in Afghanistan. Da allora sono passati quasi sei mesi, ma la situazione è ancora in un limbo. Dei 30.000 soldati promessi ne sono arrivati per ora solo poco più di 10.000, con i quali il Gen. McChrystal ha potuto lanciare alcune importanti campagne nel sud del paese, come la liberazione del distretto di Marja, nella provincia di Helmand, una delle roccaforti dei talebani. Ma questo non basta, perché senza le truppe necessarie a controllare il territorio stabilmente, ogni vittoria rischia di essere effimera perché non definitiva, con conseguente grave screditamento delle forze Nato.

L’appoggio della popolazione, infatti, è fondamentale per vincere questa guerra, ma nessuno si schiererà più con i nostri soldati sapendo che una volta conquistato il territorio poco dopo esso ritornerà ad essere controllato dal nemico che infierirà sui «traditori». Occorre quindi completare quanto prima l’invio dei militari previsti, per portare la presenza delle truppe ad un livello coerente con la strategia decisa. Occorre inoltre essere consapevoli che da solo l’impegno alleato non è sufficiente, ma è necessario che le forze armate afghane facciano la loro parte, e da questo punto di vista la situazione è ancora molto arretrata. Nonostante l’ottimo lavoro dei nostri istruttori, in particolare dell’Arma dei Carabinieri, l’attività di formazione dell’Anp (Afghanistan National Police) è stata a lungo frustrata dalla esternalizzazione di buona parte delle attività di mentoring alla DynCorp International, che non ha consentito di preparare a dovere le forze di polizia afghane (anche a causa di una campagna di reclutamento assolutamente carente che ha puntato più sulla quantità che sulla qualità). Infine manca ancora un tassello fondamentale, il surge «civile».

L’aspetto della ricostruzione è fondamentale perché, come più volte ricordato dal Ministro Frattini, non si può vincere in Afghanistan solo con una campagna di tipo militare, ma occorre costruire le infrastrutture di cui il paese ha assoluto bisogno, dai ponti agli ospedali, dalle scuole alle strade, tutte cose senza le quali il popolo afghano non potrà ricominciare a vivere in pace. Ma anche da questo punto di vista resta molto da fare, anche perché queste attività necessitano in particolar modo della collaborazione dei governatori afghani, troppo spesso corrotti ed inefficienti. Surge militare incompleto, forze di sicurezza non autosufficienti, governo burocratico e corrotto, sono questi i primi nemici contro cui combattere nel paese degli aquiloni. Senza risolvere questi problemi è impensabile un disimpegno delle truppe occidentali, senza le quali il paese tornerebbe in breve tempo ad essere la base di partenza per nuovi, devastanti attacchi al cuore dell’Occidente.

 

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